Il monastero di Santa Caterina del Sinai negozia con l'Egitto il suo futuro dopo un decennio di contenzioso sulle sue proprietà

Il monastero di Santa Caterina del Sinai negozia con l'Egitto il suo futuro dopo un decennio di contenzioso sulle sue proprietà

Lo Stato rivendica terreni legati al monasterio cristiano abitato più antico del mondo, mentre i monaci difendono diritti storici su di essi. Con due ricorsi pendenti davanti alla Corte di Cassazione, le parti negoziano una formula che garantirebbe il «possesso religioso» perpetuo del complesso, ma non necessariamente la sua piena proprietà.

Il monastero di Santa Caterina del Sinai, in Egitto, e le autorità del Paese negoziano una soluzione al conflitto giudiziario che dal 2015 oppone la comunità monastica allo Stato per la proprietà di decine di terreni e beni legati allo storico complesso cristiano. Mentre la Corte di Cassazione esamina i ricorsi presentati da entrambe le parti, i colloqui procedono verso una formula per cui le strutture verrebbero considerate siti archeologici, ma rimarrebbero sotto «possesso religioso» perpetuo del monastero. Le trattative non si sono ancora concluse e restano da risolvere soprattutto i diritti su cappelle, eremi, giardini e altre proprietà vicine.

La disputa riguarda una comunità stabilita ai piedi del monte Sinai da quasi 1.500 anni. Santa Caterina fu costruito tra gli anni 548 e 565 per ordine dell’imperatore bizantino Giustiniano I ed è considerato il monastero cristiano abitato ininterrottamente più antico del mondo. Il contenzioso non pone attualmente la questione della scomparsa del culto, ma una questione giuridica dalle importanti conseguenze per la sopravvivenza della comunità: chi è proprietario dei terreni e degli edifici che i monaci hanno posseduto o utilizzato storicamente e con quale titolo potranno continuare a farlo.

Un contenzioso iniziato nel 2015 per 71 appezzamenti

L’origine dell’attuale procedimento risale al 2015, quando le autorità egiziane presentarono la domanda civile n. 24 davanti al Tribunale di prima istanza del Sinai del Sud.

Lo Stato rivendicò allora il recupero di 71 appezzamenti che si trovavano in possesso del monastero e pretese inoltre risarcimenti economici per il loro utilizzo. La posizione governativa sosteneva che parte di quei terreni appartenevano allo Stato e che la comunità non disponeva di un titolo giuridico sufficiente per possederli.

Il monastero difese, al contrario, che il suo possesso era storico, che numerosi terreni erano inscindibilmente legati alla sua funzione religiosa e al suo patrimonio e che disponeva di contratti e documenti a sostegno dei suoi diritti su diverse proprietà. Durante il procedimento, esperti designati dal tribunale esaminarono singolarmente gli appezzamenti e il loro rapporto con i luoghi religiosi, archeologici e protetti.

Il 30 maggio 2022, il tribunale di prima istanza ordinò lo sgombero di 29 appezzamenti e la loro restituzione allo Stato. Nessuna delle parti rimase soddisfatta e entrambe fecero ricorso.

Tre anni dopo, il 28 maggio 2025, il Tribunale d’Appello di Ismailia emise una sentenza che distingueva tra diversi tipi di proprietà: alcune, essendo legate alla funzione religiosa o storica del monasterio, potevano rimanere in possesso della comunità; altre erano sottoposte a un regime diverso per la loro considerazione archeologica o per trovarsi all’interno di spazi protetti.

Il conflitto giunse quindi alla Corte di Cassazione, la massima istanza giudiziaria egiziana.

L’Egitto e il monastero ricorrono la stessa sentenza

Entrambe le parti hanno impugnato la sentenza d’appello, ma perseguono obiettivi diversi.

Lo Stato egiziano intende ribaltare quegli aspetti della sentenza che impedirono il recupero di determinate proprietà. Il Governo sostiene che esistono terreni statali il cui possesso da parte del monasterio manca di un fondamento giuridico sufficiente.

Santa Caterina, da parte sua, cerca un riconoscimento più ampio dei suoi diritti di proprietà e possesso sui beni storicamente legati alla comunità.

Il ricorso governativo fu registrato il 23 luglio 2025 con il numero 24838/95, mentre quello del monastero figura con il numero 24962/95.

La Procura di Cassazione propende parzialmente verso lo Stato

Prima che la Corte di Cassazione emetta la sentenza, la Procura presso questa istanza ha emesso due pareri giuridici sui ricorsi.

La sua posizione non costituisce una sentenza e non vincola il tribunale, che può seguirla o discostarsene. Tuttavia, permette di conoscere la valutazione giuridica preliminare del caso.

La Procura raccomandò di respingere il ricorso presentato dal monastero e di accogliere parzialmente quello dello Stato, sebbene non abbia sostenuto tutte le pretese governative né proposto di consegnare automaticamente le 71 parcelle alle autorità.

In particolare, ritenne necessario riesaminare determinati aspetti della sentenza d’appello e alcuni appezzamenti la cui situazione giuridica o valutazione peritale presentava carenze.

La Procura non accolse integralmente nemmeno la tesi governativa riguardo a 28 luoghi considerati religiosi. Secondo le informazioni pubblicate dal media egiziano Ghad News, sostenne che l’assenza di elementi ecclesiastici convenzionali in un determinato luogo non basta necessariamente a negarne il carattere religioso.

La raccomandazione lascia così aperta una situazione complessa: non riconosce tutte le pretese del monastero né concede allo Stato il recupero completo dei terreni rivendicati.

