Leone XIV ha avvertito che la Chiesa non può adattare il contenuto del Vangelo alle «mode culturali» per renderlo più accettabile, e ha ricordato che la Parola di Dio e la Tradizione devono rimanere il criterio ultimo per discernere i cambiamenti della società.
Durante l’udienza generale celebrata questo mercoledì 7 ottobre in piazza San Pietro, il Papa ha ripreso il suo ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II e ha dedicato la sua riflessione alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, a partire dai numeri 40-45 della costituzione pastorale Gaudium et spes.
Il Pontefice ha sottolineato che la Chiesa deve guardare in modo positivo al mondo e prestare attenzione a quanto accade nella società, ma mantenendo al tempo stesso «un animo equilibrato e libero dalle mode culturali» e restando ferma «nella custodia e nella presentazione del messaggio evangelico nella sua integralità».
«Certamente, non è diluendo i contenuti e attenuando le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo», ha affermato Leone XIV, riprendendo alcune parole pronunciate lo scorso mese di maggio davanti al Dicastero per l’Evangelizzazione.
Il Papa ha ricordato anche che la separazione tra la fede professata e la vita quotidiana costituisce, secondo Gaudium et spes, «uno degli errori più gravi della nostra epoca», e ha sottolineato in particolare la missione dei laici, chiamati a portare lo spirito cristiano nella famiglia, nel lavoro e nei diversi ambiti della società.
Di seguito, offriamo la catechesi integrale di Leone XIV:
Catechesi – I documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes 5. La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo (GS, 40-45)
Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Riprendendo la riflessione sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), oggi consideriamo il quarto capitolo della prima parte dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo.
Anzitutto, il Concilio ricorda che la Chiesa non è “al di sopra” o “accanto” al mondo, ma è innestata in esso. «Mundus reconciliatus Ecclesia», scriveva Sant’Agostino (Sermone 96): la Chiesa è un mondo già riconciliato con Dio; siamo pellegrini sulla terra e con questo mondo condividiamo la fragilità e la bellezza (cf. GS, 40).
Come il Figlio di Dio si è incarnato per dare la vita al mondo e riconciliarlo con il Padre, così la Chiesa abita nel mondo come segno dell’incarnazione di Dio per manifestare il suo disegno di farci tutti figli suoi in un’unica grande famiglia umana. Per questo, la Chiesa cammina nella storia in mezzo alle genti e alle culture e «questo intreccio di vita con i popoli le fa comprendere sempre più che la sua missione ha una portata storica e implica una responsabilità rispetto al modo in cui si tessono le relazioni sociali» (Lettera enc. Magnifica humanitas, 19).
La prima missione della Chiesa è quella di aiutare le persone a prestare attenzione alle domande profonde della vita: quelle sulla nostra origine e sul nostro destino, così come quelle sul senso dell’amore e del dolore (cf. GS, 41). La logica del profitto a ogni costo e la manipolazione dell’informazione rischiano di esercitare una pressione indebita affinché le persone si adattino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali, ma il nostro cuore è fatto per guardare in alto.
I Padri del Concilio ricordano che la missione della Chiesa si realizza anche contribuendo alla costruzione della città terrena. Tuttavia, i suoi metodi e il suo fine non sono principalmente di carattere politico, ma consistono nella testimonianza della fede e della carità, insieme all’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità. Adorando Cristo, il Giusto che è morto per gli ingiusti, il credente non può accettare l’oppressione dei piccoli e dei poveri, né quelle strutture ingiuste che perpetuano le condizioni di dipendenza e di ingiustizia. La Dottrina sociale della Chiesa orienta l’azione dei cristiani, che collaborano con tutte le persone di buona volontà per promuovere il bene comune. La Chiesa, pertanto, «non desidera tanto altro se non svilupparsi liberamente, al servizio di tutti, sotto qualsiasi regime politico che riconosca i diritti fondamentali della persona e della famiglia e gli imperativi del bene comune» (GS, 42).
Per compiere efficacemente la missione evangelica è necessario che ogni battezzato si impegni a cooperare con la grazia dello Spirito Santo, affinché la sua fede sia viva e si esprima in comportamenti coerenti. Infatti, come ricordano i Padri conciliari, la separazione tra la fede professata e la vita quotidiana «deve essere considerata come uno degli errori più gravi della nostra epoca» (GS, 43).
Gaudium et spes riserva una menzione particolare (cf. ibid.) alla missione dei fedeli laici, i quali, in virtù del Battesimo, sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e la visione del Vangelo. Luoghi principali di questa azione, che ben può definirsi sacerdotale, sono indubbiamente la famiglia e l’attività lavorativa, ma si estende a tutti gli ambiti della vita.
Infine, la Chiesa è sempre attenta a quanto nella società accade e si sviluppa (cf. GS, 44). È compito di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, discernere quanto nelle culture del nostro tempo è degno di considerazione, avendo sempre come supremo criterio di discernimento la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa. Ciò richiede un animo equilibrato e libero dalle mode culturali, capace di guardare al mondo in modo positivo e, al tempo stesso, fermo nella custodia e nella presentazione del messaggio evangelico nella sua integralità. Infatti, «Certamente, non è diluendo i contenuti e attenuando le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo» (Discorso alla Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione questioni fondamentali dell’evangelizzazione del mondo, 28 maggio 2026).
Cari, la Chiesa, mentre è in cammino nella storia, «non pretende altro se non l’avvento del regno di Dio e la salvezza di tutta l’umanità» (GS, 45). A questo fine, si orienta soprattutto attraverso la santità personale e l’amore fraterno. Scriveva San Paolo VI: «Senza questo segno di santità, la nostra parola difficilmente aprirà breccia nel cuore degli uomini di questo tempo. Corre il rischio di diventare vana e infeconda» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 76). Pertanto, rendiamoci docili all’azione dello Spirito Santo, affinché ci aiuti a vivere nella santità e nella carità, perché il mondo possa credere e avere speranza.