Di Kristen Ziccarelli
Oggi, 6 agosto, la Festa della Trasfigurazione commemora uno dei momenti più misteriosi del ministero pubblico di Cristo. Salendo sul Monte Tabor con Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù si trasfigura davanti a loro. Il suo volto risplende «come il sole», le sue vesti diventano abbagliantemente bianche, Mosè ed Elia appaiono al suo fianco e la voce del Padre dichiara: «Questi è il mio Figlio amato. . . ascoltatelo».
Pietro risponde immediatamente: «Signore, è bello per noi stare qui».
La Trasfigurazione è narrata nei tre Vangeli Sinottici. Avviene nell’ultimo anno della vita di Gesù, prima della sua Crocifissione. Questo dovrebbe portarci a chiederci: perché Cristo salì sul Monte Tabor con Pietro, Giacomo e Giovanni prima della sua Passione? Perché rivelare la sua gloria in quel momento particolare?
L’arcivescovo Fulton Sheen offre una risposta illuminante nel suo breve libro, La vita di Cristo: «Pietro la “roccia”, Giacomo, destinato a essere il primo apostolo martire, e Giovanni, il visionario della gloria futura dell’Apocalisse. Senza dubbio li scelse perché erano coloro che avevano più bisogno di forza per l’ora della prova».
Il nucleo dell’osservazione di Sheen è che Cristo non rivelò la sua gloria dopo la Croce come ricompensa per la loro fedeltà, ma prima della Croce per fortificarli e sostenerli in preparazione ad essa.
Sebbene Pietro lo avrebbe negato, in seguito si sarebbe pentito. Giacomo sarebbe diventato il primo apostolo a dare la vita per il Vangelo. Giovanni sarebbe rimasto ai piedi della Croce, ricevendo solo più tardi la visione celeste registrata nell’Apocalisse. Cristo sapeva con precisione ciò che attendeva ciascuno di loro, ma prima di chiedere loro di essere testimoni della più grande bruttezza della storia, permise loro prima di contemplare la sua più grande bellezza.
È interessante riflettere sulla Trasfigurazione specificamente alla luce dello scopo della bellezza nella vita spirituale. O anche congetturare —come molti forse non considerano— che la bellezza abbia uno scopo simile.
Il mondo tende a giustificare le cose in base alla loro utilità. Da questa prospettiva, la bellezza può sembrare inutile, o addirittura indulgente, rispetto a preoccupazioni più pratiche. Anche negli ambienti cristiani moderni, la bellezza può essere relegata a qualcosa di secondario, avendo reciso il suo legame con la verità e la bontà.
Ma la scena della Trasfigurazione, dove il «volto di Cristo risplendette come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la luce», è probabilmente una delle scene di bellezza più impressionanti delle Scritture.
La bellezza come mezzo con cui Cristo stesso preparò i suoi discepoli alla sofferenza? Avrebbe potuto fortificarli in un altro modo; avrebbe potuto semplicemente ordinare loro di perseverare. Avrebbe potuto raccontare loro una parabola o inviare un messaggio attraverso un angelo.
Invece, concesse loro un incontro con la sua gloria.
La bellezza fortifica, ma come? Da un lato, ci ricorda che il mondo visibile è capace di rivelare qualcosa al di là del banale, il che può offrire sia speranza che conforto.
Nel momento in cui la incontriamo, possiamo sentirci allo stesso tempo colmi e insoddisfatti, illuminati ma desiderosi di più. Riconosciamo l’esistenza di qualcosa che sempre aneliamo e che, tuttavia, non possiamo possedere del tutto.
Ma, cosa ancora più importante, questa esperienza ci muove alla contrizione perfetta, che non nasce principalmente dal timore del castigo, ma dall’amore stesso. La bellezza risveglia quell’amore e, avendo intravisto qualcosa della gloria di Dio, per fugace che sia, riconosciamo quanto poco desideriamo separarcene.
Nel Vangelo di Matteo, la risposta di Pietro è registrata come: «Signore, è bello per noi stare qui». E continua con la proposta che fa Pietro: se vuoi, farò «qui tre capanne, una per te, una per Mosè e un’altra per Elia».
Ci è facile identificarci con la sua reazione di stupore: i nostri incontri con la bellezza autentica risvegliano il desiderio di rimanere. Ascoltiamo sinfonie senza volere che finiscano; ci rattrista l’idea che il tramonto abbagliante sprofondi infine dietro le nuvole.
Ma Cristo guiderà gli Apostoli di nuovo giù, dove le folle attendono e dove c’è ancora sofferenza da sopportare. C’è una Croce da portare. Là, anche, c’è una chiamata ad assumere il difficile compito che deve essere compiuto qui sulla terra, e ad essere magnanimi nel riconoscere che i nostri incontri con la bellezza sono doni, destinati a essere usati al servizio del Regno di Dio.
Prima che Cristo chiedesse ai suoi discepoli di essere testimoni della Croce, diede loro prima una visione della gloria.
Pietro non dimenticò mai ciò che vide. Verso la fine della sua vita, scrisse alla Chiesa primitiva che era stato «testimone oculare della sua maestà». (2 Pietro 1, 16-18) Il ricordo del Monte Tabor rimase con lui attraverso il Getsemani, la Risurrezione, decenni di ministero apostolico e, in ultima analisi, fino al suo stesso martirio.
L’uomo che una volta disse, per sua vergogna, quando Gesù veniva torturato e interrogato da Ponzio Pilato: «Non conosco quell’uomo», divenne il Santo che diede la sua vita nel martirio per Lui.
Tra quei due momenti, il Monte Tabor diede a Pietro un barlume della gloria celeste che un giorno si sarebbe rivelata pienamente. Iniziò così la trasformazione da pescatore ad apostolo, da apostolo a martire, da uomo a santo. Un modello per tutti noi.
Sull’autrice
Kristen Ziccarelli è una scrittrice che vive a Washington, D.C. La Trasfigurazione è la sua festa patronale preferita.