C’è qualcosa di deliziosamente paradossale nelle obiezioni che, nel 1914, monsignor Alessandro Verde formulò contro l’introduzione della causa di suor Teresa del Bambin Gesù. Quanto più si leggono, tanto più si avverte che quel severissimo giurista romano vide con straordinaria lucidità ciò che c’era di nuovo in Teresa; solo che, all’inizio, contemplò quella novità da categorie giuridiche che difficilmente potevano contenerla. Non negò propriamente che fosse santa. La sua difficoltà era un’altra e, in certo modo, più interessante: come dimostrare giuridicamente l’eroicità di una vita la cui grandezza era consistita precisamente nel non sembrare grande? Questa è la vera storia del cosiddetto «avvocato del diavolo» di Santa Teresina. E conviene raccontarla senza caricature, perché Alessandro Verde non fu un nemico di Teresa, bensì uno di quegli uomini severi che, senza volerlo, costrinsero la Chiesa a chiedersi con maggiore profondità che cosa sia la santità.
Un procuratore temibile davanti a una giovane carmelitana scalza
Il cosiddetto «avvocato del diavolo» era, tecnicamente, il Promotore della Fede della Sacra Congregazione dei Riti. Il suo ufficio consisteva nel sottoporre le cause di beatificazione e canonizzazione a una vera prova di resistenza: segnalare lacune, contraddizioni, testimonianze deboli, possibili esagerazioni, difetti processuali e tutto ciò che potesse rendere dubbia una fama di santità. Non era lì per lasciarsi commuovere, ma proprio per non lasciarsi commuovere troppo presto.
Alessandro Verde, nato nel 1865, era entrato nella Congregazione dei Riti nel 1896, era stato nominato sottopromotore della Fede nel 1897 e Promotore nel 1902. Nel 1915 sarebbe diventato segretario della Congregazione e Pio XI lo avrebbe creato cardinale nel 1925, proprio l’anno della canonizzazione di Teresa. Nella corrispondenza relativa alla causa era considerato un censore temibile. L’8 aprile 1914 firmò le sue Animadversiones, venticinque pagine di obiezioni. Formalmente appaiono numerate da 1 a 23, sebbene in realtà siano ventiquattro, perché la numerazione contiene due numeri 17. Dieci giorni dopo, il 18 aprile, gli avvocati della causa risposero con un memoriale di cinquantacinque pagine. Il 9 giugno la Congregazione dei Riti emise parere favorevole e, il giorno seguente, Pio X firmò l’introduzione della causa. Ma sarebbe un errore liquidare Verde dicendo semplicemente che Roma non gli diede retta. Alcune delle sue obiezioni erano serie. Proprio per questo risulta tanto istruttivo osservare dove stava la sua forza e dove stava il suo limite.
La domanda di Verde era penetrante: siamo di fronte a una fama spontanea di santità o all’eccezionale successo editoriale di un’autobiografia? Tuttavia, qui appare già il primo equivoco. La diffusione di una santità mediante un libro non dimostra che quella santità sia stata prodotta dal libro. Dimostra soltanto che il libro ha permesso di conoscere ciò che fino ad allora era nascosto. E questo era esattamente ciò che era successo.
I manoscritti di Teresa non nacquero come un allegato preparato per una futura canonizzazione. Il primo manoscritto fu scritto nel 1895 per ordine di Madre Agnese per l’ambito familiare; il secondo nacque da una richiesta di Maria del Sacro Cuore; il terzo fu redatto nel 1897 per ordine della priora, Madre Maria di Gonzaga, quando Teresa era già gravemente malata. Il processo apostolico conserva espressamente la testimonianza di Madre Agnese circa l’origine obbedienziale di quei testi. È vero che, negli ultimi mesi, Teresa comprese che quegli scritti avrebbero potuto fare del bene dopo la sua morte. Ma prevedere la fecondità apostolica di uno scritto non equivale a scrivere un’autobiografia per fabbricarsi un’aureola. Tra le due cose esiste tutta la distanza che corre tra la vanità dell’autore e la coscienza spirituale di una missione.
Qui la storia finì per invertire l’obiezione di Verde. Ciò che nel 1914 poteva sembrare sospetto —che la santità di Teresa si conoscesse fondamentalmente grazie ai suoi scritti— sarebbe finito per essere proprio uno dei grandi argomenti per dichiararla, nel 1997, Dottore della Chiesa. Giovanni Paolo II avrebbe affermato che in quegli scritti si scopre un «carisma particolare di sapienza», un’esperienza originale della grazia e un’autentica «scienza dell’amore». Il libro non creò Teresa: la rese visibile.
