La Sala IV della Camera Federale di Cassazione argentina ha in mano, in queste ore, la decisione se la causa per tratta di persone e riduzione in servitù intentata da 44 donne, reclutate da bambine o adolescenti tra il 1972 e il 2015 per diventare numerarie ausiliarie dell’Opus Dei, resta viva o si prescrive. La questione sul tavolo non è più se ciò sia accaduto, ma se sia accaduto troppo tempo fa. A Roma, intanto, Leone XIV ha ricevuto a febbraio il prelato Ocáriz e il suo vicario ausiliare, Mariano Fazio —la cui deposizione istruttoria la procura federale chiede da luglio—, e ha confermato loro che la riforma degli statuti dell’Opera, ordinata quasi quattro anni fa, è ancora «in fase di studio» e senza data. A Buenos Aires si giudica un sistema; a Roma si studia come riformarlo senza nominarlo. E in entrambi i fascicoli manca il pezzo che li spiega: i testi in cui quel sistema è stato enunciato dal suo autore, con tutte le lettere, per uso interno. Un buon amico mi fa arrivare uno di quei testi: il volume di meditazioni Mentre ci parlava lungo la via, stampato a Roma nel 2000, la cui autenticità l’Opera non ha mai smentito. Tra le pagine 143 e 155 compare la meditazione che José María Escrivá predicò ai suoi il 12 marzo 1961 con il titolo «Il buon pastore». Va letta lentamente, perché frase per frase dice molto più di quanto i suoi editori abbiano avvertito stampandola.
In quella meditazione Escrivá racconta una scena di strada castigliana: alcuni uomini piantavano in terra pali spessi, tendevano intorno una rete —«per questo si chiama ovile», spiegò— e la lasciavano aperta da un solo lato; poi uno chiamava le pecore a gran voce, «parole che conservavano un non so che di affetto», e le pecore entravano. «Che scena così attuale!», esclamò. Aveva ragione, anche se non nel senso che credeva. Raramente un autore ha fornito un’immagine così esatta del proprio sistema: affetto alla bocca d’ingresso, rete intorno, apertura in una sola direzione. Le tredici pagine che seguono servono a costruire esattamente questo con materiali del capitolo decimo di San Giovanni.
Formalmente è un’esortazione alla confessione frequente e all’apertura di coscienza, e per due terzi è ascetica convenzionale che firmerebbe qualsiasi direttore di esercizi. Il carico sta nel terzo restante, e comincia con un’operazione chirurgica sul testo sacro. La meditazione lavora su Giovanni 10, 1-13 e cita, con puntualità notarile, dieci dei suoi tredici versetti: il 1, il 2, il 3, il 4, il 5, l’8, il 10, l’11, il 12 e il 13. Ne mancano tre. Il 6 è una nota dell’evangelista e la sua assenza non significa nulla. Gli altri due sono il 7 e il 9: esattamente quelli in cui Cristo dice ego sum ostium —«io sono la porta delle pecore»; «io sono la porta: chi entra per me si salverà», nella versione ufficiale della Conferenza Episcopale—. L’omissione non è distrazione, è necessità strutturale, perché la porta, in questa meditazione, si sdoppia. Per le pecore resta Cristo —«ognuno di voi è entrato per la porta, per amore di Cristo»—; per i pastori, il criterio di passaggio legittimo cambia di mano: «Sapete chi è, per le mie pecore, il buon pastore? Colui che ha missione da me conferita». In Giovanni la porta è una sola ed è la stessa per il pastore e per il gregge. I due versetti che impediscono lo sdoppiamento sono proprio quelli che non ci sono.
Installatosi nel varco, il fondatore occupa il pronome. Le pecore di Cristo diventano «le mie pecore». «Per mia bocca vi parla in modo speciale Gesù Cristo, perché io in modo speciale nel suo nome sono il buon Pastore»: l’avverbio ripetuto fa tutto il lavoro. «Dio vi chiederà conto se non seguirete le mie indicazioni». E quando la tesi ha bisogno di sostegno, la procedura è sempre la stessa: domanda propria, risposta propria, attribuzione divina retroattiva. «E non potrebbero andare altri pastori a cercare le mie pecore e a pascolarle? No. No! E non lo affermo io, ma lo dice lo stesso Signore». Il Signore, in Giovanni 10, non afferma nulla sulla direzione spirituale di un’istituzione fondata nel 1928; l’esegesi si presenta come citazione. La scala di valori viene fissata in un’enumerazione memorabile: «Papi, ne conoscerete molti; io ne ho conosciuti diversi. Cardinali, a mucchi. Vescovi, ancora di più… ma Fondatore dell’Opus Dei non ce n’è che uno». Cardinali a mucchi; fondatore, pezzo unico. L’intera gerarchia, quotata al di sotto del carisma proprio nell’unica borsa che qui conta, quella della scarsità.
