TRIBUNA. La discrezione che legittima il crimine

TRIBUNA. La discrezione che legittima il crimine

Di: Pbro. Custodio Ballester Bielsa

La notizia pubblicata su questo portale l’11 agosto descrive un processo politico e diplomatico che, per la sua gravità morale, esige di essere confrontato con la dottrina chiara, inequivocabile e profetica dell’enciclica di Giovanni Paolo II, Evangelium vitae (1995) e la Humanae Vitae di Paolo VI.

Il contrasto tra il documento giornalistico citato e i due testi magisteriali rivela una tensione profonda tra l’insegnamento perenne della Chiesa e la prassi diplomatica che, in questo caso, sembra aver optato per la «discrezione», la negoziazione e la rinuncia silenziosa: là dove i testi magisteriali esigono testimonianza, chiarezza e resistenza.

Il Governo di Andorra presenterà a settembre una riforma del Codice Penale per depenalizzare l’aborto; e lo farà «con la conoscenza —e senza l’opposizione pubblica ed esplicita— della Segreteria di Stato vaticana».

Questa frase, che lo stesso Governo andorrano ringrazia pubblicamente, costituisce il nucleo dello scandalo: la Santa Sede, garante del perenne magistero cattolico, avrebbe accettato, o almeno tollerato, una pratica che elimina la protezione penale dell’essere umano concepito, ma non ancora nato. Il gravissimo e scandaloso di questa transazione così «diplomatica», è che si produce rispetto a uno degli ultimi ordinamenti europei che ancora la mantenevano.

L’enciclica Evangelium vitae, al contrario, afferma che nessuna autorità (né civile né ecclesiastica!) può legittimare l’eliminazione di un innocente, e che i responsabili politici (e religiosi!) hanno l’obbligo morale di opporsi pubblicamente a ogni legislazione che attenti contro la vita umana.

Giovanni Paolo II, insieme alla costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, dichiara in essa che l’aborto è un «crimine abominevole» e che la legge civile deve proteggere sempre il più debole: l’innocente ancora non nato.

La depenalizzazione, anche parziale, è presentata nell’enciclica come una forma di collaborazione con il male, incompatibile con la responsabilità morale dei governanti e, a maggior ragione, dei pastori. La contraddizione tra entrambi i piani —il dottrinale e il diplomatico— è evidente: è stridente.

I responsabili politici sottolineano che la riforma andorrana è «limitata»: non legalizza l’aborto, elimina solo le conseguenze penali per la donna e per coloro che collaborano all’aborto. Tuttavia, l’Evangelium vitae avverte precisamente contro questa strategia gradualista. Sì, strategia. Giovanni Paolo II denuncia che la depenalizzazione parziale è il primo passo verso la normalizzazione dell’aborto: perché la legge cessa di riconoscere che esiste una vittima. La vita umana, privata di tutela giuridica, rimane esposta alla logica del desiderio, della pressione sociale, della convenienza politica o del lucro. È ciò che ha la gradualità: alla fine arriviamo all’«aborto durante la nascita» perché nel mercato degli organi, questi raggiungono un prezzo tanto maggiore quanto più sviluppati siano. Non è lo stesso eseguire il non nato a sei mesi, che a nove. È ciò che ha la gradualità.

L’enciclica Evangelium vitae insiste sul fatto che la legge ha una funzione pedagogica: quando cessa di proteggere il concepito, trasmette alla società che quella vita è prescindibile e che la decisione di prescindere da quella vita è alla portata giuridica di chiunque. Per questo, la depenalizzazione non è una sfumatura tecnica, bensì una rinuncia morale.

L’articolo di Infovaticana coincide in questa diagnosi: ricorda che tutti i Paesi che iniziarono la liberalizzazione dell’aborto, lo fecero con lo stesso argomento («solo depenalizzare»), che poi sfociò nella legalizzazione piena, inclusa quella dell’aborto per nascita parziale (durante il parto!). La riforma andorrana, pertanto, non è un gesto isolato: è la prima crepa in un muro che fino ad ora aveva resistito. E quella crepa si apre —secondo l’articolo— con la collaborazione attiva del vescovo di Urgell, coprincipe di Andorra, e con l’acquiescenza silenziosa (ma inequivocabile) di Roma.

Il testo attribuisce la negoziazione alla Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Pietro Parolin (occhio al dato, la morale cattolica convertita in «questione di Stato»: competenza, pertanto, del Segretario di Stato Vaticano), e sottolinea che il Governo andorrano ringraziò «il clima di fiducia e discrezione» mantenuto con la Santa Sede. La parola «discrezione» è qui decisiva: significa che Roma ha preferito non pronunciarsi «pubblicamente», non avvertire, non correggere, non esercitare la sua autorità morale in una questione che riguarda direttamente la vita umana. L’Evangelium vitae condanna esplicitamente questo atteggiamento: San Giovanni Paolo II afferma che i pastori devono alzare la voce senza ambiguità quando la vita è minacciata, e che il silenzio o l’ambiguità costituiscono una forma di complicità.

L’enciclica esige che la Chiesa sia «segno di contraddizione», non accompagnatrice diplomatica di processi legislativi che erodono la cultura della vita, e soprattutto, la morale che la sostiene con tutta la sua forza.

Si segnala che Parolin, nel 2023, affermò che la difesa della vita è «un principio irrinunciabile». Tre anni dopo, quel principio sembra essere stato gestito come una variabile negoziabile a convenienza, sempre che l’operazione si realizzi discretamente, senza rumore mediatico. La diplomazia (ufficio del Segretario di Stato), in questo caso, sarebbe per sostituire la testimonianza: all’ufficio e responsabilità di tutta la Chiesa, cominciando ovviamente dalla sua cupola.

