La crociata portoghese verso l'Oceano Indiano (1415 – 1499)

Di: Pilar Abellán OV

La crociata portoghese verso l'Oceano Indiano (1415 – 1499)

“Nel agosto del 1415, una flotta portoghese attraversò lo stretto di Gibilterra e assaltò il porto musulmano di Ceuta, in Marocco, una delle piazzeforti più fortificate e strategiche di tutto il Mediterraneo. La sua cattura stupì l’Europa. All’inizio del XV secolo, la popolazione portoghese non superava il milione di abitanti” (Roger Crowley).

Iniziamo in questa nuova sezione, “Cristianità o Modernità: una visione cristiana della Storia”, con una breve serie sull’espansione del Portogallo nell’Oceano Indiano, l’evangelizzazione della colonia portoghese di Goa e la migrazione dei goani dall’India verso l’Africa orientale durante i secoli XIX e XX, con la conseguente formazione di minoranze indo-portoghesi cattoliche diasporiche in diversi contesti africani.

Si affronterà la storia evenemenziale (tecnicismo coniato dalla Scuola degli Annales per riferirsi alla storia degli eventi) come quadro storico e geografico, per trattare le idee di fondo, una storia del pensiero, della Cristianità, dell’irruzione della Modernità e delle sue nefaste conseguenze.

1.-La crociata portoghese verso l’Oceano Indiano:

La partecipazione dei portoghesi alla Reconquista della Penisola Iberica iniziò con la fondazione della Contea di Portogallo nell’anno 868, quando fu conquistata dai cristiani, e continuò fino all’anno 1249, quando furono prese le ultime città sotto il dominio musulmano nell’Algarve. Durante quel periodo, il Portogallo passò dall’essere una contea a un regno completamente indipendente nel 1139, indipendenza confermata nel 1179 da Papa Alessandro III. Sui fondamenti di questo piccolo regno che guardava verso il vasto oceano Atlantico si sarebbe costituito l’Impero Portoghese.

Nel 1415, mentre i regni di Castiglia e Aragona, il Portogallo intraprese con successo la sua prima avventura di crociata con l’assalto e la presa della città di Ceuta, nello stretto di Gibilterra. In un esempio di quello che sarebbe stato il successivo modello esplorativo portoghese, il re guidò la conquista della città di Ceuta, attraverso la quale passava gran parte del commercio nello stretto.

La questione commerciale è quella citata dalla maggior parte degli storici per spiegare l’espansione portoghese verso le coste africane occidentali e orientali nei secoli XV e XVI. Tuttavia, una volta compreso il contesto in cui si produsse e gli argomenti degli stessi portoghesi dell’epoca, siamo in grado di capire che il fattore principale fu la mentalità di crociata: la lotta contro l’Islam. I regni peninsulari erano in piena reconquista. Il Portogallo, liberato prima di Castiglia dal giogo musulmano, si lanciò sui mari. In questo senso, non può considerarsi casuale che il primo obiettivo fosse Ceuta: non solo per il suo commercio, ma per il facile accesso alla Penisola Iberica dallo stretto.

La Storia come disciplina scientifica è figlia del tempo che la vide nascere, il XIX secolo, con una mentalità positivista e immanentista che rende impossibile la comprensione delle mentalità anteriori all’Illuminismo, in cui la dimensione religiosa era determinante per le azioni. Che la presa di Ceuta avesse fini economici lascerebbe senza poter spiegare l’elemento carico di simbolismo di come il re Giovanni I di Portogallo ribattezzò la moschea di Ceuta, che era stata prima ritualmente pulita con sale, come “Nostra Signora d’Africa”, e che lì nominò cavalieri i suoi tre figli, i principi Duarte, Pedro e Henrique.

È vero, anche, che a Ceuta arrivavano rotte carovaniere dall’Oriente e dal cuore dell’Africa.

Per tutto ciò, lo storico bestseller Roger Crowley ammette nella sua opera Conquerors che le imprese di crociata contro i musulmani nel nord dell’Africa furono profondamente intrecciate con l’avventura marittima del Portogallo.

