L'omelia integrale di Leone XIV a Lampedusa: «Non c'è amore di Dio senza amore del prossimo»

L'omelia integrale di Leone XIV a Lampedusa: «Non c'è amore di Dio senza amore del prossimo»

La visita pastorale di Leone XIV a Lampedusa si è conclusa con la celebrazione della Santa Messa nel campo sportivo Arena, dove il Pontefice ha pronunciato un’omelia incentrata sulla parabola del buon samaritano e sul dramma dell’immigrazione nel Mediterraneo.

Seguendo le orme del viaggio compiuto da Francesco sull’isola nel 2013, il Papa ha ringraziato il lavoro degli abitanti di Lampedusa, dei volontari e di quanti prestano assistenza ai migranti, affermando al tempo stesso che «i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni non prese». Nella sua riflessione ha richiamato la responsabilità dell’Europa a elaborare politiche capaci di «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» i migranti, ha difeso che «l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione» e ha esortato a costruire la «civiltà dell’amore» attraverso la prossimità e la misericordia.

Di seguito riproduciamo integralmente l’omelia pronunciata da Leone XIV durante la Santa Messa celebrata questo sabato a Lampedusa:

Cari fratelli e sorelle:

Dio è sempre il primo ad amarci. La bellezza del mare, di quest’isola e dei suoi volti è il riflesso di quell’iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci riunisce. Ringrazio il Signore di poterli visitare, seguendo le orme di Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio come Successore di Pietro.

Gli apostoli, come sapete, navigarono nel Mediterraneo e sperimentarono l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, crocevia di civiltà da millenni. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone sono accolte, le loro vite s’intrecciano, le diverse culture entrano in dialogo. Tace, invece, dove ciascuno fa di sé un’isola, dove si evita il contatto e lo scambio si interrompe. In questo senso, la parabola del buon samaritano, appena proclamata, descrive una storia che continua (cf. Lc 10,25-37) e l’Enciclica Fratelli tutti ci ha aiutato a rileggerla nelle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi. La Parola di Dio è sempre attuale e ci conduce a un dialogo dal quale uscire trasformati. Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo?

Cari amici, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su un cammino pericoloso, come quello che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cf. v. 30). Qui non hanno visto uno solo, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che li spogliano di tutto, li percuotono e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cf. Lc 10,30). Il mare si è preso gli altri, quelli che non sono riusciti ad arrivare dove speravano. Tuttavia, ne sentiamo la presenza, che ci interpella tanto quanto quella di coloro che sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di aiuto. Prima di ogni altra considerazione intellettuale o convinzione ideologica, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità. La Lettera agli Ebrei ci ha detto: «Ricordatevi […] dei maltrattati, come se foste voi stessi nel loro corpo» (Eb 13,3). È il centro della parabola evangelica: ci facciamo prossimi, diventiamo prossimi (cf. Lc 10,36-37)!

Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti di voi hanno deciso di esercitare. Si è ripetuto ancora una volta il miracolo della compassione —«al vederlo, si commosse» (v. 33)— una rivoluzione interiore che fa germogliare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita. Ringrazio i volontari, le associazioni riunite nel “Forum Lampedusa Solidale”, le istituzioni civili, la Guardia Costiera, i sindaci e le amministrazioni che si sono succedute nel tempo; grazie ai diaconi, ai sacerdoti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze dell’ordine e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno deciso di amare insieme. Sì, perché tra voi si organizza l’amore, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello nel mare, è come il primo fremito, il richiamo profondo a osare ciò che mai si sarebbe pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: esse stesse non hanno semplicemente ricevuto, ma molte volte hanno esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è nulla che si possa dare per scontato nel vostro gesto di farvi prossimi, nulla che sia automatico.

La parabola ce lo racconta: l’amore è sempre nella libertà e la libertà è nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni omesse. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, il pensiero che questi problemi non ci riguardino, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il passaggio lento e difficile da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce, oggi, il frettoloso “passare oltre” (cf. vv. 31.32) del racconto evangelico.

