Il sacerdote Francisco José Delgado ha pubblicato su InfoCatólica un articolo che raccomandiamo di leggere con calma, «Denaro della Chiesa per l’anticattolicesimo?», e che in fondo non dice nulla che non sapessimo già, ma lo dice con la forza del concreto: nomi, banner, tariffe e un inventario di istituzioni ecclesiali —EDIBESA, UMAS, la Scuola di Teologia dei Domenicani, la Pontificia Università di Salamanca, l’Università Cattolica di Valencia, Comillas, Deusto, Loyola, La Salle, le Paoline, Edelvives, la Fondazione Paolo VI, Messaggeri di Pace, i Camilliani— la cui pubblicità appare intercalata, paragrafo dopo paragrafo, in un articolo che definisce la Chiesa intransigente e nemica del Vangelo e della scienza per il suo mantenimento della dottrina sull’omosessualità. L’autore conclude l’opera, come non poteva essere altrimenti, citando Juan José Tamayo. Vale a dire: denaro che proviene, direttamente o indirettamente, dallo sforzo dei fedeli, che serve da sostegno economico a un mezzo la cui linea editoriale non è semplicemente critica verso la Chiesa, ma apertamente contraria alla sua dottrina e, in non poche occasioni, veicolo di posizioni semplicemente eretiche, rivestite di quel progressismo stantio, fuori tempo, da prete degli anni Settanta, che ormai non convince più nemmeno i suoi ma che continua a incassare puntualmente.
Un fenomeno atipico che ormai nessuno può fingere di non vedere
C’è qualcosa di profondamente atipico in tutto questo. Non è normale che un portale con un’audience che, secondo i dati accumulati di SimilarWeb per il 2025, si aggira intorno ai 6,5 milioni di visite annuali —rispetto ai più di 18,5 milioni di InfoVaticana, ai 16,5 di InfoCatólica o ai più di 12 di Religión en Libertad— concentri una simile densità di pubblicità istituzionale ecclesiale. Non è normale che un mezzo letto diverse volte meno dei grandi portali cattolici spagnoli sia, tuttavia, la vetrina preferita della pubblicità di università pontificie, case editrici religiose e mutue fondate dalla stessa Conferenza Episcopale. E non è normale, neppure, che vescovi e funzionari vaticani —ecco le interviste compiacenti a chi sembra proporsi per incarichi maggiori, o l’uso reiterato del portale come megafono da parte di ufficiali della Curia come monsignor Jordi Bertomeu— utilizzino quello stesso mezzo come forum di autopromozione, come se apparirvi facesse guadagnare punti nella scala della carriera ecclesiastica.
Quando la pubblicità non segue l’audience e la gerarchia non segue i fedeli, ma entrambe convergono sistematicamente sul mezzo minoritario che le disprezza, la domanda non è più giornalistica: è amministrativa e, se del caso, giuridica.
Quello che abbiamo già spiegato: la pubblicità non si paga come si vuole
A gennaio di quest’anno abbiamo pubblicato «Denaro della Chiesa e pubblicità digitale: la linea rossa dell’amministrazione sleale», dove ricordavamo qualcosa di elementare che il clericalismo compiacente preferisce non sentire: la pubblicità digitale ha oggettivato ciò che prima era artigianale. Oggi gli impatti si contano, le audience si verificano e i costi per mille impressioni —i CPM— si confrontano facilmente con i riferimenti di mercato. Chi amministra denaro proprio può buttarlo come vuole; chi amministra denaro altrui —quello di una diocesi, quello di una mutua ecclesiale, quello di un’azienda di proprietà della Chiesa, cioè in ultima istanza quello dei fedeli— è soggetto a un rigoroso dovere di diligenza e lealtà, e non può contrattare pubblicità a prezzi slegati dal valore reale di mercato senza una seria e documentabile giustificazione tecnica. L’amministrazione sleale non richiede buste né commissioni nascoste: basta gestire beni altrui in modo contrario al loro interesse causando un danno patrimoniale valutabile. Pagare sovrapprezzi persistenti per pubblicità su un mezzo di audience marginale, esistendo alternative oggettivamente maggiori e più efficaci, cessa di essere una cattiva decisione comunicativa per diventare qualcosa che richiede spiegazioni; e se dietro quell’acquisto fuori mercato ci fosse un tentativo di comprare volontà o qualche accordo che ignoriamo, sarebbe ancora più grave. Fino a che punto esauriranno la pazienza dei fedeli prima che si attivino legalmente?