«Tutto resta in famiglia»
La seconda grande obiezione di Verde si dirigeva contro i testimoni. Quattro sorelle di sangue di Teresa dichiaravano nel processo; tre di loro —Paolina, Maria e Celina—, più la cugina Maria, avevano inoltre convissuto con lei nello stesso Carmelo. Le loro dichiarazioni erano state preparate con cura e contenevano numerose parole, ricordi e osservazioni su Teresa. Verde sospettava che quell’insieme potesse diventare una ricostruzione familiare troppo favorevole.
La precauzione è legittima. Un fratello non è necessariamente un testimone falso, ma neppure un testimone indifferente. Ora, il fascicolo era considerevolmente più ampio del piccolo cerchio dei Martin. Nel processo ordinario furono ascoltati quarantotto testimoni; l’edizione successiva pubblicò trentasette dichiarazioni perché undici si riferivano unicamente a miracoli. C’erano carmelitane, sacerdoti, religiosi e laici, e alcune dichiarazioni niente affatto compiacenti furono accuratamente incorporate agli atti. Le sorelle prepararono le loro deposizioni, certamente, ma lo fecero a partire dal questionario ufficiale e in quella documentazione apparvero dati franchi e persino scomodi.
Questo è un dettaglio decisivo: se fosse esistita un’operazione destinata semplicemente a fabbricare una Teresa impeccabile, risulta piuttosto strano che siano giunte fino a noi, proprio grazie al processo, tante osservazioni avverse su di lei. Una sorella opinava che Teresa non facesse nulla di straordinario; un’altra la trovava poco utile per il lavoro; un’altra pensava che fosse facile essere santi vivendo circondati dalle proprie sorelle. Verde raccoglie quelle frasi con scrupolosità. Ma la loro esistenza dimostra, paradossalmente, che la documentazione non fu ripulita fino a lasciare soltanto incenso.
E c’è ancora qualcosa di più interessante. Madre Maria di Gonzaga, la cui possibile riserva verso Teresa risultava particolarmente utile a Verde, lasciò testimonianze che difficilmente si accordano con la tesi di una fama creata unicamente dopo da Storia di un’anima. L’11 novembre 1897, quando il libro non era ancora apparso, scriveva al padre Roulland che la vita di Teresa era stata «amore e sacrificio» e che aveva subito un vero martirio. Nel libro delle professioni avrebbe poi lasciato un elogio straordinario della sua umiltà, obbedienza, carità, prudenza e regolarità. Non esisteva unanimità immediata, ma la santità non si decide per votazione nella sala della ricreazione.
Una santa senza direttore spirituale
Verde mise poi il dito su un punto delicatissimo: se la santità di Teresa era essenzialmente interiore e appena visibile, chi poteva garantire quel mondo interiore? La testimonianza ideale sarebbe stata quella del confessore abituale che avesse conosciuto profondamente la sua coscienza. E quella testimonianza mancava.
Inoltre, Teresa parlava di Gesù come suo vero Direttore e confessava la difficoltà che aveva avuto a trovare una direzione spirituale stabile. Verde vedeva qui un pericolo: una ragazza molto giovane che sembrava avanzare da sola in materie spirituali, elaborando persino una «piccola via», poteva aver confuso ispirazione con soggettivismo. Portato il sospetto all’estremo, appariva persino il fantasma del quietismo.
Ma Teresa non fu un’autodidatta religiosa che avesse deciso di prescindere dalla Chiesa. Ebbe relazione spirituale con il gesuita Almire Pichon; ricevette dal francescano Alexis Prou, durante il ritiro del 1891, la decisiva conferma che lei avrebbe descritto dicendo che l’aveva lanciata «a tutta vela sulle onde della fiducia e dell’amore»; consultò confessori e seguì consigli concreti, anche durante la sua terribile prova contro la fede.
