Cosa disse Pio VI quando la Francia invocò uno «stato di necessità» durante la Rivoluzione?

Cosa disse Pio VI quando la Francia invocò uno «stato di necessità» durante la Rivoluzione?

Nel corso della storia, la Chiesa ha affrontato persecuzioni, guerre, rivoluzioni, scismi e gravi crisi interne in cui alcuni hanno invocato il cosiddetto «stato di necessità» per giustificare decisioni straordinarie. Tuttavia, per il magistero pontificio l’esistenza di una situazione eccezionale non ha mai costituito, di per sé, una ragione sufficiente per rompere la comunione ecclesiale o alterare la costituzione gerarchica della Chiesa. La preservazione dell’unità con la Sede di Pietro è stata considerata un principio essenziale anche nei momenti più difficili.

Uno di questi precedenti storici si verificò durante la Rivoluzione Francese. Mentre il nuovo regime sosteneva che le circostanze eccezionali del Paese rendevano necessaria una profonda riorganizzazione della Chiesa in Francia, papa Pio VI rispose con l’enciclica Charitas, pubblicata il 13 aprile 1791. In essa respinse l’idea che l’emergenza potesse legittimare cambiamenti imposti dal potere civile nella struttura della Chiesa e avvertì che quella strada conduceva allo scisma.

La Rivoluzione volle riorganizzare la Chiesa dallo Stato

La crisi ebbe inizio con l’approvazione, da parte dell’Assemblea Nazionale, della Costituzione Civile del Clero nel luglio 1790. Quella legislazione non intendeva unicamente riformare alcuni aspetti amministrativi della Chiesa francese. Riconfigurava completamente la sua organizzazione, riduceva il numero delle diocesi, sottoponeva la nomina dei vescovi a elezioni organizzate dallo Stato e pretendeva che tutto il clero giurasse fedeltà alla nuova Costituzione.

Nella pratica, il potere rivoluzionario assumeva competenze che fino ad allora erano appartenute esclusivamente all’autorità ecclesiastica. L’elezione dei vescovi cessava di dipendere dalla Chiesa e poteva ricadere anche su votazioni in cui partecipavano non cattolici. Allo stesso tempo, molti prelati e sacerdoti che rifiutavano di accettare il nuovo sistema venivano privati dei loro incarichi e sostituiti da altri eletti secondo la legislazione rivoluzionaria.

Per i promotori della riforma, quelle misure rispondevano a una situazione eccezionale. La Francia stava attraversando una trasformazione politica senza precedenti e, secondo l’Assemblea Nazionale, la Chiesa doveva adattarsi alla nuova organizzazione dello Stato. La necessità politica veniva presentata come giustificazione sufficiente per introdurre una nuova struttura ecclesiastica.

Pio VI tentò di evitare la rottura

La risposta di Roma non fu immediata né precipitosa. Pio VI spiega in Charitas che, prima di emettere una condanna, cercò di impedire lo scontro. Scrisse al re Luigi XVI per esortarlo a non sanzionare la Costituzione Civile del Clero e inviò istruzioni a diversi vescovi affinché consigliassero al monarca di non prestare la sua autorità a una legislazione che, avvertiva, avrebbe condotto all’errore e allo scisma.

Il Papa consultò anche il Collegio Cardinalizio e chiese il parere dell’episcopato francese. La risposta fu ampiamente coincidente. Come ricorda la stessa enciclica, la stragrande maggioranza dei vescovi respinse la nuova legislazione considerandola incompatibile con la costituzione della Chiesa e con la tradizione canonica. Dei 131 vescovi francesi, solo quattro si discostarono da quella posizione comune.

Nel frattempo, l’Assemblea Nazionale inaspriva la sua posizione. Il giuramento alla Costituzione divenne obbligatorio per il clero. Chi lo rifiutava veniva espulso dalle proprie diocesi e parrocchie, mentre lo Stato procedeva a organizzare nuove elezioni episcopali e parrocchiali.

Il giuramento non era un semplice adempimento amministrativo

Uno degli aspetti centrali dell’enciclica consiste nello spiegare perché Pio VI considerò inaccettabile quel giuramento. Secondo il Pontefice, non si trattava di una mera dichiarazione di obbedienza civile, bensì dell’accettazione di un sistema che subordinava la Chiesa al potere politico e rompeva la comunione con la Sede Apostolica.

Per questo motivo, il Papa decretò la sospensione di coloro che avessero prestato il giuramento «puramente e semplicemente», concedendo loro un termine per ritrattare. In un passo particolarmente significativo, definì quel giuramento come «la fonte avvelenata e l’origine di tutti gli errori» che stavano lacerando la Chiesa francese.

Le consacrazioni episcopali senza mandato di Roma

La rottura raggiunse il suo culmine quando iniziarono le consacrazioni di vescovi eletti secondo la Costituzione Civile del Clero.

Pio VI dedica una parte sostanziale di Charitas a raccontare questi avvenimenti. Denuncia che diversi vescovi parteciparono a consacrazioni celebrate senza mandato pontificio e destinate, in alcuni casi, a occupare sedi i cui legittimi titolari erano ancora vivi e continuavano a essere i veri vescovi di quelle diocesi. Per il Papa, quelle cerimonie costituivano atti «illeciti», «sacrileghi» e privi di ogni legittimità canonica.

Di conseguenza, dichiarò nulle le elezioni dei cosiddetti vescovi costituzionali, affermò che essi erano privi di giurisdizione spirituale per governare le diocesi che intendevano occupare e sospese dall’esercizio del loro ministero anche i vescovi che avevano partecipato a quelle consacrazioni.

La necessità non poteva sostituire l’autorità della Chiesa

Il ragionamento di Pio VI non si basava unicamente su norme disciplinari. Il suo argomento era più profondo. La costituzione gerarchica della Chiesa non poteva essere modificata da un’autorità civile, per quanto straordinarie fossero le circostanze storiche.

In Charitas, il Pontefice ricorda che la conferma dei vescovi spetta alla Sede Apostolica e che nessuna autorità politica può appropriarsi di tale competenza. Allo stesso modo, insiste sul fatto che l’espulsione di un vescovo per decisione dello Stato non lo priva della sua missione ecclesiastica. I veri pastori rimanevano coloro che avevano ricevuto legittimamente la loro giurisdizione, anche se erano stati esiliati o perseguitati dal potere rivoluzionario.

Per questo motivo, esortò i vescovi a rimanere fedeli alle loro diocesi, i sacerdoti a mantenersi uniti ai loro legittimi pastori e i fedeli a non riconoscere coloro che erano stati introdotti dal nuovo regime in sostituzione dei vescovi e parroci legittimi.

Rimanere uniti alla Sede di Pietro

L’enciclica si conclude con un appello diretto ai cattolici francesi affinché non abbandonino la comunione con Roma.

Pio VI ricorda che l’unità con il successore di Pietro non costituisce un elemento accessorio della vita della Chiesa, bensì una condizione essenziale della sua stessa identità. Per questo esorta i fedeli a tenersi lontani dagli «intrusi» nominati dal potere rivoluzionario e riassume tutta la sua esortazione in una frase di particolare forza: rimanere uniti alla Sede di Pietro, perché «nessuno può essere nella Chiesa di Cristo senza essere in unità con il suo capo visibile».

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