Dopo che la Santa Sede ha smentito ufficialmente le informazioni su una presunta assoluzione di Marko Ivan Rupnik e ha confermato che il processo canonico è ancora in corso, l’avvocata Laura Sgrò ha reso pubbliche le sue critiche allo svolgimento della procedura, denunciando la mancanza di informazioni fornite alle donne che rappresenta e chiedendo chiarimenti sulla possibilità che possano intervenire come parti lese nel giudizio.
In dichiarazioni a La Nuova Bussola Quotidiana e Crux, nonché in una lettera indirizzata al prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, l’avvocata italiana insiste nel precisare che non intende un processo pubblico né mettere in discussione l’ordinamento canonico, ma conoscere «le informazioni minime che garantiscano il diritto di difesa e il diritto di contraddittorio».
«Senza di esse non può esserci giustizia», afferma.
Cinque domande che restano senza risposta
Secondo quanto rivelato da OSV News, Sgrò ha inviato lo scorso 21 luglio una lettera al cardinale Fernández ponendo cinque questioni concrete: se il processo fosse realmente iniziato, quale fosse il suo stato attuale, chi facesse parte del tribunale, cosa fosse accaduto alla richiesta presentata dalle sue assistite per essere ammesse come parti lese e perché le denuncianti non fossero ancora state chiamate a deporre.
Il giorno successivo, l’Ufficio Stampa della Santa Sede ha confermato ufficialmente che il procedimento giudiziario è in corso e ha smentito le informazioni su una presunta assoluzione di Rupnik. Il direttore dell’Ufficio Stampa, Matteo Bruni, ha spiegato inoltre che, «durante il processo, come in qualsiasi procedimento giudiziario, non si possono condividere informazioni sulle attività in corso per rispetto del processo stesso» e anche per evitare di nuocere alle persone coinvolte. Ha aggiunto che, se il tribunale riterrà necessario raccogliere ulteriori informazioni, «sarà sua responsabilità procedere in modo indipendente per ottenerle».
Tuttavia, il comunicato non ha risposto a una delle questioni centrali sollevate dall’avvocata: cosa sia accaduto alla richiesta che le denuncianti siano ammesse come parti lese nel procedimento.
La questione delle vittime nel processo
È proprio qui che Sgrò individua il nucleo della sua critica.
L’avvocata denuncia che le sue assistite «non solo non sono state convocate», ma che la richiesta presentata per intervenire come rappresentanti della parte lesa «non ha nemmeno ricevuto risposta». Assicura inoltre di aver tentato più volte di contattare il cardinale Fernández e il segretario della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo John Joseph Kennedy, senza ottenere alcuna risposta.
«Mi hanno sempre preso tempo; nessuno vuole parlare con me», afferma.
La questione non è di poco conto dal punto di vista giuridico. Il canone 1729 del Codice di Diritto Canonico prevede che la parte lesa possa esercitare, all’interno dello stesso processo penale, un’azione per chiedere il risarcimento dei danni subiti a causa del reato. Proprio questa possibilità è quella che Sgrò ha richiesto per le sue assistite e sulla quale, fino ad ora, il Dicastero per la Dottrina della Fede non ha fornito alcuna risposta pubblica.
L’avvocata sostiene inoltre che le sue assistite ignorano l’identità dei giudici incaricati del caso e che non sono state nemmeno ascoltate come testimoni.
«Come può essere credibile un processo quando le vittime non conoscono nemmeno i nomi dei giudici? È un’altra violenza che si commette contro queste donne», sostiene.
Un dibattito che va oltre il caso Rupnik
Le critiche di Sgrò non si limitano al caso dell’ex gesuita sloveno, ma riaprono un dibattito più ampio sulla partecipazione delle vittime in determinati procedimenti penali canonici.
L’avvocata denuncia che le presunte vittime restano ai margini del processo, senza informazioni sufficienti sul suo andamento e senza risposta alle richieste formulate dalla loro rappresentanza legale. Una critica analoga era già stata avanzata dalle vittime del sacerdote peruviano Eleuterio «Lute» Vásquez, la cui indagine canonica è stata anch’essa accompagnata da denunce per la scarsa comunicazione mantenuta con le denuncianti durante l’iter del fascicolo.
Nella lettera inviata al cardinale Fernández, Sgrò assicura che le sue assistite «si sentono abbandonate e tradite, vittime ancora una volta di un sistema che non le ha mai accolte, protette né confortate». A suo giudizio, la mancanza di comunicazione costituisce «un’ulteriore violenza» contro donne le cui ferite «restano aperte».
Trasparenza e credibilità
L’avvocata conclude il suo scritto appellandosi alla credibilità della stessa Chiesa.
«La Chiesa, come le vittime, ha bisogno di trasparenza, giustizia e verità», scrive, chiedendo al tempo stesso di essere tenuta informata «nella misura del possibile» sull’evoluzione del procedimento e ricordando che le sue assistite «devono essere considerate una risorsa e non un ostacolo nel cammino verso la verità».
Il processo canonico contro Rupnik prosegue mentre il tribunale esamina l’abbondante documentazione raccolta durante l’indagine. Per il momento, la Santa Sede mantiene il riserbo sullo svolgimento delle attività, adducendo la necessità di preservare l’integrità del processo, mentre le denuncianti chiedono di conoscere quale sarà il loro ruolo in un procedimento il cui esito potrebbe diventare un punto di riferimento per futuri casi di abusi giudicati dalla giustizia canonica.