Lo stesso padre Pichon dichiarò successivamente che Teresa esponeva le sue difficoltà con sobrietà, senza insistere per imporre il proprio parere, e che risultava facile dirigerla. È un’osservazione preziosa perché tocca esattamente il punto che Verde considerava problematico. Che Teresa scoprisse interiormente una via propria non significa che si erigesse a proprio magistero. Si arriva a un momento in cui gli aiuti ricevuti dall’esterno non sostituiscono l’azione immediata della grazia. Giovanni della Croce non imparò da un confessore la Fiamma d’amore viva. Teresa d’Avila obbedì, consultò e patì confessori (così talentuosa lei, non parlò mai di «direttori»), ma l’esperienza che diede origine al Castello interiore era sua. La direzione spirituale discerne la grazia; non la fabbrica.
Il problema più grave: Teresa testimoniava su Teresa
Forse fu l’obiezione giuridicamente più forte. Se la Storia di un’anima è la principale fonte per conoscere l’eroicità interiore di Teresa, allora Teresa diventa il principale testimone della propria causa. E un accusato non può essere il proprio giudice, né un candidato agli altari può dimostrare la propria santità mediante un autoritratto.
Verde aveva ragione in una cosa: un’autobiografia non può essere accettata ingenuamente come prova conclusiva di ciò che il suo autore afferma su di sé. Ma da ciò non segue che sia inutile. L’autobiografia permette di conoscere l’interiorità; i testimoni permettono di verificare se quell’interiorità corrispondeva alla condotta. Ed è proprio lì il valore della convergenza. Quando Teresa parla di pazienza, carità, rinuncia, silenzio davanti alle umiliazioni, obbedienza o abbandono, il processo cerca poi ciò che videro coloro che convissero con lei. Non si canonizza il libro isolato dalla vita; si confronta il libro con la vita.
Risulta particolarmente significativo che il processo apostolico conservi testimonianze di religiose non appartenenti alla famiglia Martin che descrivono precisamente quella eguaglianza d’animo, umiltà, oblio di sé e amore di Dio che i manoscritti presentano dall’interno. Una religiosa anziana, suor Maria Filomena, sarebbe arrivata a dichiarare che non credeva possibile possedere minore ricerca di sé e maggiore eguaglianza di carattere. L’autobiografia non sostituiva, dunque, i testimoni. Permetteva di comprendere ciò che i testimoni avevano visto senza comprenderne sempre la profondità.
Lo scandalo di una santità che non si notava
Qui Verde arriva al cuore della questione. Ammette persino, in uno dei passaggi più impressionanti delle sue Animadversiones, che Teresa forse fosse veramente santa «davanti a Dio». La sua difficoltà è che la Chiesa ha bisogno di prove. Se tutta la sua eroicità era rimasta nascosta nel cuore, come dimostrarla?
Per Verde, la virtù eroica doveva possedere una grandezza capace di imporsi agli occhi. Teresa, invece, aveva praticato piccole rinunce, piccole pazienze, piccole carità, piccole umiliazioni. Nulla di simile ai grandi digiuni, penitenze, fondazioni, pellegrinaggi o gesti spettacolari che abbondavano in tante vite classiche di santi. Anche la sua morte era stata esteriormente ordinaria.
Questa è, probabilmente, l’obiezione più bella perché contiene già, senza saperlo, la risposta. Verde stava chiedendo a Teresa di dimostrare l’eroicità secondo un modello che Teresa era venuta proprio ad ampliare. La «piccola via» non nega l’eroicità ma ne trasferisce lo scenario. L’eroico può consistere nel morire martire davanti a un carnefice; ma può anche consistere nel sopportare per anni, senza drammatizzare, ciò che mortifica quotidianamente l’amor proprio. L’oggetto materiale può essere piccolo mentre l’atto interiore raggiunge un’intensità straordinaria. Un sorriso può costare più di un cilicio. Non è la grandezza esteriore dell’atto a misurare sempre il grado di carità con cui si realizza.
La Chiesa avrebbe finito per definirlo formalmente. Il 14 agosto 1921 dichiarò provata in Teresa l’eroicità delle virtù teologali e cardinali. E sotto quel decreto figura una firma carica di ironia provvidenziale: «Alexandre Verde, Segretario della Sacra Congregazione dei Riti». Lo stesso uomo che nel 1914 aveva chiesto dove fosse l’eroicità finì per firmare il decreto che dichiarava che era lì.
«Non faceva nulla di straordinario»
Verde utilizza anche le testimonianze discordanti di alcune carmelitane. Una religiosa si chiedeva che cosa avrebbero potuto scrivere su Teresa dopo la sua morte. Un’altra diceva che «non faceva nulla di notevole». Un’altra trovava la sua pietà infantile e superficiale. Madre Maria di Gonzaga aveva avuto le proprie variazioni di giudizio. Per il Promotore della Fede, quella mancanza di unanimità indeboliva seriamente la fama sanctitatis.
