Il Papa nomina sette nuovi membri del Supremo Tribunale, con due canonisti spagnoli dell’Opus Dei e un profilo nettamente tecnico. L’inserimento dell’arcivescovo di San Francisco, appena tre settimane dopo le sue dichiarazioni sulla Messa tradizionale e la FSSPX, è il dato più eloquente della tornata. Conclude, da parte sua, il quinquennio del cardinale Müller.
La Sala Stampa della Santa Sede ha annunciato sabato 25 luglio la nomina di sette nuovi membri del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, il massimo organo giudiziario della Chiesa, presieduto dal cardinale Dominique Mamberti. Leone XIV ha designato gli arcivescovi e vescovi Salvatore Joseph Cordileone (San Francisco), Krzysztof Nitkiewicz (Sandomierz, Polonia), Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru (segretario del Dicastero per i Testi Legislativi fino allo scorso giugno) ed Edward M. Lohse (Kalamazoo, Stati Uniti), insieme ai sacerdoti Eduardo Baura de la Peña (Pontificia Università della Santa Croce), Gianpaolo Montini e il gesuita Ulrich Rhode (entrambi della Gregoriana).
Il rinnovo arriva alla scadenza del quinquennio dei membri nominati da Francesco nel giugno 2021: i cardinali Müller, Tobin, Grech e Harvey concludono così il loro mandato nel tribunale, in un avvicendamento ordinario che apre la strada a una nuova generazione di canonisti.
Cordileone, un canonista che torna a casa
La nomina dell’arcivescovo di San Francisco è, di gran lunga, quella di maggiore lettura ecclesiale. Cordileone non è un nuovo arrivato al palazzo della Cancelleria: canonista di formazione, lavorò come ufficiale della stessa Segnatura Apostolica negli anni Novanta, prima del suo episcopato, per cui conosce dall’interno la macchina del tribunale a cui ora ritorna come giudice.
Ma è il contesto a rendere la designazione un gesto. Cordileone è uno dei pochi ordinari diocesani al mondo che pontifica regolarmente nel rito romano tradizionale. Lo scorso 2 luglio ha conferito il suddiaconato e il diaconato a quattordici seminaristi dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote a Gricigliano, in cerimonie che il giorno seguente il cardinale Burke — già prefetto della stessa Segnatura — ha concluso con l’ordinazione di quattro nuovi sacerdoti.
Appena pochi giorni dopo, l’arcivescovo ha reagito pubblicamente alle consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X a Écône affermando che riflettono «una crescente mancanza di fiducia che si sta gestando da molto tempo», chiedendo un dialogo «sincero e onesto» tra Roma e la Fraternità e reclamando che si faciliti l’accesso alla Messa tradizionale «affinché i nostri fedeli non sentano di essere obbligati a cercare nutrimento spirituale fuori dalla famiglia in comunione con Roma».
Che Leone XIV lo incorpori al tribunale supremo della Chiesa tre settimane dopo quelle dichiarazioni ammette poche letture equivoche: lontano dal collocarlo fuori dal perimetro di fiducia pontificia, quel discorso non è stato un ostacolo per affidargli una funzione di garanzia giuridica nel cuore della Curia. Nel momento più delicato del rapporto tra Roma e il mondo tradizionale dal 1988, il Papa siede nella Segnatura un arcivescovo che celebra il rito antico, ordina per un istituto ex Ecclesia Dei e chiede di rivedere lo statu quo liturgico.
Cos’è la Segnatura e cosa potrà votare Cordileone
La Segnatura Apostolica opera in tre ambiti, conformemente alla sua Lex Propria. Come tribunale giudiziario supremo, giudica le querela di nullità contro le sentenze della Rota Romana e i conflitti di competenza tra tribunali. Come tribunale contenzioso-amministrativo — la sua funzione più sensibile —, risolve i ricorsi contro atti amministrativi singolari dei dicasteri della Curia per violazione di legge nel procedimento o nella decisione: per questa via passano soppressioni di parrocchie, espulsioni da istituti religiosi, decreti penali contro chierici e, potenzialmente, i decreti dicasteriali che riguardano comunità legate alla liturgia tradizionale. Esercita, inoltre, la vigilanza sulla retta amministrazione della giustizia in tutti i tribunali della Chiesa.
I membri non risiedono a Roma né governano il dicastero — questo spetta al cardinale prefetto —, ma giudicano nei collegi di cinque che decidono definitivamente i ricorsi contenziosi e nella plenaria che risolve i conflitti tra dicasteri. Vale a dire: Cordileone voterà, caso per caso, sulla legalità di atti della Curia romana, compresi quelli del Dicastero per la Dottrina della Fede e del Culto Divino quando arriveranno per via di ricorso. Un controllo di legalità, non di merito, e dal quale restano esclusi gli atti approvati dal Papa in forma specifica; ma un pezzo di garanzia niente affatto minore nell’ordinamento canonico.
Una tornata di giuristi, non di ideologi
Il resto delle nomine conferma l’impronta: tecnica prima che politica. Juan Ignacio Arrieta, sacerdote dell’Opus Dei e dottore da Navarra, è stato per quasi vent’anni segretario di Testi Legislativi e artefice principale della riforma del diritto penale canonico del 2021; il suo passaggio alla Segnatura è quasi un movimento naturale di carriera. Eduardo Baura, anch’egli dell’Opus Dei e professore ordinario della Santa Croce, è uno dei grandi specialisti di diritto amministrativo canonico — precisamente la materia della sezione seconda del tribunale — e firmò a suo tempo analisi molto critiche sulla tecnica legislativa di Traditionis custodes.
Gianpaolo Montini, professore della Gregoriana e per anni promotore di giustizia della stessa Segnatura, è probabilmente il maggior conoscitore vivente del processo contenzioso-amministrativo del tribunale. Completano la lista il gesuita tedesco Ulrich Rhode, professore della Gregoriana; il vescovo polacco Krzysztof Nitkiewicz, canonista e già sottosegretario dell’allora Congregazione per le Chiese Orientali; ed Edward Lohse, vescovo di Kalamazoo e amministratore apostolico di Steubenville, dottore della Gregoriana con anni di servizio nella Congregazione per il Clero.
Non c’è nella lista un solo nome identificabile con l’ala progressista del Collegio. Due sacerdoti dell’Opus Dei, un arcivescovo tradizionale, tre canonisti di scuola e un vescovo della linea dell’episcopato polacco: la fotografia è quella di un tribunale rafforzato con giuristi di mestiere e sensibilità classica.
Il ricambio di Müller, un cambio ordinario
Tra coloro che concludono il loro servizio nel tribunale figura il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Dottrina della Fede e membro dal 2021. La sua uscita non va letta in chiave politica: i mandati di quella tornata scadevano per legge quest’anno e il porporato tedesco, che ha superato i 78 anni, lascia il tribunale insieme ai cardinali Tobin, Grech e Harvey, di sensibilità ben diverse tra loro. Si tratta di un ricambio generazionale ordinario, che in nulla incide sul peso dottrinale di Müller, la cui voce — come ha dimostrato un mese fa nel concistoro straordinario — continua a essere una delle più ascoltate del Collegio cardinalizio.
Con Mamberti alla guida e questa nuova composizione, la Segnatura resta configurata per un pontificato in cui il contenzioso-amministrativo canonico — dai ricorsi delle comunità tradizionali ai processi penali contro chierici — promette di essere tutto tranne che irrilevante.