Il rovescio dell’operazione è la sorte che tocca al resto del clero cattolico. I «ladri e briganti» della parabola, che nel Vangelo sono coloro che non hanno missione ecclesiale, finiscono per designare sacerdoti con licenze dell’Ordinario, cioè approvati dalla Chiesa, che vengono riclassificati come «lo straniero» e «il mal pastore» da cui bisogna fuggire, «anche se sono buoni pastori di altre pecore e anche se sono santi», «anche se fanno miracoli». Santità e miracoli, i due criteri con cui la Chiesa riconosce l’approvazione divina, dichiarati insufficienti di fronte alla deputazione interna; la direzione spirituale, invece, «spetta ai Direttori locali, laici, laici!». E per completare l’arsenale, il compelle intrare di Luca: dove il Vangelo ordina di spingere gli estranei dentro il banchetto, la meditazione inverte il vettore e punta la coazione verso l’interno, contro i propri fratelli, in una scalata aggettivale che merita una lapide: «santa coazione», «beata coazione, d’amore», e infine «questa bellissima coazione di carità, lungi dal togliere la libertà al vostro fratello, lo aiuta delicatamente ad amministrarla bene». Quattro aggettivi successivi su un sostantivo che non si tocca. La coazione, ridefinita come consulenza nell’amministrazione della libertà altrui.
Il cuore meccanico del testo è un doppio vincolo da manuale, e ciò che stupisce è che viene enunciato senza pudore. Prima la concessione giuridica, solenne: «tutti i miei figli godono della più assoluta libertà di confessarsi con qualsiasi sacerdote approvato dall’Ordinario», senza obbligo di comunicarlo ai Direttori. Subito dopo, l’annullamento: «Uno che agisca così pecca? No! Ha buon spirito? No! Si è messo sulla strada di ascoltare la voce del mal pastore». Lo stesso Escrivá comprime il sistema in quattro parole che nessun critico avrebbe formulato meglio: «Possiamo e non possiamo. E pecco? No. E devo dirlo ai Direttori? No. Ma insisto: guai a te!, povero, poveretto mio!». La maledizione profetica fusa con il diminutivo materno nella stessa frase. Il diritto sopravvive solo come materia della propria rinuncia: il primo sacrificio del buon figlio consiste nel «non esercitare quel diritto —perché lo possediamo— se possiamo evitarlo, e possiamo evitarlo sempre o quasi sempre». L’inciso conserva la finzione giuridica dentro la frase che la svuota.
Si noti l’architettura: tre strati normativi. In quello giuridico, posso. In quello morale, non pecco; viene concesso due volte, con punti esclamativi. E nel terzo, quello dello «spirito», cadono sanzioni che nessun peccato di questo passo comporta: «perdita della pace e della gioia», «precipizio», «abisso», «possibile perdizione dell’anima», «misero», «canceroso che non voleva curarsi», e la clausola terminale: «se davvero volete essere santi; altrimenti, siete di troppo». Da qui segue, per pura logica interna del testo, qualcosa di teologicamente straordinario: un’anima può arrivare alla possibile perdizione senza aver commesso alcun peccato nel percorso. O la meditazione è incoerente, o il «buon spirito» funziona come categoria soteriologica parallela alla legge morale e al di sopra di essa: la lealtà istituzionale traccia la salvezza là dove il peccato non arriva. E l’unico peccato che il passo attribuisce davvero non ricade su chi esercita il proprio diritto, ma sugli spettatori insufficientemente coattivi: «non scuserei dal peccato coloro che convivevano con quel mio figlio, perché non gli avrebbero saputo dare i mezzi per perseverare, mezzi a cui aveva diritto». Il diritto individuale di scegliere il confessore viene rinunciato come prova di fedeltà; il diritto che si afferma con energia è il diritto a essere pressati.
