«Rigidi», «farisei», «scrupolosi»: l’abitudine progressista di insultare chi chiede fedeltà

«Rigidi», «farisei», «scrupolosi»: l’abitudine progressista di insultare chi chiede fedeltà
Father James Miara, pastor of Holy Innocents Church in New York City, celebrates a traditional Latin Mass at Holy Innocents July 13, 2025. (OSV News photo/Gregory A. Shemitz)

C’è una falsità che portiamo avanti da troppo tempo senza opporci: l’opposizione tra fedeltà alla dottrina e alla liturgia, da un lato, e misericordia, umiltà e vicinanza, dall’altro. Lo schema si ripete con una sufficienza esasperante. Chiedete che si rispettino le rubriche? Allora siete rigidi. Ricordate ciò che la Chiesa insegna su una questione morale scomoda? Vi manca sensibilità pastorale. Comunicate in ginocchio? Probabilmente siete vanitosi o scrupolosi. Sostenete che un sacerdote non può celebrare secondo i propri capricci né un cattolico rimodellare la dottrina secondo le proprie preferenze? Avete qualcosa del fariseo. Per decenni abbiamo sopportato questa caricatura come se contenesse qualche argomento serio. Non lo contiene.

Perché in tutto quel ragionamento manca proprio l’anello fondamentale: che cosa ha a che fare una cosa con l’altra? Da quando la fedeltà impedisce la carità? Da quando obbedire alla Chiesa rende incapaci di assistere il povero, accompagnare il malato, ascoltare chi soffre o accogliere il peccatore? L’opposizione è assurda, ma è stata ripetuta tante volte che ha finito per funzionare come un riflesso condizionato: basta ricordare una norma liturgica o una verità dottrinale perché qualcuno attivi immediatamente la molla della «rigidezza», del «fariseismo» o della «mancanza di misericordia». Non c’è più nemmeno bisogno di discutere il merito. Si scredita moralmente chi solleva l’obiezione e la questione è risolta.

Il meccanismo è esattamente lo stesso nella liturgia e nella dottrina. Nella liturgia, qualcuno decide che una rubrica è troppo fredda, troppo antica o poco pastorale e la sostituisce con ciò che ritiene più adatto. Nella dottrina, qualcuno conclude che un insegnamento della Chiesa risulta troppo esigente, scomodo per il mondo contemporaneo o difficile da spiegare e inizia a eroderlo mediante eccezioni, silenzi e reinterpretazioni. In entrambi i casi appare poi la stessa scusa morale: non si tratta di disobbedire, ma di essere misericordiosi; non si tratta di porre il proprio criterio al di sopra di ciò che si è ricevuto, ma di badare a «ciò che conta davvero». E chi fa notare che non spetta a ciascuno decidere quale parte della fede o della liturgia meriti di rimanere in vigore viene rapidamente messo sul banco degli accusati come rigido.

La realtà, tuttavia, smentisce questa impostura ogni giorno. Ci sono sacerdoti che consumano la loro vita per i fedeli, che vivono con un’austerità che farebbe vergognare i loro critici, che passano ore in confessionale, che percorrono chilometri per visitare malati e che sostengono intere parrocchie con una dedizione di povertà silenziosa, e inoltre celebrano la Santa Messa con fedeltà e predicano senza mutilare ciò che la Chiesa insegna. Ci sono missionari che hanno lasciato patria, famiglia e comodità per scomparire in luoghi dove nessuno li vedrà e non hanno bisogno di abbassare una sola verità di fede per amare le persone che hanno davanti. Ci sono religiose che passano la vita a prendersi cura di anziani, malati, orfani e poveri e la cui esistenza è sostenuta da una disciplina spirituale, dottrinale e liturgica che alcuni disprezzano come «rigidezza». Anche loro mancano di misericordia? L’accusa non è solo intellettualmente povera; risulta offensiva.

Forse bisogna capovolgere una volta per tutte la domanda. Non sarà forse proprio un gesto di umiltà assumere che tu, povero nessuno, non sei nessuno per inventare come si celebra la Santa Messa né per correggere ciò che la Chiesa ha ricevuto e insegnato? Il sacerdote non arriva all’altare per esprimersi né il teologo riceve la Rivelazione come una materia prima che debba aggiornare a suo piacimento. Nessuno ha davanti una pagina bianca. La liturgia non appartiene al celebrante e la dottrina non appartiene all’interprete. Entrambe sono realtà ricevute, anteriori a noi e destinate a sopravvivere a noi. Alcune parole che non abbiamo scritto, una fede che non abbiamo fondato, alcuni sacramenti che non abbiamo inventato e una tradizione che ci supera infinitamente.