Dopo la presa di Ceuta, i portoghesi si lanciarono verso l’Oceano Atlantico e realizzarono tra il 1419 e il 1456 le prime incursioni nella Macaronesia, il nome collettivo degli arcipelaghi delle Azzorre, Canarie, Capo Verde, Madera e le isole Selvagge. Da queste isole, i portoghesi, in imprese di spedizione sempre inviate dalla Corona, migliorando costantemente le loro tecniche di costruzione di navi e la conoscenza delle correnti marine e dei venti, scesero lungo la costa occidentale del continente africano. Nel 1460 si addentrarono nel golfo di Guinea e si stabilirono nelle isole di São Tomé e Príncipe.

A quanto pare, il regno di Castiglia, ancora in mezzo alla battaglia per l’espulsione dei musulmani dal territorio peninsulare, inviò anche esploratori in queste regioni africane, portando a uno scontro tra i due regni nel 1478, che si concluse con la vittoria portoghese.

La storiografia insiste fondamentalmente sui motivi economici dell’espansione, specialmente sulla ricerca di una rotta alternativa per il commercio delle spezie, una volta che la rotta terrestre era stata presa dai musulmani dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453. Tuttavia, è lecito chiedersi se, come ha ben spiegato P. Javier Olivera Ravasi nella sua trilogia Que no te la cuenten: la falsificación de la Historia, l’idea di Colombo di addentrarsi nell’Atlantico verso ovest si inquadrava nella mentalità di crociata per arrivare in Terra Santa e raggiungere alle spalle i turchi ottomani, non fosse questa anche la motivazione dei portoghesi, poiché stiamo parlando di monarchie cristiane con un’idea espansionista simile, anche se quella portoghese fu precedente: trovare una rotta alternativa verso l’oriente bloccato dai mori, ma non semplicemente per commerciare, bensì per eliminare l’Islam. Dettagli molto significativi del racconto dell’espansione portoghese confermeranno, come vedremo, questa tesi.

L’incapacità della mentalità moderna di leggere le situazioni dalla prospettiva di uomini di altri tempi, specialmente per quanto riguarda la questione religiosa, non è condivisa dagli storici musulmani contemporanei, come possiamo vedere nell’interessante articolo del professor Nazeer Ahmed sulle “devastazioni portoghesi nell’Oceano Indiano”, che afferma chiaramente che “la scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa furono conseguenze logiche della rivalità religioso-politica tra le potenze cristiane di Iberia e le potenze musulmane del nord Africa. Man mano che il Maghreb si disintegrava, le potenze cristiane di Iberia, con la cooperazione delle potenze marittime d’Italia, consolidavano le loro posizioni e proiettavano il loro potere molto oltre i confini della Penisola Iberica. La religione e il lucro furono le principali motivazioni della spinta luso-spagnola. Il fanatismo cristiano si espresse attraverso l’Inquisizione spagnola”.

Tra il 1473 e il 1482 i portoghesi avanzarono verso sud lungo la costa occidentale africana, mentre facevano incursioni lungo il corso dei fiumi verso l’interno del continente. Mettendo piede a terra, i portoghesi piantavano sulla riva quello che chiamavano “padrao” o pilastro, un pilastro di pietra coronato da una croce in cui si indicava l’anno di arrivo, il nome del re e quello dello scopritore. Il monumento veniva scolpito in Portogallo ed era portato sulle imbarcazioni che partivano, avendo considerato bene le ultime scoperte cartografiche e fissando gli obiettivi delle spedizioni con cura.