Ci sono inoltre due scivoloni che valgono come una confessione. Il primo, sul sigillo: «io non confessavo di ordinario nessuno dei miei figli, perché non ritenevo logico restare con le mani legate dal sigillo sacramentale. Essi, volontariamente, mi raccontavano tutto, tutto!, fuori dalla Confessione. In questo modo la direzione spirituale procedeva splendidamente». Il sigillo sacramentale, presentato come impedimento operativo di chi governa e non come protezione del penitente: l’inversione esatta della finalità dell’istituzione. L’avverbio «volontariamente» arriva dopo che lo stesso discorso ha definito la riserva come codardia, mal spirito e motivo di troppo, cioè dopo aver abolito le condizioni della volontarietà che invoca. E non è un aneddoto fondazionale chiuso: «come continuano a fare ora tutti nella conversazione fraterna con il Direttore». Al vertice, la fusione completa di foro e governo, in entrambe le direzioni: «ora mi confesso con un vostro fratello, e quando mi alzo, si inginocchia lui perché lo confessi io». Il secondo scivolone affiora quando bisogna illustrare il danno di confessarsi fuori: quel confessore, davanti a un’altra anima «che sta pensando di chiedere l’ammissione nell’Opus Dei, forse glielo toglierebbe dalla testa». Il libro dei danni corre verso il flusso vocazionale. Nella stessa pagina, la dottrina del Corpo Mistico —che è la Chiesa— scivola senza cucitura verso «il corpo intero dell’Opera». E l’intero argomento poggia su una premessa che lo tradisce: dopo aver assicurato che «quel confessore osserverà il sigillo sacramentale, naturalmente», il «ma» successivo immagina che lo stesso confessore orienti il suo consiglio secondo ciò che ha saputo in confessione. Per dimostrare che bisogna confessarsi dentro, ha bisogno di supporre che quelli fuori facciano esattamente ciò che il sigillo proibisce.
Il resto è l’installazione del clima: tutti pastori di tutti («tutti siete il buon pastore»), correzione fraterna «a volte con lo sguardo», «nessuno è un verso sciolto», oves et milites Christi; e la riserva, patologizzata senza sosta: chi non racconta tutto, «fino alle minuzie», è «un pazzo», il suo cuore è «marcio», bisogna «mettere il bisturi e cauterizzare». Con quell’antropologia installata, il doppio vincolo non sembra più coazione: sembra terapia. Tutto sotto la norma fondazionale enunciata con proverbi: «i panni sporchi si lavano in casa». Vale la pena ricordare che la Chiesa aveva già legiferato contro questo: il canone 530 del Codice del 1917 proibiva ai superiori di indurre «in qualsiasi modo» la manifestazione di coscienza dei sudditi, proprio perché il legislatore sapeva che non serve un precetto dove basta il terrore spirituale. La ragione della norma non ammette discussione, e questa meditazione è il suo caso da manuale.
Roma ha sciolto nel 2025 il Sodalizio di Vita Cristiana con gli abusi di coscienza al centro del fascicolo. Nessuno sensato equiparerà i crimini personali di un Figari con la biografia di Escrivá, e questo articolo non lo fa. Ma la tecnologia di governo è identica pezzo per pezzo: isolamento del consiglio esterno, catastrofizzazione dell’uscita, trasparenza totale verso l’alto, sacralizzazione del fondatore. Ogni elemento è in queste tredici pagine, in voce del fondatore, nel 1961, stampate dalla stessa istituzione nel 2000. La domanda, quindi, non è psicologica né postuma; è ecclesiale: cosa significa che la Chiesa abbia canonizzato nel 2002, in un processo celebre per la sua celerità, l’autore di un sistema le cui repliche oggi scioglie per decreto. «Che scena così attuale!», disse il Padre davanti all’ovile di Castiglia, la rete tesa e le parole di affetto nell’unica porta. È l’unica cosa di questa meditazione che non è invecchiata.
Appendice. Riproduciamo di seguito, integralmente, la meditazione «Il buon pastore» (12-III-1961), secondo il volume di meditazioni interne Mentre ci parlava lungo la via (Roma, 2000, pp. 143-155).
