Il Governo di Andorra porterà a settembre al Consell General una riforma del Codice Penale per depenalizzare l’aborto. E lo farà, secondo tutti gli indizi, con la conoscenza —e senza l’opposizione pubblica— della Segreteria di Stato vaticana. Dopo anni di negoziati discreti pilotati dal cardinale Pietro Parolin, Roma si appresta ad assistere in silenzio alla caduta di uno degli ultimi ordinamenti giuridici d’Europa che proteggeva penalmente la vita del non nato.
Il progetto, secondo la ricostruzione pubblicata da La Veu Lliure, è il risultato di conversazioni iniziate nel 2019 tra l’Esecutivo andorrano e la Santa Sede. La particolarità istituzionale del Principato —uno dei suoi due capi di Stato è il vescovo di Urgell, oggi monsignor Josep-Lluís Serrano Pentinat— rendeva qualsiasi riforma una questione direttamente vaticana. Proprio per questo, ciò che accadrà a settembre non potrà essere presentato come un fatto estraneo alla Chiesa: se la riforma andrà avanti senza che il coprincipe episcopale né Roma la blocchino, la lettura sarà inevitabile.
«Depenalizzare non è legalizzare»: la trappola semantica di sempre
Il capo del Governo, Xavier Espot, insiste nel distinguere tra depenalizzare e legalizzare: l’aborto continuerà a non poter essere praticato sul territorio andorrano e la CASS —la Sicurezza Sociale del Principato— non finanzierà aborti all’estero. La riforma si limiterebbe, dicono, a ritirare le conseguenze penali per la donna che abortisce.
È esattamente lo stesso schema argomentativo con cui è iniziata la liberalizzazione dell’aborto in praticamente tutti i Paesi del nostro contesto. Prima si depenalizza «solo la donna»; poi si depenalizzano «casi»; poi diventa una prestazione sanitaria; e infine un «diritto» blindato. Chi conosce la storia legislativa di Spagna, Francia o Italia sa che il confine che oggi il Governo andorrano presenta come invalicabile è, in realtà, la prima casella di una scacchiera il cui finale è noto. Che la legge penale smetta di proteggere il non nato non è una sfumatura tecnica: è la rinuncia dello Stato a riconoscere che c’è una vittima.
In effetti, lo stesso Esecutivo arrivò a gestire durante il 2025 un approccio molto più ambizioso: invio di donne a centri abortivi di Francia o Spagna, accompagnamento medico da Andorra e finanziamento pubblico per quelle che si trovassero «in situazione di vulnerabilità». Che quel progetto sia oggi accantonato non significa che sia scomparso. Significa che si è deciso di procedere per fasi.
Parolin, il negoziatore
L’interlocutore di Andorra in tutto questo processo è stato il cardinale Pietro Parolin. Il segretario di Stato ha ricevuto Espot e il ministro Ladislau Baró lo scorso 29 luglio in Vaticano, nell’ultimo di una serie di incontri che risalgono a anni fa. Dopo quell’incontro, il Governo andorrano ha confermato che la riforma arriverà al Parlamento a settembre e ha ringraziato «il clima di fiducia e discrezione» mantenuto con la Santa Sede.
Conviene soffermarsi su quella frase. Un Governo che si appresta a depenalizzare l’aborto ringrazia pubblicamente la discrezione della Segreteria di Stato. La diplomazia di Parolin, fedele al suo stile, ha optato ancora una volta per la composizione silenziosa piuttosto che per la testimonianza: nel 2023, in visita nel Principato, il cardinale ricordò che la difesa della vita è «un principio irrinunciabile» per la Chiesa. Tre anni dopo, quel principio irrinunciabile sembra essere diventato materia negoziabile, purché l’operazione sia gestita senza clamore.
La Veu Lliure conclude che il Vaticano avrebbe accettato, o almeno deciso di non bloccare, una depenalizzazione limitata. Roma non ha smentito quell’interpretazione. E in queste materie, il silenzio della Segreteria di Stato raramente è casuale.
Il silenzio del coprincipe
Nemmeno monsignor Serrano Pentinat, che è succeduto a monsignor Joan-Enric Vives alla guida della diocesi di Urgell nel maggio 2025, si è pronunciato sui termini della riforma. Il coprincipe episcopale ha parlato di «dialogo» e di «accompagnamento alle donne in situazioni difficili», formule tanto pastoralmente gentili quanto giuridicamente inoffensive. Ma il vescovo di Urgell non è un osservatore: è capo di Stato. La sua firma, il suo silenzio o la sua astensione avranno conseguenze dirette sulla legge. E sulla sua coscienza.
La domanda che nessuno a Roma sembra voler rispondere è elementare: può un vescovo cattolico, coprincipe di uno Stato, permettere la promulgazione di una legge che ritira la protezione penale alla vita del non nato? Il Catechismo e il magistero costante della Chiesa —da Evangelium vitae in poi— non lasciano troppo margine alla creatività diplomatica.
Macron preme, Roma cede
Mentre la Santa Sede negoziava con discrezione, l’altro coprincipe spingeva senza dissimulazione. Emmanuel Macron —lo stesso che ha fatto iscrivere l’aborto nella Costituzione francese— ha riproposto la questione durante la sua visita ad Andorra dello scorso aprile, e l’ha affrontata sia con Espot che con Serrano Pentinat. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la pressione del presidente francese avanza e la resistenza romana retrocede.
È vero che, secondo La Veu Lliure, l’arrivo di Leone XIV ha complicato le conversazioni e ha contribuito a ridurre la portata del progetto rispetto ai piani del 2025. Il Papa ha ribadito fin dall’inizio del suo pontificato la difesa della vita umana. Ma la coerenza si misurerà a settembre: se il progetto arriva al Consell General e prospera senza che la Santa Sede dica una parola, la difesa della vita sarà rimasta, ancora una volta, nel terreno delle dichiarazioni generiche mentre la diplomazia faceva il lavoro contrario negli uffici.
Quel che è in gioco
Andorra era, insieme a Malta e pochissimi altri territori, uno degli ultimi baluardi europei dove l’ordinamento giuridico proteggeva integralmente la vita del concepito. Quella eccezione non era un anacronismo: era una testimonianza. Se a settembre cadrà, non sarà per una sconfitta, ma per una negoziazione in cui la Chiesa si è seduta al tavolo per pattuire i termini della propria ritirata.
Rimarà da vedere il testo definitivo che arriverà al Consell General. Ma il precedente è già stabilito: quando la vita del non nato entra nell’agenda della diplomazia vaticana, l’irrinunciabile finisce per avere un prezzo. E la discrezione, a quanto pare, fa parte del pagamento.