TRIBUNA. Il sinodalismo vaticano è un anacronismo

TRIBUNA. Il sinodalismo vaticano è un anacronismo

Il sinodalismo che si sta diffondendo nella Chiesa universale mette in evidenza quanto poco la Chiesa stessa abbia compreso il Concilio Vaticano II. Un articolo di opinione di Martin Grichting

Il Concilio Vaticano II non ha creato una nuova Chiesa. Tuttavia, intendeva dare origine a una nuova forma sociale della Chiesa, che tornasse a essere in sintonia con le esigenze del tempo. Per i padri conciliari, l’innovazione politica decisiva dai tempi del Concilio di Trento (1545-1563) consisteva nel fatto che la natura dello Stato era cambiata. Dallo Stato assolutista, attraverso il quale il re e la nobiltà dominavano anche la società, è emerso, grazie all’Illuminismo e alla democratizzazione, lo Stato di diritto laico. Questo si caratterizza per il fatto che non pretende più di dominare la totalità del sociale. Non è più una «Societas perfecta».

Ciò ha dato origine a un ampio ambito denominato «società civile». Lo Stato moderno si è ridimensionato a beneficio di quest’ultima. È vero che, dal punto di vista giuridico, continua a essere il quadro e la rete di sicurezza sociale. Inoltre, attraverso la giurisdizione, agisce come arbitro degli attori politici e della società civile. Ma limitandosi a queste attività, si crea uno spazio per gli individui e per i loro raggruppamenti. Essi sono invitati a segnare con la loro azione la sfera della società civile. In questo ambito operano anche l’economia, i media, il settore culturale, parte dell’ambito educativo, i gruppi di pressione e di difesa degli interessi, l’industria dell’intrattenimento e del tempo libero, nonché lo sport. È anche il mondo delle federazioni, delle associazioni e delle fondazioni, che sono di varia natura e perseguono obiettivi diversi.

Una volta che l’antico Stato si era differenziato in questo modo tra il potere statale formale e la società civile, i padri conciliari giunsero alla conclusione che la Chiesa, per quanto riguarda il suo rapporto con il mondo, doveva fare altrettanto. Non si tratta di abolire il suo ordine gerarchico-sacramentale, che è inalienabile. Si tratta invece di trovare una nuova forma sociale che possa tornare a essere efficace dal punto di vista apostolico in una nuova epoca. Si può considerare vantaggioso o meno il mondo attuale, segnato dalla società civile. Ma la Chiesa deve trovare un rapporto adeguato con esso. Ciò non significa mettere in discussione i contenuti della fede cristiana.

Assumere la separazione nell’ambito statale significa che, sebbene la gerarchia continui a essere l’interlocutore principale del potere statale —anche se nello Stato di diritto moderno i laici diventano anch’essi attori politici attraverso elezioni e votazioni—, ora sono, innanzitutto, la presenza cristiana nella società civile. Come quest’ultima non è statale, i laici non agiscono lì in qualità di rappresentanti ufficiali della Chiesa. Agiscono invece a proprio nome, come cittadini che sono cristiani. In questa concezione risiede il rapporto della Chiesa con il «mondo», rinnovato dall’ultimo concilio.

I padri conciliari espressero con saggezza e lungimiranza questo nuovo atteggiamento della Chiesa di fronte alle realtà terrene in «Lumen Gentium» (LG), capitolo IV (nn. 30-38). Essi hanno infatti trasmesso ai laici una spiritualità che li rende capaci di essere testimoni di Gesù Cristo in un mondo che ora si caratterizza per il suo marcato carattere di società civile. Tuttavia, è evidente che questo progresso teologico ha finora rappresentato un carico eccessivo sia per la gerarchia che per i laici.

Comprendere e mettere in pratica il Concilio Vaticano II significherebbe infatti che non tutto ciò che è essenziale per la testimonianza cristiana e l’azione della Chiesa nell’ambito secolare può essere realizzato all’interno della struttura della Chiesa e attraverso le sue istituzioni ufficiali. D’ora in avanti, questo deve essere realizzato principalmente dai laici, individualmente o in collaborazione con persone affini, nelle molteplici realtà della società civile. Poiché lo Stato moderno ha una costituzione democratica, i laici sono chiamati a dare testimonianza anche in quel contesto, cosa che, necessariamente, non possono nemmeno lì realizzare attraverso la gerarchia ecclesiastica, ma solo come persone individuali. Tuttavia, per entrambi gli aspetti —sia per la loro testimonianza politica che per quella della società civile—, i laici hanno bisogno dell’attenzione pastorale, della formazione cristiana e della testimonianza coraggiosa della fede da parte della gerarchia.

