Le decisioni che dovremmo prendere

Le decisioni che dovremmo prendere
A Woman and Five Children by The Le Nain Brothers, 1642 [Source: The National Gallery, London]

Di John M. Grondelski

L’Institute for Family Studies ha appena pubblicato «Il vicolo cieco demografico: senza interventi, la popolazione statunitense diminuirà presto», l’ultimo di numerosi studi che segnalano l’imminente cataclisma per le società occidentali a causa di lunghi periodi di fecondità al di sotto del livello di sostituzione. Lo studio dell’IFS non è un caso isolato: sempre più persone e istituzioni affrontano il declino demografico e l’invecchiamento delle società.

Nonostante i lamenti, tuttavia, pochi politici o altre figure pubbliche stanno facendo qualcosa al riguardo, e le soluzioni proposte sono polarizzate: la sinistra propone principalmente di importare popolazioni di «sostituzione» dal Terzo Mondo, soprattutto per svolgere lavori pesanti, mentre la destra raccomanda di sostenere la «mano invisibile» del mercato con sussidi statali pronatalisti. Entrambe le posizioni ignorano un postulato fondamentale del pensiero di Papa San Giovanni Paolo II: la cultura precede la politica e l’economia. Non risolveremo la nostra scarsità demografica senza prima sanare la nostra cultura.

E questo implica affrontare risolutamente l’«etica della scelta». Le società liberali occidentali consacrano la libera «scelta» come valore primario. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno difeso a lungo una scelta di tipo laissez-faire. Ma questa adozione della libera scelta era attenuata nelle nostre società da altri fattori culturali.

La società statunitense, quando era ancora configurata dal protestantesimo tradizionale (con una minoranza di immigrati cattolici), moderava la scelta illimitata mediante norme morali. Anche nelle società occidentali che cercarono consapevolmente di sradicare le proprie radici religiose —ad esempio, la France laïque—, i residui culturali cristiani frenarono in parte i peggiori impulsi della libera scelta sfrenata, non da ultimo per l’esperienza tangibile di ciò che accade —come nel Regno del Terrore— quando si ignorano tali freni.

Queste società sono praticamente scomparse. La secolarizzazione ha dissipato il cristianesimo culturale, anche in gran parte negli Stati Uniti. Numerose confessioni cristiane hanno abbandonato i beni normativi: basta osservare le fratture, principalmente intorno alla sessualità, nelle chiese protestanti storiche statunitensi. Ci sono anche coloro che nel cattolicesimo vorrebbero seguire questi nuovi flautisti di Hamelin neoprotestanti. E, di fronte alle accuse che opporsi a tali infedeltà equivale a importare una «teologia pelvica» in un cristianesimo che si è «evoluto» verso questioni «più serie», le questioni pelviche difficilmente risultano accessorie, considerando che nessuno esisterebbe senza di esse.

Il cristianesimo tradizionale riconosceva che le persone hanno opzioni. Tuttavia, esistono scelte buone e scelte cattive, il cui valore non dipende dall’intenzione di chi le compie, ma dalla natura stessa di ciò che si sceglie.

Questo era prima del predominio di ciò che Joseph Ratzinger definì «la dittatura del relativismo», un fenomeno favorito dalla resistenza della filosofia moderna a riconoscere il bene e il male normativi, sostenuto da un «cristianesimo» indebolito che nasconde la propria codardia dietro la frase apparentemente virtuosa: «Chi sono io per giudicare?».

Insieme a questa relativizzazione del bene è arrivata l’esaltazione della libertà. L’esistenzialismo ateo, soprattutto dopo Sartre e Camus, ha alterato la funzione stessa della libertà. La libera scelta, e non la realtà preesistente, è diventata costitutiva del bene. Invece di fare mio il bene (o il male), la libertà ha reso «buoni» atti moralmente amorfi. Abbiamo ottenuto «il mio bene» e «il tuo bene», ma non «il bene». (L’ex presidente di Harvard, destituito dopo la sua disastrosa testimonianza al Congresso sull’antisemitismo, si è lamentato debolmente di non aver potuto esprimere «il mio bene»).