Un giorno di ritiro, una giornata in cui il Signore ci concede grazie speciali per considerare il nostro fine: santificarci e santificare. Ma oggi vorrei indicarvi ancora una volta qual è il nostro spirito in un mezzo meraviglioso di santificazione, in un mezzo istituito da Gesù Cristo, perché è sacramento: la Confessione. E, a partire da questa istituzione divina, desidero farvi alcune considerazioni su un altro mezzo che è anche un segno dell’affetto materno dell’Opera: la direzione spirituale con il Direttore, il colloquio fraterno.
Come di consueto, ho portato con me alcuni libri, schede e fogli. A volte capita che, durante la meditazione, mi allontani per altre strade e non li usi. Ma a questo libro sì, sempre, perché è il Vangelo, e io non pretendo di dire altro che parole di vita, quelle di Gesù Cristo Nostro Signore.
Nell’ovile di Cristo
Apriamo il Vangelo di San Giovanni al capitolo decimo: Amen, amen dico vobis, qui non intrat per ostium in ovile ovium, sed ascendit aliunde, ille fur est et latro [1]; in verità, in verità vi dico, chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma sale da un’altra parte, quello è un ladro e un brigante.
Figli miei!, pace al vostro cuore e al mio cuore. Noi non siamo ladri né briganti, perché siamo entrati per ostium; chi entra per la porta, è pastore delle pecore. A costui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama per nome le pecore sue e le conduce fuori [2]. Il Signore, il Buon Pastore, apre il suo ovile, e le pecore ascoltano la sua voce, ed Egli le conosce tutte, una per una. Che scena antica sembra, vero? Ma non pensate che sia così antica da non ripetersi oggi. Al contrario, è ancora carica di attualità. Ricordo che una volta, percorrendo una strada di Castiglia, vedemmo alcuni uomini che piantavano in terra pali spessi, robusti; poi tendevano una rete –per questo si chiama ovile– formando un cerchio, che lasciavano aperto da una parte. Alla fine, uno cominciò a pronunciare a gran voce parole che conservavano un non so che di affetto. E le pecore accorrevano ed entravano. Egli le chiamava una per una; e diceva un complimento a questa, e accarezzava quell’altra. Le conosceva tutte. Che scena così attuale!
Figli miei!, figli della mia anima!: non dimenticate che ognuno di voi è entrato per la porta, per amore di Cristo. Siete pecore dello stesso ovile e, al tempo stesso, in qualche modo, oltre che pecore di quell’ovile, ognuno di voi deve essere anche buon pastore di quelle pecore. E che, se ha il dovere di lasciarsi condurre e rispondere al proprio nome, ha anche il dovere, non meno forte, di contribuire alla santità e alla perseveranza dei suoi fratelli.
Se mai vedessi vacillare uno di voi, e vacillare fino al punto di perdere la sua felicità terrena e forse quella eterna; non scuserei dal peccato coloro che convivevano con quel mio figlio, perché non gli avrebbero saputo dare i mezzi per perseverare, mezzi a cui aveva diritto.
Nessuno di voi è solo, nessuno è un verso sciolto: siamo versi dello stesso poema, epico, divino. E a ognuno di voi, come a me, interessa che non si rompa questa unità, questa armonia, uniti come un grande gregge, come un grande esercito, oves et milites Christi, sulla via della santità.
Ricorrere al buon Pastore
Et cum proprias oves emiserit, ante eas vadit, et oves illum sequuntur, quia sciunt vocem eius [3]. Il pastore, quando ha fatto uscire le sue pecore, cammina davanti a tutte, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Dobbiamo seguire coloro che svolgono l’ufficio di buoni pastori. Anche ognuno di voi deve essere ascoltato dal proprio fratello, quando esercitate la correzione fraterna, a volte con lo sguardo, a volte con la considerazione che il caso esiga. In altre occasioni, potete ricordare quel compelle intrare del Vangelo [4]. Se il Signore voleva che si costringessero a venire al banchetto persone estranee, quanto più vorrà che usiate una santa coazione, una beata coazione, d’amore, con i vostri fratelli, pecore dello stesso gregge di Gesù Cristo! Questa bellissima coazione di carità, lungi dal togliere la libertà al vostro fratello, lo aiuta delicatamente ad amministrarla bene. Non lo dimenticate.
