Otto anni fa la Santa Sede riscrisse il numero 2267 del Catechismo, e otto anni dopo il problema creato da quel rescritto resta intatto, con un aggravante: non è più solo il problema di Francesco. Leone XIV ha fatto propria la formula questa stessa primavera —in un volo di ritorno dall’Africa, davanti alla DePaul University, davanti all’OSCE—, e proprio per questo l’articolo si rivolge a lui. Non per chiedergli di riabilitare patiboli, che nessuno rimpiange, ma per chiedergli ciò che il suo predecessore non concesse mai: che dica cosa significa la parola su cui è stato ipotecato il credito dottrinale della Chiesa. Finché «inammissibile» resta indefinito, l’intera Chiesa resta in balia: di quella altrui e, peggio ancora, della propria.
I fatti sono noti e conviene riproporli con esattezza. Il 2 agosto 2018 fu pubblicato un rescritto, approvato da Francesco in udienza dell’11 maggio e firmato il 1° agosto dal cardinale Ladaria, che sostituiva il testo del 1997 —quello di Giovanni Paolo II, che ammetteva la pena capitale solo come ultima risorsa difensiva contro l’aggressore ingiusto, in casi che giudicava ormai rarissimi, forse inesistenti— con un insegnamento nuovo: la pena di morte «è inammissibile, perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona», con l’impegno esplicito all’abolizione universale. L’unica fonte citata era un discorso dello stesso Francesco, dell’ottobre 2017, in cui aveva affermato che la condanna capitale è «in sé contraria al Vangelo». Una lettera allegata della Congregazione per la Dottrina della Fede certificava che la nuova formula «non è in contraddizione con gli insegnamenti precedenti del Magistero». La certificazione era necessaria perché l’apparenza diceva il contrario: dalla professione di fede imposta ai valdesi nel 1208 al Pio XII del 1952, passando per il Catechismo Romano di Trento, la liceità di principio era stata insegnamento costante di papi, concili e dottori.
La reazione non venne dalla stampa ostile ma dall’accademia. Il 15 agosto 2018, quarantacinque teologi, filosofi e chierici pubblicarono su First Things un appello ai cardinali chiedendo loro di consigliare al Papa il ritiro della revisione, perché la sua apparenza di contraddizione con la Scrittura e l’insegnamento tradizionale stava causando scandalo; in pochi giorni si aggiunse più di una trentina di firme. Di fronte, monsignor Paglia, presidente dell’Accademia per la Vita, offrì alla stampa la lettura massimalista: con il nuovo testo «è risultato chiaro che non esistono eccezioni». Tra i due poli fiorì l’equivoco: alcuni lessero un giudizio prudenziale rivedibile, altri una dichiarazione di malizia intrinseca, e i moralisti fecero notare che «inammissibile» non è un termine definito in teologia morale, cosicché ciascuno intese ciò che volle. Otto anni dopo, la dispersione persiste. Un catechismo esiste per dirimere dispute; questo numero le fonda.
Il costo non è accademico. Nel 2004, il cardinale Ratzinger aveva tracciato per i vescovi nordamericani un confine netto: tra cattolici è legittima diversità di opinioni sulla guerra e sulla pena capitale; sull’aborto e l’eutanasia, nessuna. Quel confine proteggeva l’essenziale distinguendolo dall’opinabile. Il 2267 del 2018 lo cancellò, e con esso cancellò qualcosa di più: si pose il precedente che un insegnamento plurisecolare può essere invertito mediante un discorso, un rescritto e un certificato di non contraddizione. Chi volesse applicare domani lo stesso schema a qualsiasi altro dossier conosce già la strada. Non occorre rimpiangere il boia —nessuno qui lo rimpiange— per avvertire che il credito docente della Chiesa non si perde a pezzi: se il magistero costante poté errare su questo, la domanda sul perché non avrebbe potuto errare su quello resta servita, gratis, a tutti i suoi avversari, interni ed esterni.
Perché Leone XIV? In primo luogo, perché ha assunto la formula. Il 23 aprile, di ritorno dalla Guinea Equatoriale, la equiparò per giustapposizione: «Condanno l’omicidio. Condanno la pena di morte». Il giorno dopo, nel videomessaggio alla DePaul per il quindicesimo anniversario dell’abolizione in Illinois, citò il 2267 vigente e ne riprodusse persino l’architettura: la dignità che non si perde neppure dopo i crimini più gravi, e anche le carceri efficaci che rendono inutile la pena; lo stesso miscuglio di essenza e circostanza in cui consiste il problema. A maggio, davanti all’OSCE, escluse la pena capitale insieme alla tortura e ai trattamenti degradanti, mentre il governo federale del suo Paese annuncia che rafforza la pena di morte federale. In secondo luogo, perché egli stesso ha formulato la distinzione che il testo vigente confonde: nel 2023, da vescovo di Chiclayo, fece propria l’«etica coerente della vita» di Bernardin, ma raccogliendo con precisione l’avvertimento del cardinale di Chicago: ogni questione di vita ha il suo carattere morale proprio, e fonderle senza tener conto della loro relativa importanza morale si discosta dall’insegnamento cattolico. Esattamente. Gli chiediamo di applicare il suo stesso avvertimento al numero 2267. E in terzo luogo, perché pochi papi sono arrivati meglio equipaggiati per il compito: dottore in diritto canonico, e portatore per elezione di un nome che rimanda all’autore di Aeterni Patris, l’enciclica che fece di san Tommaso il maestro comune della Chiesa; lo stesso Tommaso che insegnò la liceità della pena capitale nella Somma. Gli strumenti sono sulla sua scrivania.
Porvi rimedio non esige, nel suo grado minimo, restaurare il testo del 1997; esige rispondere a una sola domanda, e la Chiesa dispone di strumenti ordinari per farlo: un responsum ad dubium del Dicastero per la Dottrina della Fede. Il dubium è semplice: «inammissibile» enuncia una malizia intrinseca o un giudizio prudenziale sulle circostanze presenti? Se la prima, che si spieghi come si concilia con la professione valdese, con Trento e con Pio XII, o che si ammetta la rottura e se ne carichino le conseguenze. Se il secondo, che il 2267 si riformuli per dire ciò che vuole dire: la Chiesa può impegnarsi per l’abolizione, con tutta la forza prudenziale del mondo, senza ipotecare il suo passato né fondare la richiesta su una dignità che, se fosse il fondamento, lo era anche nel 1208. Nulla di tutto questo è inaudito: lo stesso 2267 fu già rivisto nel 1997 dopo Evangelium vitae —i testi catechetici sono rivedibili per definizione—, e se l’ostacolo è che Fratelli tutti incorporò la formula nel 2020, questa è precisamente la ragione per cui solo un Papa può farlo.
Otto anni, due pontificati, una parola senza definire. Non chiediamo a Leone XIV di difendere il patibolo. Gli chiediamo di definire un termine. Per questo, esattamente, esiste un Papa.