Tolomeo aveva disegnato l’Oceano Indiano come un mare chiuso tra le terre di una costa africana che si estendeva verso est, ma esistevano anche voci che parlavano del continente africano come dotato di una forma triangolare a partire dalla quale, una volta costeggiato il sud, si poteva avanzare per mare verso l’India. Questo era l’obiettivo dei portoghesi, come sottolineano gli autori, anche se intendevano anche trovare il quasi mitico Prete Gianni, un re cristiano nelle terre alte dell’Etiopia, con cui allearsi per penetrare nell’estremo orientale del Mar Mediterraneo verso Terra Santa. Con questa idea partì la spedizione di Bartolomeo Dias, che nel 1488 riuscì a doppiare l’estremo sud dell’Africa. Dias arrivò a Kwaaikoek, piantò un padrao e intraprese la navigazione di ritorno verso il Portogallo. Contemporaneamente, l’esploratore Pedro Covilha era stato inviato dal re del Portogallo attraversando il Mediterraneo verso l’incontro con il Prete Gianni.

Nel 1491, l’erede al trono del re Giovanni II di Portogallo, Afonso, morì in un incidente a cavallo, dando luogo a una crisi di successione. Presto si determinò che la corona sarebbe andata a Manuele, duca di Beja, cugino di Giovanni II, che fu incoronato nel 1495. Tre anni prima, Cristoforo Colombo era arrivato, a nome della corona di Castiglia, nei Caraibi, dopo aver cercato di negoziare per anni, senza successo, con il re del Portogallo. E un anno prima, nel 1494, davanti alla tensione che si stava creando tra portoghesi e spagnoli per i territori scoperti, fu firmato il Trattato di Tordesillas, che fu sanzionato dal Papa, con cui si pretendeva di evitare qualsiasi frizione futura facendo sì che queste due potenze cattoliche si mettessero d’accordo in anticipo su chi avrebbe reclamato quali territori: il Portogallo aveva accesso al territorio a est della linea immaginaria situata a 370 leghe a ovest delle Azzorre, mentre la Spagna aveva accesso a quelli a ovest. Cioè: il Sommo Pontefice della Chiesa faceva donazione dei territori, poiché riceveva il riconoscimento generale dei sovrani cristiani sui territori infedeli in cui non era stabilita da alcun diritto precedente, a titolo di quello che i canonisti chiamavano la sua “giurisdizione immediata e universale”.

Prima di analizzare le diverse spedizioni di Vasco da Gama in India, è molto pertinente fermarsi a considerare il cerimoniale della partenza, seguendo la dettagliata descrizione di Roger Crowley, basata sulla cronaca di Joao de Barros: “A metà dell’estate del 1497, la spedizione era pronta: le vele blasonate con la croce rossa dell’Ordine di Cristo, i cannoni arrotolati a bordo, i pesanti cannoni in posizione e gli equipaggi riuniti. La piccola flotta uscì dai cantieri e gettò l’ancora davanti alla spiaggia di Restelo, un villaggio di pescatori a valle di Lisbona. In mezzo a un caldo soffocante, il re Manuele si era ritirato nel suo castello di Montemor-o-Novo, e fu lì che Vasco da Gama e i suoi capitani si diressero per ricevere le istruzioni di navigazione e la benedizione rituale del re. In ginocchio, Gama fu investito solennemente del comando della spedizione e di uno stendardo di seta con la croce dei templari. Gli furono date istruzioni: cercare i re cristiani dell’India in una città chiamata Calicut e stabilire un commercio di spezie. Aveva una lettera per il re di Calicut e un’altra per il Prete Gianni. La missione era allo stesso tempo sacra e secolare, con tinte di crociata mescolate a rivalità commerciale. Restelo, sulle rive del Tago, fuori dalle mura della città, era stato il punto di partenza tradizionale dei viaggiatori portoghesi dai tempi di Enrico il Navigatore; la sua spiaggia, dolcemente ondulata, offriva un ampio scenario per le cerimonie religiose e gli emotivi rituali di partenza. In cima alla collina, dominando la vasta scarpata del Tago che conduceva a ovest, verso il mare aperto, si trovava la cappella di Enrico, dedicata a Santa Maria di Belém (su cui poco dopo sarebbe stato eretto il monastero dei Geronimi), con lo scopo di concedere i sacramenti ai marinai che partivano. Tutto l’equipaggio, circa 150 uomini, passava lì la calda notte estiva in preghiera e veglia. Il sabato 8 luglio del 1497, giorno consacrato alla Vergine Maria (sabato), era stato scelto dagli astronomi di corte. Un mese prima, il Papa aveva concesso a Manuele la proprietà perpetua delle terre conquistate agli infedeli sulle quali altri re cristiani non avevano più rivendicazioni. Gama guidò i suoi uomini in una processione devozionale dalla cappella fino alla spiaggia, organizzata dai sacerdoti e dai monaci dell’Ordine del Tempio. I naviganti indossavano tuniche senza maniche e portavano candele accese. I sacerdoti venivano dietro, cantando la litania, e il popolo rispondeva con grida. Quando arrivarono alla riva, tutti si inginocchiarono per fare una confessione generale e ricevere l’assoluzione, secondo la bolla papale che Enrico aveva ottenuto per coloro che morirono in questa scoperta e conquista”.