A marzo lo abbiamo dettagliato con il caso UMAS: mutualisti che hanno chiesto di conoscere gli importi pagati, le visite reali generate e il CPM effettivo risultante, e che a oggi restano senza risposta. L’opacità, in un ente che gestisce risorse di istituzioni della Chiesa, non è un dettaglio minore: è un’anomalia che potrebbe essere indiziaria di accordi non allineati al valore reale di mercato. E UMAS, come allora avvertimmo, è solo l’inizio.
Il prezzo di segnalarlo
Sappiamo anche cosa viene ora, perché il meccanismo è tanto prevedibile quanto vecchio. Chi segnala l’incongruenza —oggi padre Delgado— attiva immediatamente i meccanismi della repressione ambientale: cominciano —oh, casualità— gli articoli contro di lui, le compilazioni sensazionalistiche di dichiarazioni estrapolate dal contesto, la stigmatizzazione personale, il tentativo di trasformare il denunciante nel problema per non dover rispondere alla denuncia. È la reazione di un ecosistema clientelare che non può discutere i dati —le tariffe sono pubblicate, i banner visibili, le cifre di audience verificabili— e che per questo attacca le persone. Noi stessi conosciamo questo trattamento, e lo conoscono anche i nostri azionisti, i cui nomi e immagini vengono utilizzati per stigmatizzarli in frequenti campagne assurde. Sappiano coloro che lo fanno che non solo sapevamo a cosa andavamo incontro, ma che da ora in poi seguirà un’attività molto più intensa.
La nostra libertà e a chi la dobbiamo
InfoVaticana non riceve pubblicità da nessuna istituzione ufficiale. Non la chiediamo né la aspettiamo. L’ultima volta che ci è stato offerto un finanziamento istituzionale è stato a condizione di ritirare determinati contenuti sulla campagna dell’X, e fu rifiutato; quell’esperienza, che raccontammo a suo tempo, ci insegnò che il denaro non comprò il nostro silenzio, ma ci costrinse a guardare con maggiore attenzione verso dove circola quel denaro con apparente normalità. Ci sostengono i donatori e gli azionisti che credono in questo progetto, e proprio per questo siamo liberi: professionisti con la vita fatta fuori dalle reti clientelari qui descritte, senza un vescovo che possa destituirci, senza un’università gesuita o domenicana che possa toglierci il banner, senza una diocesi che possa chiuderci il rubinetto. Quella libertà né ce la possono dare né ce la possono togliere, e se Dio ci dà salute, a questo team restano decenni per continuare a svelare incongruenze, eresie e malversazioni; per continuare a denunciare gestioni negligenti nei casi di abusi, chiunque sia il responsabile; e per difendere, con tutta umiltà ma con tutta determinazione, qualcosa di così semplice e al tempo stesso così profondo come la fede cattolica di sempre. Non la sua deformazione modernista: non quella di chi adora Pachamama, né quella di chi vuole «decostruire» la famiglia per aprire la strada all’agenda LGBT, né quella di chi promuove il sacerdozio femminile e le vescovesse, né quella di chi non crede più nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia.
E una parola finale di gratitudine, la più importante. Ai sacerdoti coraggiosi che, come padre Delgado, dipendono sì da una diocesi, da una struttura, da un superiore; che vivono all’interno di istituzioni dove queste incongruenze vengono finanziate a sovrapprezzo e dove alzare la voce ha un costo personale che noi non paghiamo. Loro sono in prima linea in un combattimento in cui noi abbiamo il privilegio —la benedizione— di combattere senza legami e con la coscienza tranquilla. Che Dio li sostenga.
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