Io non sono più giovane. Non lo dico per il piacere di chiamarmi vecchio, ma perché sento il dovere di trasmettervi questa idea, che sembra di poca importanza, eppure ha grande rilievo. Prendete appunti e incidete nel vostro cuore ciò che vi dico. Perché non vi parla solo un sacerdote: è il Fondatore, e non ce n’è che uno. Papi, ne conoscerete molti; io ne ho conosciuti diversi. Cardinali, a mucchi. Vescovi, ancora di più… ma Fondatore dell’Opus Dei non ce n’è che uno, anche se io sono di così poco fondamento: uno solo! E Dio vi chiederà conto se non seguirete le mie indicazioni. Per mia bocca vi parla in modo speciale Gesù Cristo, perché io in modo speciale nel suo nome sono il buon Pastore. E insisto sul fatto che ognuno di voi è anche buon pastore.
Alienum autem non sequuntur [5], le pecore non seguono il pastore straniero. Significa che, allontanandosi da questo insegnamento di Gesù, comincia l’errore che porta alla perdita della pace e della gioia, e alla possibile perdizione dell’anima. Perché a volte, invece di fuggire dallo straniero – alienum autem non sequuntur–, qualcuno potrebbe allontanarsi dai suoi Direttori, dai suoi fratelli; e rivolgersi a un uomo sufficientemente ignorante o imprudente o poco accorto, capace di condurlo avanti sulla via della perdizione.
Figli miei, dovete formulare il proposito fermo di non commettere questo errore nella vostra vita. Lo stesso Signore, per mezzo di San Giovanni, ci avverte che non bisogna cercare consiglio fuori, che sarebbe come andare volontariamente al precipizio. Si deve fuggire dallo straniero: sed fugiunt ab eo! [6], dovete ascoltare solo la voce del buon pastore!
Sapete chi è, per le mie pecore, il buon pastore? Colui che ha missione da me conferita. E io la do ordinariamente ai Direttori e ai sacerdoti dell’Opera. Gente che non conosce l’Opus Dei, non è in grado di agire come pastore delle mie pecore, anche se sono buoni pastori di altre pecore e anche se sono santi. Per i miei figli, non sono il buon pastore di cui parla Gesù Cristo. È chiaro? Sed fugiunt ab eo! [7]. Seguite il consiglio del Maestro: fuggite. Perché dovremmo ascoltare la voce di chi non conosce lo spirito della nostra Opera? Bisogna ascoltare la voce del buon pastore, di coloro che hanno ricevuto la missione di pascolare le pecore dell’Opus Dei. Tutti gli altri non sono pastori con quella missione specifica.
Il medico che può curare
Figli miei, voglio ora che consideriamo ciò che è indicato nel nostro Diritto particolare. Vi ho ripetuto migliaia di volte che sono molto amico della libertà, come so che i miei figli hanno buon senso. Non posso accettare che nessun Direttore locale – che deve intervenire per aprire le porte dell’Opus Dei a quelle pecore di Cristo – si mostri così limitato da aver permesso l’ingresso a chi non ragiona come mi fermerò a spiegarvi ora in concreto.
Nell’Opera, tutti dobbiamo accostarci al sacramento della Confessione almeno una volta alla settimana. Conviene che vi confessiate con i sacerdoti designati. Potete farlo con qualsiasi sacerdote che abbia le licenze dell’Ordinario. In questo modo, difendo la libertà, ma con buon senso. Tutti i miei figli godono della più assoluta libertà di confessarsi con qualsiasi sacerdote approvato dall’Ordinario, e non sono obbligati a dirlo ai Direttori dell’Opera. Uno che agisca così pecca? No! Ha buon spirito? No! Si è messo sulla strada di ascoltare la voce del mal pastore.
Certamente, poiché la maggior parte dei membri dell’Opus Dei vivono nelle loro case, nei luoghi più diversi, non sempre potranno rivolgersi ai sacerdoti dell’Opera, e a volte si confesseranno con altri. Quando agiranno così, aprendo la loro coscienza, si risveglierà un soavissimo aroma di campo fiorito, benedetto dal Signore [8], il profumo di una vita interamente donata a Dio e abbellita dalla delicatezza di coscienza. Ma se, in qualche caso, nell’anima non si desse questa situazione, conviene che si metta nelle mani del suo fratello, il buon pastore, anche se per questo bisogna usare mezzi fuori dall’ordinario.