È proprio lì una delle forme più elementari dell’umiltà: sapere occupare il proprio posto. Accettare che non tutto dipende da uno. Comprendere che la propria sensibilità non è la misura della Chiesa, che le nostre intuizioni pastorali non costituiscono una nuova fonte di rivelazione e che le nostre idee non migliorano necessariamente ciò che abbiamo ricevuto. Un ego ben collocato sa obbedire anche quando non comprende del tutto, quando la norma non coincide con i suoi gusti o quando la dottrina risulta impopolare.

Chi rispetta una rubrica è sospettato di rigidezza e chi la altera a suo piacimento si presenta come pastorale. Chi ricorda un insegnamento scomodo deve prima spiegare che non odia nessuno, mentre chi lo svuota di contenuto riceve automaticamente la presunzione di compassione. Come se la misericordia appartenesse per definizione a chi abbassa l’esigenza e mai a chi ha il difficile compito di dire la verità. Come se fosse impossibile abbracciare il peccatore senza benedire il peccato o accompagnare una fragilità senza convertirla in criterio dottrinale.

Risulta particolarmente irritante che chi si permette queste irregolarità indichi poi con il dito il fedele che comunica in ginocchio, il sacerdote che rispetta le rubriche, il padre che vuole trasmettere ai figli ciò che la Chiesa ha sempre insegnato o il cattolico che osa ricordare che determinate questioni non sono aperte a una permanente rinegoziazione. «Rigidi», «farisei», «scrupolosi», «integralisti», «ossessionati dalle norme»: le etichette vengono distribuite con prodigalità proprio da chi dice di deplorare i giudizi sugli altri. Essi si attribuiscono il potere di decidere chi è umile, chi è misericordioso, quale dottrina rimane pastoralmente accettabile e quale rubrica può essere mandata in soffitta. E poi chiamano superbo chi chiede con quale autorità lo fanno.

Conviene allora chiedersi dove si trova veramente il fariseismo. Perché c’è molta più superbia nel credersi autorizzati a rifare la liturgia secondo il proprio criterio che nel inginocchiarsi davanti a Dio, e molta più arroganza nel correggere di fatto la dottrina della Chiesa che nell’accettare che uno non ne è il padrone. Si può convertire la fedeltà in un motivo di orgoglio, naturalmente, perché nessuna sensibilità umana è vaccinata contro la superbia. Ma risulta grottesco che chi ha fatto della propria sensibilità il criterio ultimo accusi sistematicamente di ego chi, proprio, accetta di sottometterla a qualcosa che è al di sopra di lui.

Per troppo tempo ci è stato ripetuto che «ciò che importa» non sono le norme, né le formule, né le definizioni, ma le persone. La frase ha quella musica inconfondibile di un certo cattolicesimo degli anni Ottanta che sopravvive ancora per inerzia: meno dottrina e più Vangelo, meno rubriche e più vita, meno norme e più misericordia. Come se il Vangelo non contenesse dottrina, come se la liturgia non fosse vita della Chiesa, come se la misericordia potesse esistere separata dalla verità. Quel mantra ha funzionato per decenni (mentre si svuotavano templi e seminari) perché presentava alcuni come uomini di cuore e altri come cupi guardiani di regolamenti. Ma la caricatura sta scadendo. Ogni volta risulta più difficile nascondere che dietro molte invocazioni alla spontaneità e alla misericordia c’era, semplicemente, una pretesa dell’ego.

La questione di fondo non è mai stata misericordia contro rigore. È stata un’altra: chi comanda. Se la liturgia la riceviamo o la fabbrichiamo. Se la dottrina ci obbliga o noi giudichiamo quali parti della dottrina rimangono accettabili. Se la Chiesa possiede qualcosa da trasmettere o ogni generazione è autorizzata a ricomporlo secondo il clima culturale del momento. Una volta formulato così, gran parte dell’artificio crolla, perché il presunto umile che invoca continuamente la misericordia finisce per apparire come ciò che molte volte è: qualcuno convinto che il suo criterio personale sia più umano, più cristiano e più saggio di ciò che ha ricevuto.

Si può essere rigorosamente fedeli e profondamente misericordiosi. Si può amare le rubriche e prodigarsi per i poveri o i malati. Si può sostenere integralmente la dottrina e trattare con infinita delicatezza chi non riesce a vivere conformemente a essa. Si può difendere la tradizione e consegnare la vita per gli altri. E si può anche parlare continuamente di umiltà mentre si pone il proprio criterio al di sopra della liturgia e della fede della Chiesa. A questo potranno chiamarlo creatività, discernimento, pastorale, aggiornamento o misericordia. Il vocabolario cambia; il meccanismo è lo stesso. Molte volte non è altro che ego, forse persino un ego benintenzionato, ma ego alla fin fine.

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