La situazione di Andorra è singolare: uno dei suoi capi di Stato è il vescovo di Urgell. Questo significa che la riforma della legislazione andorrana non è solo un affare politico, ma anche ecclesiale. Il vescovo Josep-Lluís Serrano Pentinat, come coprincipe, ha responsabilità diretta irrinunciabile nella promulgazione della legge. Il suo silenzio, pertanto, non è solo pastorale: è istituzionale. È la Chiesa che tace con lui, che «sfuma» ciò che, in retta e coraggiosa dottrina, non ha sfumature.

Sebbene, ben visto, gli rimane sempre il ricorso a Baldovino del Belgio, che davanti alla pressione istituzionale che gli imponeva come re il dovere di avallare e ratificare con la sua firma la legge sull’aborto, abdicò dalla sua carica il giorno in cui gli toccava firmare, solo quel giorno, perché nella sua coscienza, la legge sull’aborto non poteva essere avallata con la firma di un re cattolico. Abdicherà anche dalla sua nobilissima carica di coprincipe di Andorra il vescovo Pentinat? Anche se solo per un giorno. Uffa!, Potrebbe perdere per strada il suo status di Coprincipe?

L’informazione disponibile indica che Mons. Serrano Pentinat ha parlato di «dialogo» e «accompagnamento alle donne in situazioni difficili», espressioni che, sebbene comprensibili pastoralmente (nella modernissima pastorale che accompagna tutto, tutto, tutto), risultano giuridicamente irrilevanti e moralmente insufficienti. L’enciclica esige che un pastore —e ancor più se è anche capo di Stato— si opponga frontalmente a qualsiasi legislazione che ritiri la protezione al concepito ancora non nato. Non basta accompagnare l’aggressore: bisogna difendere l’aggredito. La domanda che pone l’articolo è legittima e grave: «Può un vescovo cattolico permettere la promulgazione di una legge che non protegge il non nato, se è nelle sue mani evitarlo?»

Secondo l’Evangelium vitae, la risposta è no. L’enciclica afferma che nessun cristiano può cooperare formalmente con leggi abortiste, e che i governanti cattolici devono resistere anche a costo della loro carriera politica. Se questo è esigibile a un legislatore, a maggior ragione a un vescovo che è, inoltre, capo di Stato.

L’atteggiamento di Serrano Pentinat, così come lo descrive l’articolo, sembra optare per la neutralità istituzionale (dimenticando, naturalmente, che l’«istituzione» è il vescovo: il vescovo, «neutrale» rispetto all’aborto?) e la prudenza diplomatica. Ma la neutralità, in questo caso, può solo qualificarsi come abbandono. Una tremenda imprudenza, irresponsabilità e abdicazione morale. In effetti, non abbandono della carica politica per un giorno, come Baldovino, ma abbandono della responsabilità morale come vescovo (e non solo per un giorno!).

L’articolo aggiunge un elemento geopolitico: la pressione del presidente francese Emmanuel Macron, che ha convertito l’aborto in un «diritto costituzionale» in Francia. Macron avrebbe insistito sulla questione durante la sua visita in Andorra, e la riforma sembra avanzare nella direzione che lui desidera.

Ma ecco che l’enciclica di riferimento, avverte contro l’influenza di poteri politici che promuovono la «cultura della morte». Giovanni Paolo II denuncia che gli Stati potenti impongono modelli antropologici che erodono la dignità umana. In questo caso, la pressione francese sembra aver trovato poca resistenza sia in Andorra che a Roma, che avrebbe optato per una discretissima negoziazione invece di una difesa pubblica dell’attuale ordinamento andorrano. Allineato per il momento con la morale cattolica.

L’articolo segnala che l’arrivo di Papa Leone XIV complicò le conversazioni e ridusse la portata del progetto. Ma la prova decisiva sarà settembre: se la riforma prospera senza una parola di Roma, il corpus dottrinale rimarrebbe in discussione.

Andorra era uno degli ultimi territori europei dove la vita del concepito ancora non nato, godeva di protezione piena. Non era un anacronismo: era una testimonianza. Per questo, la sua caduta non sarebbe una sconfitta inevitabile, ma il risultato di una deplorevole «negoziazione» nella quale la Santa Sede avrebbe accettato di partecipare. Sì, è questo, la Chiesa «negoziando», e non su un piano di parità, ma di inferiorità manifesta; negoziando la morale con lo Stato, con il mondo.

L’Evangelium vitae insegna che la Chiesa deve essere «la casa della vita», un rifugio per il debole, un faro morale in mezzo alla confusione. Quando la diplomazia sostituisce la testimonianza, la Chiesa perde la sua voce profetica e si converte in un attore in più del gioco politico.

L’articolo conclude che «l’irrinunciabile finisce per avere un prezzo». L’enciclica, invece, afferma che la vita umana non lo ha, poiché è infinita (per la politica? No, per la Chiesa). La contraddizione tra entrambi i messaggi è il nucleo di questa crisi.

L’attualità dell’Evangelium vitae rivela una frattura preoccupante tra dottrina e prassi. Mentre l’enciclica esige chiarezza, resistenza e testimonianza, l’azione descritta del Vaticano e del vescovo Serrano Pentinat sembra optare per la discrezione, la negoziazione e il silenzio. La depenalizzazione dell’aborto in Andorra non è solo un cambiamento legislativo: è un sintomo di una Chiesa che, in questo caso, avrebbe rinunciato al suo ruolo profetico.

Tuttavia, l’enciclica di Giovanni Paolo II continua a essere un faro morale. Il processo andorrano, così come si presenta, è un’ombra che lo contraddice.

 

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