Se l’anima in circostanze particolari ha bisogno di una medicazione –per così dire– più accurata, cioè se è necessario un consiglio opportuno e rapido, una direzione spirituale più intensa, non deve cercarsi fuori dall’Opera. Chi si comportasse diversamente, si allontanerebbe volontariamente dalla buona strada e andrebbe verso l’abisso; senza dubbio, avrebbe perso il buon spirito.
Ditemi: un malato che vuole guarire, cosa fa? Va da un medico determinato, che lo conosce. –Mi guardi bene, mi faccia gli esami, mi misuri la pressione, la temperatura… e lo visita, lo ausculta, lo esamina con i raggi X, ben controllato. Se il medico lavora come deve, cercherà che il malato, per debolezza, per disattenzione, non ometta di dirgli qualcosa che possa essere di interesse. Allora il malato, se non è pazzo, si affretterà a dire al medico tutti i sintomi, tutte le circostanze, che gli sembrano manifestazioni della sua malattia, fino alle più minute. Non gli viene in mente di andare da un medico qualsiasi –e poi da un altro, e da un terzo, e da altri…– perché gli prescriva un’aspirina, ma corre dal medico che lo conosce bene.
Voi andrete da sacerdoti fratelli vostri, come vado io. E gli aprir
ete il cuore spalancato –marcio, se fosse marcio!–, con sincerità, con voglia di guarire; altrimenti, quella marciume non guarirebbe mai. E allo stesso modo avviene nella direzione spirituale personale, con il Direttore o con chi ha l’incarico di ricevere il vostro colloquio fraterno. Se andassimo da una persona che può curarci solo superficialmente la ferita… è perché saremmo codardi, perché non ci comporteremmo come buone pecore, perché andremmo a nascondere la verità, a danno della nostra anima. E causandoci questo male, cercando un medico d’occasione, senza capacità di dedicarci più di qualche secondo, che non può mettere il bisturi e cauterizzare la ferita, staremmo anche provocando un danno all’Opera. Se tu facessi questo, avresti mal spirito, saresti un disgraziato. Per quell’atto non peccheresti, ma guai a te!, avresti cominciato a errare, a sbagliarti. Avresti cominciato ad ascoltare la voce del mal pastore, non volendo curarti, non volendo mettere i mezzi.
Danneggeresti, inoltre, gli altri. Quel confessore osserverà il sigillo sacramentale, naturalmente: tutti i sacerdoti lo custodiscono gelosamente, sempre. Ma quando gli si presenterà un’altra anima a chiedergli consiglio, e gli manifesterà che sta pensando di chiedere l’ammissione nell’Opus Dei, forse glielo toglierebbe dalla testa. Quel confessore non potrà evitare il pensiero: andare nel posto dove c’è quel miserabile, quel canceroso che non voleva curarsi?
Conosci la dottrina del Corpo Mistico, della Comunione dei Santi. Staresti facendo del male ai tuoi fratelli, a quelli che verranno, e a te stesso, al corpo intero dell’Opera. Perché inoltre quel mal pastore non veniva a cercarti, saresti stato solo tu il responsabile. Perché quell’altro, che non è buon pastore, non conoscendo i rimedi opportuni, non venit nisi ut furetur et mactet et perdat [9], non viene se non per rubare, uccidere e causare strage. Noi abbiamo bisogno di vivere quello spirito determinato e concreto che il Signore vuole. Il nostro spirito è molto chiaro: la nostra ascetica, la nostra mistica, chiarissima. E tutto ciò che deformi questo spirito, è rubare e uccidere.
Propositi! Chiarezza di idee! Possiamo e non possiamo. E pecco? No. E devo dirlo ai Direttori? No. Ma insisto: guai a te!, povero, poveretto mio! Omnes quotquot venerunt fures sunt et latrones [10]. Coloro che non sono il buon pastore, risultano ladri e briganti. È buon pastore solo colui che, conoscendo e vivendo lo spirito che anima la tua vita, riceve quella missione da chi può conferirgliela: a costui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama per nome le pecore sue e le conduce fuori. E, quando ha fatto uscire le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce [11]. Per questo, i membri dell’Opus Dei, se davvero vogliono essere fedeli, non seguono uno straniero, ma fuggono da lui, perché non conoscono la voce degli stranieri [12].