Ma qui si produce un’altra inversione straordinariamente teresiana. Che alcune religiose non vedessero nulla di eccezionale in Teresa non costituisce una confutazione del suo cammino; costituisce quasi la sua perfetta illustrazione. Teresa non pretendeva di sembrare straordinaria. Se avesse percorso i transiti del Carmelo mostrando visibilmente che stava praticando virtù eroiche, sarebbe rimasta piuttosto malconcia la sua dottrina della piccolezza e dell’oblio di sé. La sua santità doveva essere trasparente per chi sapesse guardare, ma poteva passare inosservata per chi identificasse la santità con fenomeni straordinari.
Ancora di più: la presenza di opinioni ostili rende più preziosi i testimoni favorevoli. Non siamo di fronte a una comunità ipnotizzata collettivamente da una sorella ammirabile, ma di fronte a donne reali, con simpatie e antipatie, che convissero in pochi metri quadrati per anni. Alcune non la compresero, altre cambiarono opinione e altre videro molto presto qualcosa di eccezionale. La santità cristiana non ha mai preteso di essere riconosciuta da tutti i contemporanei. Se questo fosse stato il criterio, le cause di non pochi santi sarebbero terminate prima ancora di cominciare.
«Vous savez bien que vous soignez une petite sainte»
Ancora più delicata fu l’accusa di mancanza di umiltà. Verde trovò frasi sorprendenti nelle testimonianze delle sorelle. Teresa aveva parlato di ciò che sarebbe successo dopo la sua morte, aveva chiesto che si conservassero oggetti suoi, aveva annunciato che avrebbe fatto cadere una «pioggia di rose» e, in un’occasione, disse sorridendo alle sorelle: «Sanno bene che stanno curando una santina». Per il giurista romano, quello poteva sembrare una coscienza troppo soddisfatta della propria santità.
Vista isolatamente, la frase è formidabile munizione per un avvocato del diavolo. Vista dentro Teresa, cambia completamente, perché tutta la sua dottrina consiste precisamente nel rinunciare ad attribuirsi la santità come proprietà. Non confida nei propri meriti; confida nella misericordia. Non dice: sono grande e per questo andrò in cielo. Dice esattamente il contrario: sono piccola e spero tutto da Dio.
Una delle testimonianze del processo conserva questo suo insegnamento: riconosceva che non sempre faceva ciò che consigliava, ma aggiungeva che non si scoraggiava e tornava ad abbandonarsi nelle braccia di Gesù. La sua umiltà non consisteva nel negare i doni ricevuti, ma nel negare che fossero possesso proprio. Qui Benedetto XV avrebbe dato, sette anni dopo, una risposta quasi punto per punto all’obiezione. Spiegando ufficialmente l’infanzia spirituale di Teresa, affermò che questa esclude «il superbo concetto di sé», la presunzione di raggiungere con mezzi umani un fine soprannaturale e l’illusione di bastare a se stessi; positivamente, consiste nella fiducia e nell’abbandono in Dio. Difficilmente si poteva formulare una confutazione più esatta del sospetto di presunzione.
L’umiltà cristiana non obbliga a ignorare ciò che Dio fa in una persona. La Santissima Vergine può dire che tutte le generazioni la chiameranno beata e continuare a essere l’umile serva del Signore perché, nella frase immediatamente precedente, ha stabilito la ragione: «perché ha fatto in me grandi cose il Potente». Il soggetto delle meraviglie è Dio. Teresa parla esattamente da quella grammatica del Magnificat.
E se quella sicurezza proveniva dal demonio?
Verde portò l’argomento ancora più lontano. Da dove proveniva l’eccezionale sicurezza di Teresa circa la sua salvezza, la sua futura missione e la sua azione dopo la morte? Poteva attribuirsi a Dio, naturalmente. Ma chi aveva compiuto il discernimento sufficiente per scartare un’illusione spirituale o una tentazione di orgoglio? Di nuovo appare il confessore assente.
