Di Michael Pakaluk
Molti protestanti che diventano cattolici attraversano tre fasi nella loro devozione mariana. Iniziano pensando che il Rosario non sia qualcosa di male, come avevano supposto; poi arrivano a considerarlo molto buono; e infine, con l’esperienza e man mano che cresce la loro fede, possono arrivare a vederlo come molto potente.
Poiché oggi cade tra la festa di Nostra Signora del Rosario e la memoria di san John Henry Newman, voglio scrivere di Newman e del Rosario.
Non vedo in lui nulla di questa progressione, ma piuttosto un riconoscimento della grande bontà di questa devozione fin dai suoi primi giorni come cattolico. Eppure percepisce con acutezza le difficoltà che altri convertiti incontrano con essa, e li consiglia con saggezza. Meno di tre anni dopo la propria conversione, scrive per lettera alla marchesa di Salvo: «Lei sa perfettamente che la devozione alla Santissima Madre di Dio non è imposta imperativamente a tutti. È un dono che Dio concede a chi Egli vuole. Pertanto, non vedo perché una persona debba forzarsi a usare determinati manuali o esercizi che non le risultano naturali».
Ma continua:
Non vedo come questa osservazione si applichi al Rosario; e, per i miei sentimenti, nulla è più delizioso della contemplazione dei Misteri dell’Incarnazione sotto l’invocazione, per così dire, di colei che ne fu lo strumento umano. Allo stesso tempo, non è necessario che sentiamo questo con la stessa intensità in ogni momento; e capisco molto bene che un convertito recente sia costretto a usare la sua ragione e debba fare atti espliciti di fede, di amore, ecc., quando tutto ciò sorge con tutta naturalezza e senza sforzo in chi è cattolico fin dalla nascita.
A George Ryder, tre mesi dopo, Newman scrive:
Credo certamente che dovrebbe entrare gradualmente nelle forme cattoliche di devozione. Forse il Rosario le risulterà meno pesante recitato con altri. . . . Provi così. . . prima di ogni mistero, si ponga davanti un’immagine di esso e fissi la mente su quell’immagine (per es., l’Annunciazione, l’Agonia, ecc.) mentre recita il Padre Nostro e le dieci Ave Maria, senza pensare alle parole, limitandosi a dirle correttamente. Che l’esercizio sia poco più di una meditazione. Forse così supererà ogni sensazione di tedio.
Ryder, del circolo di Newman a Oxford, aveva rinunciato al suo beneficio anglicano per diventare cattolico nel 1846. A quanto pare, il suo Rosario diede frutto: suo figlio, Henry Ignatius Dudley Ryder, divenne sacerdote dell’Oratorio di Birmingham e succedette a Newman come suo superiore.
Un decennio dopo la sua conversione, Newman si concentrò su ciò che il Rosario realizza. Nel 1856 era diventato per lui una parte praticamente necessaria del cammino verso la perfezione:
Se mi chiedono cosa si debba fare per essere perfetti, dico loro, primo: non restate a letto oltre l’ora dovuta per alzarvi; dedicate a Dio i vostri primi pensieri; fate una buona visita al Santissimo Sacramento; recitate l’Angelus con devozione; mangiate e bevete per la gloria di Dio; recitate bene il Rosario; siate raccolti; scacciate i cattivi pensieri; fate bene la vostra meditazione del pomeriggio; esaminatevi ogni giorno; andate a letto a un’ora ragionevole, e già siete perfetti.
Come rettore della nuova Università Cattolica di Dublino, riflette su come debba rivolgersi un predicatore ai suoi studenti. «Come la giovinezza diventa occasione di eccesso e sensualità, così anche l’intelletto dà occasione accidentale all’errore religioso, alla speculazione temeraria, al dubbio e all’incredulità». Il predicatore deve scegliere di conseguenza i suoi argomenti. Ma deve affrontarli in modo indiretto: «anche quando si rivolge a un pericolo speciale o a una probabile carenza o necessità dei suoi ascoltatori, deve farlo velatamente, senza mostrare in superficie del suo discorso ciò che intende».
I luoghi comuni, dice Newman, non sono «altro che armi spuntate», mentre
sono gli argomenti concreti quelli che penetrano e colpiscono il bersaglio. Argomenti del genere sono, per esempio, il buon uso del tempo, evitare le occasioni di peccato, frequentare i sacramenti, gli avvertimenti divini, le ispirazioni della grazia, i misteri del Rosario. . .
Nella festa del Rosario del 1866, anniversario di Lepanto, parla senza mezzi termini del suo potere:
Sappiamo bene di essere dalla parte vincente, e che le preghiere dei poveri, dei deboli e dei disprezzati, quando sono offerte con vero spirito, possono più di tutta la sapienza e tutte le risorse del mondo. Questo 7 ottobre è proprio l’anniversario di quel giorno in cui le preghiere di san Pio, e il Santo Rosario recitato da migliaia di fedeli su sua istanza, spezzarono per sempre il dominio dei turchi nella grande battaglia di Lepanto.
Ma le sue parole più toccanti presentano il Rosario come la porta d’accesso a un luogo di rifugio. Nel suo discorso «Agli alunni del St. Mary’s College, Oscott» (5 ottobre 1879), dice che la virtù speciale del Rosario è che «a tutti i nostri pensieri su di Lui si mescolano pensieri su sua Madre, e nelle relazioni tra la Madre e il Figlio ci viene posta davanti la Sacra Famiglia, la Casa in cui visse Dio».
E così:
Questo è ciò che più vorrei che ricordaste negli anni futuri. Perché tutti voi dovrete uscire nel mondo, e uscire nel mondo significa lasciare la casa; e, cari ragazzi, voi non sapete ancora cos’è il mondo. . . . La maggior parte degli uomini che conoscono il mondo lo trovano un mondo di grandi problemi e delusioni, e persino di miseria. Se così risulterà a voi, cercate una casa nella Sacra Famiglia, in cui si pensa nei misteri del Rosario.
Conclude chiedendo loro «di fare della Sacra Famiglia la vostra casa, alla quale possiate tornare da ogni dolore e preoccupazione del mondo, e trovare un conforto, una compensazione e un rifugio».
Sull’autore
Michael Pakaluk, studioso di Aristotele e ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, è professore di Economia Politica alla Busch School of Business della Catholic University of America, ricercatore principale distinto del Gibbons Institute e direttore della American Catholic Quarterly Review. Vive a Hyattsville (Maryland) con la moglie, Catherine, anch’essa docente alla Busch School, e i figli. Il suo libro più recente, sulla legge naturale e l’amicizia civica, Walk in the Good Way, sarà pubblicato prossimamente dalla Catholic University of America Press. Può seguirlo su Substack in Michael Pakaluk.