2.-Vasco da Gama nell’Oceano Indiano. La civiltà swahili:

La spedizione di Vasco da Gama verso l’India, composta da quattro navi, salpò nell’estate del 1497, seguendo la stessa rotta di Bartolomeo Dias. All’inizio del 1498, attraversato per mare il sud dell’Africa, la spedizione cominciò a risalire lungo la costa orientale africana, rendendosi tutti conto subito che il panorama che incontravano era totalmente diverso da quello della costa occidentale: una linea costiera più densamente popolata, con i suoi abitanti più abituati a vedere arrivare stranieri sulle loro rive, con insediamenti urbani, in alcuni dei quali spiccavano i minareti delle moschee. I portoghesi portavano interpreti di lingua araba, rendendo possibile la comunicazione con i locali. I portoghesi avevano raggiunto il margine sud-ovest della civiltà swahili, parte di un Oceano Indiano che può concepirsi in questo periodo e da molti secoli prima come un insieme culturale basato sugli scambi culturali e sulla creazione di legami familiari, parzialmente islamizzato e con la presenza, allo stesso tempo, di diverse culture al suo interno. La considerazione dell’Oceano Indiano come un insieme culturale si basa sullo studio di nuclei urbani costieri dedicati al commercio, politicamente indipendenti, che si svilupparono sulle coste indiane, con dinamiche condivise, comprendendo tutta l’Africa orientale, la penisola arabica, il subcontinente indiano, la penisola malese, l’Indonesia e i settori meridionali delle Filippine. In questa vasta zona si era sviluppata, tra i secoli X e XV – come hanno dimostrato le fonti scritte e l’archeologia – una civiltà cosmopolita, frutto dei processi migratori e di uno scambio commerciale su cui nessuna zona ostentava monopolio.

Davanti a queste città-stato indipendenti di cultura afro-musulmana si trovarono i portoghesi sulla costa orientale dell’Africa. Il primo sbarco si produsse sulla costa dell’attuale Mozambico, nel marzo del 1488. Si trattava di un porto commerciale a tutti gli effetti in cui, secondo il diario di bordo, trovarono ricchi commercianti musulmani abbigliati con costosi vestiti e i gioielli più fini. Gli abitanti locali pensarono inizialmente che i visitatori fossero turchi, e i portoghesi, accortisi del dettaglio, non tentarono di disfare l’equivoco. Due esperti navigatori si imbarcarono con i portoghesi per aiutarli a navigare verso l’India ma, una volta che si resero conto che erano cristiani, fuggirono verso la costa e corse come la polvere da sparo la voce che erano kafir, “infedeli”. Allora cominciò la cosiddetta “diplomazia dei cannoni”, in cui l’avanzata dei portoghesi verso l’India fu costellata di incidenti e violenza. Le navi portoghesi erano molto superiori in tecnologia armamenti alle popolazioni locali, così poterono andare attraccando nei diversi porti per rifornirsi di acqua e cibo, difendendosi dalle ostilità. Così arrivarono a Mombasa, nel sud dell’attuale Kenya, che era allora una prospera città commerciale. A metà aprile dello stesso 1498 arrivarono a Malindi, un altro insediamento commerciale islamizzato. Salpando da lì, in poche settimane raggiunsero l’India, alla fine di maggio. Lì, i portoghesi trovarono alcuni mercanti capaci di parlare lo spagnolo ai quali risposero, alla loro domanda su cosa cercassero in quei lontani territori, risposero: “cristiani e spezie”.