La cautela, in astratto, è ineccepibile. La tradizione spirituale cattolica ha sempre diffidato di chi trasforma le proprie ispirazioni private in certezza indiscutibile. Ma la sicurezza di Teresa presenta un tratto che la separa radicalmente dalla presunzione: non si fonda su una convinzione di impeccabilità. Coincide, proprio durante gli ultimi mesi, con la grande prova della fede, con l’esperienza di oscurità, con la malattia e con la sensazione fisica di crollo. La sua fiducia non procede dal sentirsi spiritualmente potente, ma dal continuare a sperare quando è scomparsa gran parte del conforto sensibile. Questo è teologicamente molto diverso. La presunzione dice: Dio mi deve il cielo perché sono buona. Teresa dice: spero il cielo perché Dio è misericordioso.
Una dottrina troppo audace per una ragazza?
Verde non lasciò passare nemmeno alcune espressioni dell’Atto di offerta all’Amore misericordioso. Il censore teologico aveva formulato riserve su certi giri di frase che, interpretati troppo letteralmente, potevano suonare esagerati. A Verde preoccupava inoltre che una religiosa così giovane, senza studi teologici sistematici e con scarsa direzione stabile, formulasse una dottrina spirituale così personale. Il processo degli scritti, tuttavia, si era già concluso con la sua approvazione nel dicembre 1912.
Qui il tempo ha pronunciato forse la risposta più spettacolare di tutte. Quella giovane senza formazione accademica che destava sospetti per aver osato scoprire una «via» propria sarebbe stata proclamata Dottore della Chiesa. Giovanni Paolo II non nascose precisamente quel paradosso: sottolineò che Teresa mancava di formazione teologica specializzata, ma riconobbe in lei un’intelligenza singolare del mistero cristiano, nutrita dalla Scrittura e da Giovanni della Croce, e parlò espressamente di «dottrina eminente». Verde aveva individuato perfettamente l’audacia dottrinale. Si sbagliò soltanto nel chiedersi se tanta audacia potesse provenire da una ragazza così piccola. La Chiesa avrebbe finito per rispondere che proprio poteva.
Una morte troppo ordinaria
Disconcertava anche il Promotore della Fede la morte di Teresa: si aspettava, in certa misura, che un’eroicità veramente eccezionale lasciasse qualche segno eccezionale. In altri santi, la morte aveva prodotto impressione immediata, folle, fama spontanea. In Teresa non ci fu un’esplosione simile. La sua celebrità arrivò dopo.
Ma neppure qui la storia è così semplice. Prima della pubblicazione della Storia di un’anima esistono già testimonianze molto significative. Maurice Bellière, uno dei suoi fratelli spirituali, scriveva nel luglio 1897, quando Teresa era ancora viva, riferendosi a lei come «la Sainte». Madre Maria di Gonzaga, poche settimane dopo la sua morte e prima che apparisse il libro, parlava della sua vita come di un’esistenza di amore e sacrificio. Non esisteva ancora una fama sanctitatis universale, è vero, ma neppure esisteva il vuoto assoluto che l’argomentazione di Verde aveva bisogno di supporre. La fama non fu creata dal nulla; fu amplificata.
La propaganda del Carmelo
L’obiezione meritava di essere presa sul serio: si stamparono libri, stampe e ricordi; sacerdoti e amici diffusero attivamente la figura di Teresa; alcuni Carmeli giudicarono eccessivo quel dispiegamento. Il padre Taylor riconobbe di aver propagato immagini ed esemplari della vita in Gran Bretagna, nelle colonie britanniche e negli Stati Uniti.
Tuttavia, il processo stesso contiene una distinzione sommamente sensata: diffusione non equivale necessariamente a «richiamo fittizio». Un testimone dichiarò che, molte volte, la convinzione precedente circa la santità portava a chiedere il libro o i ricordi, e non il contrario; aggiungeva che le carmelitane non l’avevano mai pressato per promuovere attivamente quel culto.
E qui risulta pertinente una semplice considerazione storica. Nessuna campagna editoriale può spiegare da sola che un libro scritto da una carmelitana sconosciuta di una piccola città normanna attraversi paesi, culture e generazioni per più di un secolo. La propaganda può provocare una moda. Difficilmente produce da sola una tradizione spirituale universale. La straordinaria diffusione di Teresa, che Verde guardava ancora come possibile fattore di sospetto, fu contemplata da Benedetto XV e poi dal Magistero come uno degli indizi della fecondità ecclesiale della sua dottrina. Giovanni Paolo II avrebbe ricordato nel 1997 precisamente l’universalità della sua ricezione come elemento rilevante per riconoscere il suo magistero spirituale.