E non potrebbero andare altri pastori a cercare le mie pecore e a pascolarle bene? No. Il Signore lo dice chiaramente: qui non intrat per ostium in ovile ovium, sed ascendit aliunde, ille fur est et latro [13]; chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Forse qualcuno di buona volontà non potrebbe venire a dare un aiuto, prendere un manipolo di pecore e offrire loro buon pascolo, e riportarle all’ovile? No. No! E non lo affermo io, ma lo dice lo stesso Signore. Coloro che non hanno missione affidata dai Direttori, non sono buoni pastori, anche se fanno miracoli. Perché il sacerdote che riceve la confessione non agisce solo come giudice, ma anche come maestro, medico, padre: pastore. Come potrebbe esercitare bene queste funzioni chi ignorasse ciò che Dio si aspetta da noi, secondo la vocazione che ci ha concesso? Come, se non possiede il nostro spirito? Come, se non ha il mandato legittimo, e quindi la grazia speciale per esercitare bene la sua missione?
Ego sum pastor bonus. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis [14]; Io sono il Buon Pastore. Il Buon Pastore sacrifica la sua vita per le sue pecore. Figli miei, non importa che ve lo racconti. È successo molti anni fa. Voi sapete che le istituzioni promosse da Dio subiscono –soprattutto agli inizi– l’incomprensione, e che il Signore permette tante contrarietà… A volte sono i buoni a sollevare la persecuzione. Oggettivamente, un’opera diabolica; soggettivamente, non possiamo giudicarla.
Dunque, in un momento duro, molto duro, anni fa, il mio figlio che era a conoscenza di quelle pene, fece collocare nella stanza di lavoro del Padre, accanto alla porta che si apre alla tribuna dell’oratorio della Santissima Trinità, una lapide di travertino con una riproduzione del Buon Pastore che si trova nelle catacombe e questi versi di Juan del Enzina: tan buen ganadico, / y más en tal valle, / placer es guardalle. / Y tengo jurado / de nunca dejalle, / mas siempre guardalle. Dal primo giorno, da quel 2 ottobre 1928, sento l’impulso divino, paterno e materno, verso di voi e verso le vostre vite. Nulla di nessuno di voi mi è estraneo, né di quei migliaia di figlie e figli miei che non conosco.
Fece molto bene vostro fratello, in quelle circostanze di pericolo, di cui ci avvertì il Cardinale Schuster. Il Cardinale di Milano si comportò stupendamente; era un santo, e forse qualcuno di voi lo vedrà sugli altari. Vennero a visitarmi due miei figli, il Direttore e il sacerdote del Centro di Milano. Il Cardinale chiese loro: come sta il Padre?; sanno se ha trovato qualche croce? Risposero: non sappiamo nulla di speciale, ma se ce l’ha, vivrà contento, perché ci ha sempre detto che se troviamo la Croce, è segno che siamo vicini a Cristo… Il cardinale allora aggiunse: comunicategli che sia preparato; che si ricordi del suo concittadino; San Giuseppe Calasanzio, e che si muova.
Effettivamente, vostro Padre, un pover’uomo, ma che vuole comportarsi come buon pastore, se ne andò… Ma lasciamo per ora questo, e custodite nel vostro cuore ciò che vi ho riferito.
Buon pastore. Ma anche buone pecore. Buone pecore? Sì, figli miei: sì, sì; buone pecore. Non dubito minimamente che sarete sempre buone pecore.
Aprire l’anima con sincerità
La direzione spirituale. Nel Catechismo dell’Opera avrete studiato che, in primo luogo, spetta ai Direttori locali, laici, laici! Anche il sacerdote designato impartisce la direzione spirituale, nell’esercizio del suo ministero. Ma nessuno forma la sua cappelletta, il suo gruppetto. Non si tollera alcuna divisione, nessuno può sostenere: io sono di Paolo, io di Apollo, io di Cefa, io di Cristo. Forse Cristo si è diviso? [15]. Tizio non è direttore spirituale, perché nell’Opera la direzione spirituale si esercita solo in actu; in altre parole, il Direttore laico, quando riceve il colloquio fraterno o gli si consulta qualcosa; e il sacerdote quando confessa.
Anche voi, ognuno di voi, con la correzione fraterna, assumete il dovere di una direzione spirituale prudente, ma eroica, con gli altri fratelli che si trovano vicino a lui. Tutti siete il buon pastore. Tutti, per il fatto di essere nell’Opus Dei, realizziamo questa missione, che significa il dovere e il diritto sacrosanto di aiutare a santificarsi gli altri.