Nella parabola, un sacerdote si trova lì «per caso» (v. 31) e, dopo di lui, un levita. Entrambi vedono, ma passano oltre. Purtroppo non manca mai chi teme di contaminarsi entrando in contatto con gli altri, negando così —anche di fronte alla sofferenza e alla morte— l’origine comune in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti. È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, come se la fede avesse limiti e non fosse, invece, chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cf. Ef 2,14). Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui —come ha fatto Gesù— significa entrare nel movimento dell’amore, in cui Dio si è rivelato.

Cari amici, chi si lascia portare da questa dinamica di compassione, di misericordia, comincia a vivere in modo diverso, a essere cittadino in modo diverso, a lavorare in modo diverso. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, proposta dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi compresero che agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra sa rispondere soltanto la misericordia attraverso nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica ed economica alla civiltà dell’amore. Che l’immensità del dolore che osserviamo ci faccia accogliere la radicalità di questa chiamata.

Come il samaritano possiamo cambiare programma e direzione. Abbiamo più risorse e opportunità del samaritano per dare concretezza storica alla speranza. Egli «gli si avvicinò e, vistolo, ne ebbe compassione. Gli si avvicinò, gli fasciò le ferite, versandovi sopra olio e vino; poi lo caricò sul suo giumento, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,34). Anche noi dobbiamo riconoscere che «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno fronte alla disumanizzazione» (Lettera enc. Magnifica Humanitas, 213). Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni! Qui, confrontandosi con voi, si capisce meglio il nostro tempo e ciascuno può verificare la direzione della propria vita. «Certo, non tutti hanno lo stesso potere di influire sulla realtà […]. Tuttavia, nessuno è esente da responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì —non altrove— è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza —anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna e odio—; o se promuovere la logica della pace —con verità, sobrietà, vicinanza e cura—» (ibid., 212).

Per questo, da questo margine d’Europa nel Mar Mediterraneo, si vede meglio la chiamata più che trascendentale che il fenomeno migratorio rivolge alla società europea. Sia per questo aspetto –sia per quanto riguarda la transizione ecologica e la promozione della pace– l’Europa possiede un potenziale unico, che deriva dalla sua storia e dalla sua cultura e, proprio per questo, una responsabilità equivalente. Per la sua posizione geografica e per la sua struttura istituzionale, l’Europa ha la capacità —in quest’area— di affrontare la crisi in modo organico, inserendo i primi soccorsi in un piano strategico di lunga durata, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, al tempo stesso, di lavorare per lo sviluppo, in modo che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo nel rispetto della dignità di ogni persona. È un dovere delle istituzioni pubbliche, ma anche di tutta la società civile e della Chiesa.

Sorelle e fratelli, come dicevo recentemente a Tenerife, durante il viaggio apostolico in Spagna, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica che, purtroppo, può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza o addirittura in contrapposizione ai suoi aspetti più drammatici. Per molti, infatti, le vacanze implicano soltanto distrazione, leggerezza, spensieratezza. Sembra persino che si debba innalzare un muro invisibile tra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque venga a trascorrere un periodo, anche di riposo, in quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato e con gli incontri che vi hanno educato. C’è un autentico riposo là dove si ritrova il senso della vita; c’è un vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia, la cura del creato e l’amicizia sociale si uniscono in una sintesi che l’umanità cerca oggi.

La prima lettura ci ha ricordato che praticando l’ospitalità, «alcuni, senza saperlo, hanno ospitato angeli» (Eb 13,2). Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò che possiamo raggiungere insieme su larga scala. I primi beneficiari sarete voi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. Che la parrocchia, in particolare, sia una comunità in cui, come nella scuola del Vangelo, si impari insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in uno stile di comunione.

Abbiamo qui accanto all’altare l’immagine della Vergine di Porto Salvo, patrona di Lampedusa. Forse sapete che a sant’Agostino piaceva descrivere la vita umana come una navigazione su un mare in tempesta e la sua meta come un porto saldo e sicuro. Non lasciamoci vincere dalla paura, ma consideriamo le difficoltà quotidiane come un tempo di opportunità e di testimonianza. Che la vostra fede, cari amici, sia intensificata da questi anni di prova e di generoso impegno. Che questa venerata immagine torni a parlarvi con la forza di un tempo in cui, quanti vi hanno trasmesso la devozione, si affidavano all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Tutti abbiamo in Dio un porto sicuro, del quale ogni comunità cristiana è chiamata a essere un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!” [Saluto tipico di Lampedusa].

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