Una trattativa parallela ai tribunali

Mentre prosegue il procedimento giudiziario, il monastero e le autorità egiziane cercano una soluzione negoziata.

Fonti a conoscenza dei colloqui citate da eKathimerini sostengono che le parti avrebbero già raggiunto un’intesa su un quadro generale, sebbene debbano ancora concordare dettagli tecnici prima di poter parlare di un accordo definitivo.

La soluzione studiata distinguerebbe tra la titolarità giuridica dei beni e il diritto dei monaci di utilizzarli permanentemente.

Secondo la proposta, tutte le strutture del monastero sarebbero considerate siti archeologici e rimarrebbero sotto il suo «possesso religioso» perpetuo.

I colloqui mirano a estendere una protezione analoga a piccole cappelle ed eremi storicamente legati a Santa Caterina.

Più delicata è la situazione di altri terreni e dei giardini prossimi al monastero, considerati essenziali per mantenere la vita della comunità nell’ambiente desertico del Sinai. Per determinati beni, l’opzione preferita sarebbe un affitto di lunga durata a un prezzo simbolico.

Questa formula permetterebbe di garantire ai monaci l’uso stabile delle proprietà, ma non equivarrebbe necessariamente al riconoscimento della piena proprietà che reclamano davanti ai tribunali.

Denunce di pressioni sui monaci

La trattativa non è esente da critiche.

La Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR) denunciò questo mese che le autorità starebbero esercitando pressioni sulla comunità affinché accetti un accordo che sostituirebbe i suoi diritti di proprietà con una forma di detenzione religiosa.

Secondo quanto riferito dal media indipendente egiziano Al Manassa, l’organizzazione sostiene che il Governo intende limitare giuridicamente i diritti storici dei monaci sui terreni e denuncia che l’approvazione ufficiale del nuovo arcivescovo del Sinai sarebbe stata utilizzata come strumento di pressione durante i colloqui.

Si tratta di accuse dell’EIPR che non sono state stabilite giudizialmente. L’organizzazione afferma che la Presidenza egiziana avrebbe condizionato il decreto di riconoscimento del nuovo arcivescovo alla firma dell’accordo sulle terre e mette inoltre in dubbio la possibilità di sostituire il regime tradizionale del prelato con un permesso di soggiorno rinnovabile.

Queste denunce contrastano con le garanzie pubbliche offerte in precedenza dalle autorità egiziane sulla continuità del monastero e del suo carattere religioso.

Il progetto turistico che preoccupa i difensori del monastero

Alla disputa patrimoniale si aggiunge la trasformazione che sta subendo l’ambiente di Santa Caterina.

L’Egitto sta sviluppando nella zona il progetto turistico noto come «Grande Trasfigurazione», concepito per ampliare l’infrastruttura turistica e di pellegrinaggio intorno al monte Sinai.

L’EIPR sostiene che i lavori minacciano l’integrità dell’ambiente storico e naturale del monastero. Secondo Al Manassa, il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO adottò a luglio una decisione che chiedeva di sospendere i lavori fino a effettuare una valutazione tecnica del loro impatto. L’organizzazione citò inoltre un rapporto del Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti che avvertiva di danni gravi e permanenti all’integrità, all’autenticità e all’ambiente naturale del luogo.

L’organizzazione egiziana ricorda altresì che, quando l’Egitto presentò Santa Caterina per l’inclusione nella Lista del Patrimonio Mondiale all’inizio di questo secolo, la documentazione ufficiale riconosceva diritti del monastero e dell’arcivescovo del Sinai su terreni, giardini e edifici del suo ambiente.

Quasi quindici secoli di presenza cristiana

Il monastero sorge nella penisola del Sinai, in Egitto, ai piedi del monte che la tradizione identifica con il luogo in cui Mosè ricevette le Tavole della Legge.

L’imperatore Giustiniano I ne ordinò la costruzione nel VI secolo intorno a un precedente luogo di culto cristiano. Da allora, la presenza monastica si è mantenuta ininterrottamente.

Santa Caterina è amministrato dalla Chiesa ortodossa autonoma del Sinai, di tradizione greca, e conserva un patrimonio religioso, artistico e documentario eccezionale.

Il monastero e il suo ambiente furono iscritti nel 2002 come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, che riconosce sia la sua importanza per il cristianesimo sia il suo rapporto con le tradizioni legate all’ebraismo e all’islam.

La Grecia segue da vicino l’esito

La situazione del monastero ha da tempo superato l’ambito strettamente giudiziario egiziano.

La Grecia segue da vicino le trattative per i legami storici ed ecclesiastici di Santa Caterina con il mondo ellenico. Atene, secondo eKathimerini, ritiene che i dettagli giuridici finali debbano essere risolti direttamente tra la comunità monastica e le autorità egiziane.

Anche gli Stati Uniti hanno mostrato interesse. Massad Boulos, consigliere del presidente Donald Trump, ha recentemente ribadito il sostegno del presidente statunitense alla preservazione dello statu quo storico del monastero.

I colloqui si svolgono così mentre rimane pendente la decisione della Corte di Cassazione. Le fonti citate da eKathimerini non escludono che la risoluzione giudiziaria possa subire ritardi, il che concederebbe alle parti un margine aggiuntivo per chiudere un accordo.

Dopo più di un decennio di contenzioso, l’esito determinerà non solo chi detiene giuridicamente i diritti su decine di terreni, ma anche le condizioni in cui la comunità di Santa Caterina potrà mantenere una presenza monastica che risale al VI secolo.

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