La promozione del sinodalismo è proprio la prova che non si comprende né il mondo in cui viviamo oggi, né l’ultimo concilio. Questo formato di dibattito è infatti il controprogetto a entrambi: convoca i laici a integrarsi nella struttura ufficiale della Chiesa per cercare lì, insieme alla direzione ecclesiastica e sotto la sua autorità, risposte ufficiali alle numerose questioni poste da una realtà secolare diversificata. I risultati di questi dibattiti sinodali devono poi essere trasferiti alla politica e alla società civile sotto forma di documenti, risoluzioni e azioni che portino il sigillo della gerarchia ecclesiastica.

Il sinodalismo fa intendere ai laici che, quando si tratta dell’azione ecclesiastica e apostolica nella realtà secolare, conta solo —o conta principalmente— la Chiesa istituzionale. Così, attendono che l’insieme sinodalista dica loro cosa devono fare. In questo modo, non si rendono conto di quale sarebbe già oggi il loro compito: rendere presente Gesù Cristo —profeta, sacerdote e re— in mezzo alla realtà frammentata e confusa della società civile. E poiché l’attuale direzione della Chiesa non è in grado di trasmettere ai laici una spiritualità adeguata a questo scopo, che corrisponda alla loro natura, essi vengono trascinati nell’attività della gerarchia. Da lì si suppone che debbano collaborare —presumibilmente— alla missione della Chiesa. Si mescolano indiscriminatamente i laici con i successori degli apostoli nei cosiddetti organi sinodali, come avveniva un tempo nel Sinodo dei Vescovi. Con ciò si torna a ignorare il Concilio Vaticano II. In LG 10 esso aveva ancora insegnato che esiste una differenza essenziale tra il sacerdozio gerarchico e il sacerdozio universale. Gli attivisti sinodali del Vaticano cercano da anni di promuovere l’equiparazione tra chierici e laici anche nelle Chiese particolari. L’esempio più recente sono le “Note per l’uso dei Vescovi e delle équipe sinodali” pubblicate alla fine di luglio del 2026 dalla Sede Apostolica. Questo avviene sempre con più verbosità e con maggiore disperazione. E non attecchisce, perché non aiuta i fedeli a vivere il loro cristianesimo nel mondo attuale.

Con la propagazione del sinodalismo si trasmette oggi nuovamente il messaggio che Robert Bellarmino (1542-1621) aveva già difeso a ragione nella sua epoca: la Chiesa è visibile quanto la Repubblica di Venezia. Quando i riformatori negarono la visibilità della Chiesa come istituzione, dal lato cattolico si dovette insistere su di essa. Tuttavia, ciò portò a considerare la vita ecclesiale come qualcosa che si sviluppa principalmente nelle istituzioni ecclesiastiche. Da qui nacque, dall’epoca barocca, il ruolo preponderante della parrocchia con le sue associazioni, confraternite e altri organismi annessi. Ai livelli superiori si formarono gruppi di pressione cattolici e persino partiti politici. Queste istituzioni, dirette o almeno orientate dalle autorità ecclesiastiche, avevano lo scopo di realizzare l’orientamento della Chiesa verso il mondo. Senza dubbio, questo diede i suoi frutti nella situazione di allora. Ma dopo la differenziazione tra il potere statale e la società civile, tendeva a formare un mondo a parte, sempre meno capace di imprimere un sigillo cristiano a queste realtà.

Oggi il sinodalismo è una ripetizione di ciò che è diventato un anacronismo. Per questo i sinodalisti contemporanei, che spesso guardano con disprezzo chi segue la liturgia tridentina, sono essi stessi —e in un senso problematico— tridentini. Tuttavia, si differenziano in un punto dai tridentini liturgici: non si rendono conto di essere ancora tridentini (ecclesiologici e politici). La Chiesa non si contrappone più semplicemente, come nel Medioevo, come «Societas perfecta» spirituale alla «Societas perfecta» statale che domina tutto. Piuttosto, sebbene continui a confrontarsi con il potere statale, ora vive principalmente —soprattutto attraverso i laici— in mezzo alla realtà della società civile. Non può più confrontarsi con quest’ultima semplicemente dall’esterno, attraverso la gerarchia ecclesiastica o organismi paraecclesiastici. Piuttosto, il mondo secolare deve essere impregnato «dall’interno» (LG 31) dai laici con spirito cristiano.

I padri del Concilio Vaticano II compresero il cambiamento fondamentale che si è verificato nelle realtà terrene dall’Età Moderna. Capirono meglio la modernità dei sinodalisti di oggi, che credono di essere moderni. Questi ultimi rimangono infatti ancorati mentalmente alle categorie del passato. Applicando ricette anacroniche, i sinodalisti oscurano la natura gerarchica e sacramentale della Chiesa e introducono in essa conflitti di competenza tra chierici e laici. Sarebbe ingenuo confondere il rumore causato dai sinodalisti con la risonanza del Vangelo nelle realtà politiche e della società civile.

 

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