Ego sum pastor bonus. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis [16]; Io sono il buon pastore. Il buon pastore sacrifica la sua vita per le sue pecore. Fa tutti i sacrifici. E voi dovete essere disposti ad affrontarli tutti anche voi. E il primo risulta ben chiaro: non esercitare quel diritto –perché lo possediamo– se possiamo evitarlo, e possiamo evitarlo sempre o quasi sempre. Proposito fermo: il primo sacrificio consiste nel non dimenticare, nella vita, ciò che si esprime in Castiglia in modo molto grafico: che i panni sporchi si lavano in casa. La prima manifestazione che vi donate, è non avere la codardia di andare a lavare fuori dall’Opera i panni sporchi. Se davvero volete essere santi; altrimenti, siete di troppo.
Quando mi sento malato… Sapete che a periodi lo sono stato; e nell’anno in corso avete visto che ho potuto scendere a malapena a vedervi. Oggi, non appena ha saputo che facevate il ritiro, ho chiamato il Rettore, perché avevo voglia, vero desiderio di passare un po’ di tempo con voi… Vi dicevo che, quando mi sento più malato, mi rivolgo con maggiore frequenza al medico; e gli lascio che mi esamini, che palpi dove vuole, e rispondo a tutte le sue domande. Altrimenti, mi comporterei come un pazzo. Portate questo comportamento alla vita spirituale.
Il buon pastore dà la vita per le sue pecore. Ma il mercenario e chi non è il pastore, di cui le pecore non sono proprie, vedendo venire il lupo abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e disperde il gregge. Il mercenario fugge, perché è salariato e non ha alcun interesse nelle pecore [17]. Ecco il racconto esatto di come si comporta l’uomo che non ha ricevuto la missione di pascolare il gregge. Se è un buon sacerdote, fa il giusto, dà qualche consiglietto generico: cerchi di migliorare, reciti un avemaria… Che missione di dottore, di medico, di padre, né di giudice! E qui scoprite, anche, il triste fine di chi imprudentemente cerca il consiglio di un pastore straniero.
Figli miei, aprite l’anima! I vostri primi fratelli vi hanno lasciato un esempio colossale. Io non volevo confessarli. Ora mi confesso con un vostro fratello, e quando mi alzo, si inginocchia lui perché lo confessi io. Siamo anni che facciamo così. Ma, all’inizio, io non confessavo di ordinario nessuno dei miei figli, perché non ritenevo logico restare con le mani legate dal sigillo sacramentale. Essi, volontariamente, mi raccontavano tutto, tutto!, fuori dalla Confessione. In questo modo la direzione spirituale procedeva splendidamente e le anime si santificavano.
Mi preoccupa la formazione dei giovani; sento il timore che diventino un po’ signorini. In quei primi tempi vivevamo con una carenza di tutto o quasi tutto; maltrattati, calunniati… E sempre allegri, sempre sorridenti, sempre efficaci. I vostri fratelli dovevano andare all’università, fare lezione, e lavorare, per guadagnarsi da vivere. Sono contento di voi, figli miei: so che siete studiosi e allegri. Ma pregate perché riusciamo, in modo che tutti i miei figli, fin da giovani, si mantengano con ciò che guadagnano e sappiano quanto costa il denaro. Così non ci sarà alcun signorilismo.
I vostri fratelli, vi dicevo, mi aprivano l’anima fuori dalla Confessione, con semplicità e sincerità totale, come continuano a fare ora tutti nel colloquio fraterno con il Direttore. Figli miei, non vi scoraggiate perché avete nel cuore il fomes peccati. Non spaventatevi di nulla. Fedeli di verità! Sinceri! Sinceri! Agiamo con il buon senso e lo spirito soprannaturale di sapere che se il Padre, per essere padre e madre, lascia le cose molto larghe, voi, per essere pecore ferme, sicure, per permettere al buon pastore di lavorare, vi deciderete con buon senso a non usare certi diritti, per ottenere, invece, una maggiore efficacia nel lavoro della vostra santificazione e della santificazione di tutta l’Opera, della santificazione dei vostri fratelli e di tante anime, e della Chiesa.
Santa Maria, Rifugio dei peccatori e Madre nostra, presenta questi propositi al trono di Dio, e rendili efficaci con la tua potente intercessione.