La Corte Nazionale non ha convalidato alcun accordo sulla risignificazione della Valle dei Caduti. L’ordinanza ha semplicemente respinto una misura cautelare, ma un titolo ha trasformato una decisione cautelare in una sentenza che non è mai esistita.
Il recente titolo di Religión Digital, firmato da Jesús Bastante —«La Giustizia convalida l’accordo Chiesa-Vaticano per la risignificazione di Cuelgamuros»— costituisce un esempio paradigmatico di come un mezzo di comunicazione possa attribuire a una decisione giudiziaria affermazioni che questa non ha mai formulato. Una lettura anche solo minimamente attenta dell’ordinanza basta per verificare che il titolo non corrisponde affatto al suo contenuto.
L’Ordinanza 281/2026 della Corte Nazionale non convalida alcun accordo. Risolve esclusivamente un procedimento separato di misure cautelari e si limita a respingere la sospensione provvisoria del cosiddetto accordo Cobo-Bolaños. La stessa Sezione ricorda espressamente che la sua analisi si svolge «nell’ambito del limitato esame che consente questo procedimento separato», cioè senza entrare nel merito della controversia.
La differenza giuridica è elementare. Respingere una misura cautelare non equivale, neppure lontanamente, a dichiarare conforme al diritto l’atto impugnato. La legittimità o la nullità dell’accordo dovrà essere decisa nella sentenza che concluderà il procedimento principale, dopo un esame completo di tutte le questioni sollevate.
Non è neppure vero che la Corte Nazionale abbia dichiarato che il cardinale Cobo fosse competente a sottoscrivere quell’accordo. L’ordinanza afferma unicamente che, nel limitato esame cautelare, «non risultano evidenti cause di nullità assoluta» derivanti dalla presunta mancanza di competenza e che i dati del fascicolo «non permettono di avvalorare tale tesi». Si tratta di una valutazione strettamente provvisoria, insufficiente per trasformarla in una dichiarazione giudiziaria di competenza.
La decisione neppure afferma che esista un accordo tra il Governo spagnolo e la Santa Sede, né che il Vaticano abbia approvato la risignificazione dell’interno della Basilica, né che il contenuto del documento sia conforme al Diritto Canonico o al diritto fondamentale alla libertà religiosa. Tutte queste affermazioni appartengono al racconto costruito da Jesús Bastante, non al testo dell’ordinanza. Basta leggere la decisione per verificare che nessuna di esse compare nel suo contenuto.
Il dispositivo è inequivocabile: dispone unicamente di «respingere la sospensione». Nient’altro. Non convalida l’accordo, non risolve il ricorso e non anticipa il senso della futura sentenza.
In una materia così delicata come la libertà religiosa, i rapporti tra Chiesa e Stato o la tutela giuridica di un tempio cattolico, il rigore informativo non è un’opzione, ma un’esigenza etica e professionale. Quando un mezzo di comunicazione presenta come fatti giudizialmente accertati affermazioni che la decisione non contiene, cessa di informare per costruire un falso racconto.
Da un punto di vista morale e deontologico, questo modo di procedere risulta particolarmente grave. Il primo dovere del giornalista è il rispetto della verità dei fatti e la fedeltà al contenuto delle fonti. Attribuire a un organo giudiziario pronunce che non ha mai emesso viola quel dovere essenziale, induce il lettore a una comprensione errata della realtà e deteriora la fiducia pubblica sia nella Giustizia sia nel giornalismo stesso.
La libertà di informazione esige indipendenza, rigore e onestà intellettuale. Non ammette l’attribuzione a un tribunale di affermazioni che non ha mai pronunciato. Quando un giornalista trasforma un’ordinanza cautelare in una presunta sentenza sul merito della controversia, cessa di informare per influenzare la percezione del lettore. Questo modo di procedere non solo contravviene ai principi più elementari della deontologia giornalistica; finisce per danneggiare proprio la persona la cui posizione si pretende di rafforzare, cioè il cardinale Cobo.
In questo caso, lungi dal contribuire a ripristinare l’intensa perdita di credibilità del cardinale Cobo tra numerosi sacerdoti e fedeli dopo lo scandaloso accordo sottoscritto con il ministro Bolaños, questo tipo di pubblicazioni, firmate abitualmente dal giornalista Jesús Bastante su Religión Digital, alimenta l’impressione che solo attraverso la deformazione del contenuto di una decisione giudiziaria si possa sostenere un racconto che la stessa ordinanza smentisce.
Le falsità non servono mai veramente a nessuno; prima o poi finiscono per danneggiare, proprio, coloro che si pretendeva di difendere con esse.