Questa ridefinizione della scelta ha avuto conseguenze profonde per i figli. Invece di essere un dono di Dio ricevuto come un bene, i figli sono diventati «scelte». Tutta l’etica dell’aborto negli Stati Uniti (e in gran parte del mondo occidentale) si è fondata sull’etica della «scelta della donna». Se lei decideva di continuare la vita del suo bambino, era bene; ma se decideva di porvi fine, era bene anche questo.

Gli adesivi pro-vita sintetizzavano una verità profonda: «È un bambino, non una scelta». La dignità ontologica di ogni bambino (la verità fondamentale di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio) e il suo diritto alla vita non sono stabiliti né annullati da una «scelta» materna. Lei potrà scegliere di ignorare o negare tale verità, ma tale decisione non altera né la realtà né la questione morale di fondo.

Il che ci riporta al punto di partenza della nostra tesi iniziale: esistono scelte che dovremmo (e non dovremmo) fare. Esistono opzioni alla portata della nostra libertà per le quali, tuttavia, tale libertà non dovrebbe essere impiegata.

Affermando questo, dobbiamo essere consapevoli che la formulazione stessa che «ci sono scelte che dovremmo (o non dovremmo) fare» risulta, sotto certi aspetti, incomprensibile per l’uomo contemporaneo. Per coloro che sono stati educati sotto un’etica della scelta in cui l’atto stesso di scegliere costituisce il fattore determinante della moralità, la nozione che una decisione possa essere soggetta a un «dovere» (o, a maggior ragione, a un «non dovere») è completamente priva di senso.

Un simile ragionamento non si applica mai al di fuori dell’ambito sessuale. Pochi sostengono che, per il fatto di poter scegliere di mentire o rubare, la mera decisione esaurisca il giudizio morale. Il divieto del «dovere» è un’eccezione peculiare riservata all’ambito della sessualità.

Questa concezione distorta della libertà di scelta installata nella nostra cultura costituisce la causa principale del nostro inverno demografico. Si potranno attribuire le colpe a ogni sorta di «fattori socioeconomici», che certamente esistono; ma, in fondo, si è smarrita la premessa di buon senso, indiscutibile per le generazioni passate, che si devono avere figli.

La certezza che, raggiunta una determinata maturità, la maggior parte degli uomini e delle donne debbano unirsi in matrimonio e, successivamente, concepire discendenza. Generare figli non costituisce semplicemente un processo biologico, né tanto meno una «maledizione» che debba essere soppressa mediante la farmacologia o la tecnica. Avere figli non è semplicemente un’esigenza sociale né un ruolo predeterminato. Costituisce lo sviluppo naturale mediante il quale la persona matura e trascende la propria individualità a favore della responsabilità verso il prossimo. A questo puntava Erik Erikson postulando la sua fase di sviluppo psicosociale denominata «generatività».

Restaurare la nostra cultura richiede estirpare alla radice la falsa nozione di «scelta» —soprattutto nell’ordine procreativo— secondo la quale la dignità intrinseca di una nuova vita può essere subordinata all’arbitrio individuale. Finché il nostro orizzonte culturale non tornerà a impregnarsi di solidi principi sociali che riaffermino che avere un figlio è un fatto nobile, naturale e proprio della vocazione umana, l’importazione di manodopera o l’aumento degli assegni di maternità offriranno appena sollievi marginali, senza arrivare a correggere la radice del problema.

Informazioni sull’autore

John M. Grondelski John Grondelski (Dottore in Filosofia presso la Fordham University) è stato vicepreside della School of Theology della Seton Hall University, a South Orange, New Jersey. Tutte le opinioni espresse in questo articolo sono di sua esclusiva responsabilità.

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