Lungo il cammino, i portoghesi persero l’opportunità di realizzare il loro sogno di crociata: assaltare il Mar Rosso, prendere l’Arabia Saudita e marciare fino a Gerusalemme: i loro antichi nemici, i mamelucchi, che avevano governato dal Cairo, erano stati deposti dall’impero ottomano islamico. Con la sua testa a Istanbul (Costantinopoli), gli ottomani della fine del XV secolo erano una forza da tenere in considerazione.

L’architetto di questo impero, che arrivò fino a Macao, in Cina, fu il re Manuele I (1469 – 1521), che, secondo Crowley, “aveva una visione messianica, credeva che sarebbe stato un grande re cristiano. Era più interessato a convertire l’India in una base per attaccare l’islam che a sviluppare il commercio”, spiega lo storico, per proseguire dicendo che “il suo piano era unirsi con il mitico esercito del Prete Gianni (nelle terre alte dell’Etiopia) per lanciare una crociata su La Mecca, sequestrare il corpo del profeta Maometto e chiedere in cambio Gerusalemme, a quel tempo in mano ai musulmani; pensavano di soffocare economicamente l’Impero Ottomano attraverso un blocco navale. Ma il suo piano non funzionò mai, anche se il Portogallo si impossessò, nel corso del XVI secolo, dei principali porti del Mar Rosso e del Golfo Persico”.

3.-L’arrivo di Vasco da Gama in India:

Così fu che Vasco da Gama arrivò a Calicut, sulla costa sud-ovest del subcontinente indiano, nel 1498, diventando il primo europeo ad arrivare in India per la rotta che costeggia l’Africa.

Calicut era uno dei principali punti del commercio delle spezie in India ed era governato da una figura simile a quella di un re. Dopo dure negoziazioni, non considerando il governante locale i regali dei portoghesi di sufficiente categoria, Vasco da Gama riuscì a raggiungere alcuni accordi commerciali con il regno di Calicut e ottenne una lettera scritta su foglia di palma dallo stesso governante indiano, diretta al re del Portogallo, in cui gli offriva cannella, pepe, chiodi di garofano, zenzero e pietre preziose in cambio di oro, argento, corallo e tessuti purpurei.

Essendo riuscito a stabilire un accordo e lasciando alcuni dei suoi uomini lì con lo scopo di stabilire un porto commerciale permanente, Vasco da Gama salpò di ritorno verso Lisbona alla fine di agosto del 1498. Arrivarono in Portogallo quasi un anno dopo, con un Vasco da Gama esausto che fu ricevuto dal re Manuele I, che gli concesse il titolo di ammiraglio del Mare delle Indie e una lettera di libertà assoluta per commerciare per conto proprio.

Già ripreso, nel 1502, Vasco da Gama si imbarcò di nuovo verso l’India.

 

Riferimenti bibliografici

Abellan, P., 2002. “Introduzione allo studio dell’Oceano Indiano come insieme culturale. Revisioni storiografiche e nuove proposte”. Ricerca per l’ottenimento del DEA, 2000/2002.

Crowley, R., 2005. “Il mare senza fine”, ed. Ático Libros.

Elías de Tejada, F., 2021. “Le radici della modernità”, Collana di Studi Carlisti, Solfanelli.

Iniesta, F., et al., 1989. “Rapporto: Africa sconosciuta, gli Swahili”, Historia16, anno XIV.

Olivera Ravasi, J.,2018. “Que no te la cuenten. La falsificazione della Storia”. Vol III. Ed. Katejon

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