Lo «stato di necessità» è stato l’argomento centrale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) per giustificare le consacrazioni episcopali celebrate il 1° luglio senza mandato pontificio. La questione ha occupato gran parte del dibattito degli ultimi mesi, ma restava in sospeso una spiegazione più precisa di cosa intenda la Fraternità con tale necessità e, soprattutto, perché ritenga che essa persista nonostante la presenza di comunità tradizionali in piena comunione con Roma.
Padre Daniele Di Sorco, sacerdote del distretto italiano della FSSPX, ha affrontato ora specificamente tali questioni in un intervento riportato dal Catholic Herald. La sua spiegazione sviluppa l’argomento formulato a febbraio dal superiore generale, Davide Pagliarani, e risponde a una delle principali obiezioni sollevate dal mondo tradizionale contrario alle nuove consacrazioni.
Un pericolo per la fede dei fedeli
Di Sorco parte da una definizione generale. Uno stato di necessità si verifica quando esiste un pericolo per il corpo —necessità fisica— o per l’anima —necessità spirituale—.
La FSSPX sostiene che attualmente esiste una necessità spirituale di carattere grave e generalizzato perché, a suo giudizio, una parte considerevole del clero in situazione canonica regolare trasmette dottrine erronee o un insegnamento morale carente.
«Non insegnano più la fede come dovrebbero», afferma Di Sorco, che indica specificamente le dottrine derivanti dal Concilio Vaticano II e aggiunge che, in ambito morale, vengono talvolta presentate come lecite condotte che non lo sarebbero.
Il sacerdote estende il suo argomento all’ambito sacramentale e liturgico. Anche quando i sacramenti celebrati secondo i libri riformati sono validi, afferma, vengono amministrati all’interno di riti che, secondo la Fraternità, «non esprimono più adeguatamente la fede cattolica».
Da qui deriva la tesi centrale: un fedele che ricorresse ordinariamente a tali sacerdoti potrebbe trovarsi, secondo la FSSPX, di fronte al pericolo che la sua fede risulti alterata.
«È chiaro che ci troviamo di fronte a una situazione di necessità grave e comune, che il diritto assimila alla necessità estrema individuale», conclude Di Sorco.
La spiegazione concreta chiarisce quanto Pagliarani aveva sostenuto quando annunciò le consacrazioni episcopali. Allora affermò che «lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano le anime» esigeva garantire la continuità dell’opera della Fraternità e arrivò a sostenere che in una parrocchia ordinaria i fedeli non trovano più, in modo generale, i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza.
E gli istituti tradizionali in piena comunione con Roma?
La principale novità della spiegazione di Di Sorco appare nel rispondere a un argomento particolarmente rilevante dopo le consacrazioni: se esistono sacerdoti e istituti tradizionali pienamente riconosciuti dalla Santa Sede, si può ancora sostenere che i fedeli si trovino in uno stato di necessità?
Di Sorco risponde affermativamente.
A suo giudizio, i sacerdoti appartenenti agli antichi istituti Ecclesia Dei costituiscono soltanto «una goccia nell’oceano». L’esistenza di tali comunità non eliminerebbe, quindi, una necessità che la FSSPX considera «comune», cioè una situazione in cui il pericolo si presenta ordinariamente nella maggioranza dei casi.
Ma il suo argomento non si esaurisce in una questione numerica.
Di Sorco segnala che questi istituti, almeno nelle loro posizioni ufficiali, hanno accettato il Concilio Vaticano II e riconosciuto la legittimità della riforma liturgica, sebbene i loro sacerdoti celebrino abitualmente secondo i libri liturgici tradizionali.
Secondo il suo ragionamento, ricorrere a loro non risolverebbe completamente il problema denunciato dalla FSSPX, perché resterebbe il rischio di aderire in qualche modo a ciò che la Fraternità considera errori dottrinali.
«È chiaro che lo stato di necessità non cessa per la presenza di pochi sacerdoti che insegnano correttamente la dottrina o celebrano la Messa secondo il rito antico», sostiene.
Questa affermazione risulta particolarmente significativa perché Roma ha contemplato proprio gli istituti tradizionali in piena comunione come alternativa per chi desidera conservare la liturgia tradizionale senza seguire la FSSPX. Prima delle consacrazioni, il cardinale Gerhard Müller arrivò a proporre nel concistoro straordinario l’opportunità di recuperare una struttura simile all’antica Commissione Ecclesia Dei per accogliere sacerdoti e fedeli che eventualmente abbandonassero la Fraternità.
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Una questione che InfoVaticana aveva già sollevato prima delle consacrazioni
L’esistenza o meno di tale stato di necessità è stato uno dei principali punti di discussione nelle settimane precedenti al 1° luglio.
Il cardinale Raymond Burke respinse allora che la situazione della Chiesa riunisse le condizioni necessarie per giustificare le consacrazioni. InfoVaticana segnalò in quel momento una distinzione fondamentale tra l’esistenza de iure dei mezzi di salvezza nella Chiesa e l’accesso de facto che molti fedeli hanno a una predicazione integra, a una liturgia dignitosa e a un’adeguata assistenza sacramentale.
La nuova spiegazione di Di Sorco si muove precisamente su questo secondo piano: non sostiene che i mezzi di salvezza siano scomparsi dalla Chiesa, ma argomenta che per un numero sufficientemente ampio di fedeli risulta difficile accedervi ordinariamente nelle condizioni che la FSSPX considera necessarie.
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Lo «stato di necessità» resta al centro del conflitto con Roma
Il chiarimento non risolve la controversia canonica. Roma ha respinto la giustificazione invocata dalla FSSPX e, dopo le consacrazioni del 1° luglio, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha dichiarato che queste avevano configurato il delitto di scisma e ha stabilito gravi conseguenze canoniche per vescovi, sacerdoti e fedeli che aderiscano formalmente alla Fraternità.
La FSSPX, da parte sua, ha impugnato formalmente il decreto. L’11 luglio ha presentato il ricorso amministrativo preventivo previsto dal Codice di Diritto Canonico, continuando al contempo a sostenere che le sanzioni sono ingiuste e che lo stato di necessità deve essere tenuto in considerazione per valutare giuridicamente le consacrazioni.
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