A sua cugina mandava croci
Alla fine, Verde non disdegnò nemmeno un dettaglio quasi affettuoso. Tra le innumerevoli persone che dicevano di aver ricevuto favori per intercessione di Teresa, la cugina Jeanne Guérin La Néele dichiarò che lei la invocava, ma sembrava ricevere «più croci che consolazioni». Il Promotore della Fede approfittò persino di quello per mettere un piccolo sassolino sul piatto contrario.
È difficile non sorridere un po’. Che una santa mandi croci più che consolazioni potrebbe essere un’obiezione contro determinate aspettative devozionali; contro la santità cristiana sembra un argomento di efficacia piuttosto limitata. Ma il dettaglio ritrae mirabilmente Verde: non voleva lasciare senza esaminare nulla, nemmeno una cugina delusa.
Il grande equivoco di Verde
Al termine delle sue Animadversiones, Verde formula la sua vera difficoltà. Può concedersi —viene a dire— che Teresa sia santa davanti a Dio. Ma se quella santità rimase nascosta, se la sua fama nacque fondamentalmente da un testo scritto da lei stessa e se mancano manifestazioni esterne inequivocabili di virtù eroica, forse non esisteva materia giuridicamente sufficiente per continuare la causa.
Questo è il punto esatto in cui la sua obiezione risulta al tempo stesso formidabile e vulnerabile, perché Verde aveva avvertito qualcosa che altri forse non avevano ancora compreso: Teresa costringeva a ripensare il rapporto tra eroicità e visibilità. Il suo errore non consistette tanto nell’essere severo quanto nell’identificare troppo strettamente l’eroico con l’eccezionale.
Teresa veniva a ricordare che il Vangelo possiede un’altra misura. Il bicchiere d’acqua può contenere una carità eroica, il silenzio può essere martirio dell’amor proprio, un sorriso può essere vittoria su una ripugnanza invincibile. La piccolezza dell’atto non implica piccolezza dell’amore. E quando milioni di atti piccoli restano riuniti sotto una decisione assoluta di vivere per Dio, forse l’eroico consiste precisamente nel fatto che nessuno abbia sentito il rumore della battaglia.
Per questo, in certo modo, l’«avvocato del diavolo» fu uno dei primi a comprendere Teresa, sebbene la comprendesse per opposizione. Percepì che quella ragazza alterava uno schema di santità, che la sua grandezza non si adattava troppo al modello che lui si aspettava di trovare, che la sua dottrina conferiva una densità nuova all’ordinario, che la sua autobiografia risultava inseparabile dalla sua missione e che quella giovane religiosa possedeva una sicurezza straordinaria circa ciò che aveva scoperto. Tutto questo era vero; mancava solo cambiare il segno della conclusione.
L’ultimo dettaglio
La storia ebbe per Alessandro Verde una delicatezza teresiana: non rimase sconfitto né umiliato; continuò a servire la Congregazione. Nel 1915 fu nominato segretario. Nel 1921 firmò il decreto che riconosceva le virtù eroiche di Teresa. Nel 1925, l’anno in cui Pio XI la canonizzò, Verde fu creato cardinale. Seguí, inoltre, con vero interesse le tappe successive della causa, fino a morire nel 1958, a 93 anni, essendo stato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore, come cardinale senza essere vescovo!
Non c’è, quindi, da mettere di fronte Teresa e il suo «avvocato del diavolo» come se uno dei due dovesse rimanere screditato. Verde fece il suo lavoro. E lo fece così bene che costrinse a formulare con precisione ciò che c’era di originale nella santa.
Forse per questo le sue obiezioni si leggono oggi con una sensazione curiosa. Ogni difficoltà sembra aprire una porta. La santità nascosta conduce direttamente alla piccola via; il peso decisivo dei suoi scritti annuncia già la futura Dottore della Chiesa; quella sicurezza che al giurista sembrava eccessiva risulta inseparabile dalla sua fiducia; l’assenza di grandi imprese permette di comprendere l’eroismo del piccolo; e il suo convincimento di una missione dopo la morte acquista una strana eloquenza quando si contempla l’espansione che la sua voce ha avuto in tutto il mondo dal 1897.
Alessandro Verde volle trovare la crepa in Teresa del Bambin Gesù e finì per indicare, una per una, le finestre da cui entrava la luce.