Di Robert Royal
Il proverbiale marziano che visitasse gli Stati Uniti in questo 250° anno (un quarto di millennio intero) della nostra esistenza resterebbe colpito da molte cose. Ma probabilmente da nulla di più evidente della grande distanza tra ciò che, da un lato, diciamo e facciamo ogni giorno, e dall’altro, ciò che vorremmo essere. Ci preoccupiamo di come tecnologie come l’IA stiano arrivando a definirci, ma siamo per lo più ciechi a come già ci siamo definiti —confinati a noi stessi, in realtà, anche prima che i dispositivi prendessero il controllo— in una visione del mondo e di noi stessi materialmente prospera ma piatta. La Chiesa, negli ultimi anni, ha cercato di compensare questo con termini come Dignitas infinita e Magnifica humanitas, concetti che, a modo loro argomentativo, cercano davvero di affrontare il problema. Ma restano molto al di sotto, perché ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno ora non sono ancora più argomenti, bensì una poesia seria e artistica.
L’incomparabilmente grande Dante Alighieri aveva già capito tutto questo all’inizio del suo Paradiso:
Trasumanar significar per verba non si poria; però l’essemplo basti a cui esperïenza grazia serba.
Trasumanare per mezzo di parole Non si potrebbe; ma basti l’esempio A chi per grazia l’esperienza conserva. (Trad. di RR)
Alcuni studiosi hanno detto che, per una qualche inspiegabile ispirazione, Dante inventò questa idea del “transumanesimo”. Forse è così. Ma certamente intendeva con essa qualcosa di diverso, qualcosa di cristiano, a differenza delle grottesche proiezioni transmoderne che emanano dai cespugli dell’IA ai nostri giorni.
E nota bene: egli riconobbe anche diverse questioni profonde, proprio mentre si accingeva a scrivere un poema sull’unico regno in cui raggiungiamo la vera felicità, uno stato per il quale il termine “dignità” umana è un’ombra pallida e lontana, come se fossimo tutti soltanto dame e cavalieri vittoriani che rivendicano una posizione decorosa nella società colta.
Ma siamo Suoi figli e figlie.
Il cristianesimo, cioè la verità sull’esistenza umana, è molto più feroce, e si trova su un piano totalmente diverso da quello. E cogliere quella verità in assoluto richiede una notevole abilità, una via indiretta… e poesia. (Vedi “Di’ tutta la verità, ma dilla di sbieco”, di Emily Dickinson).
Abbiamo bisogno di argomenti, naturalmente, per evitare di cadere nel “subumanesimo”. E per impedire che la poesia diventi sentimentalismo o idolatria. E anche per ricordarci che ciò che eccede la ragione umana non è, per questo, irrazionale, ma partecipa a qualcosa che, al di là di noi, paradossalmente ci rende più noi stessi. Perché ci introduce nella presenza della Verità al di là delle verità. Questo è stato compreso da molto tempo nella tradizione cristiana. Il razionalismo e lo scientismo moderni vedono il trascendente come qualcosa di ingiustificato; all’interno della Fede, quel transrazionalismo è precisamente ciò che mostra il potere e la verità stessi di Cristo.
Come espresse sant’Ambrogio, che sapeva un paio di cose su tali questioni: Non in dialectica complacuit Deo salvum facere populum suum («Non piacque a Dio salvare il suo popolo per mezzo della dialettica [cioè, dell’argomento]»). Il suo seguace, il grande sant’Agostino, scrisse: Si comprehendis, non est Deus («Se lo comprendi, non è Dio»). E in tempi più recenti, san Giovanni Paolo II ci ha esortato a riscoprire una ragione più ambiziosa, una ragione che apprezzi i suoi limiti e cerchi le risposte di cui ha bisogno, ma che vada oltre ciò che le potenze umane possono raggiungere da sole. Queste possono giungerci solo come rivelazione («pensieri al di là dei loro pensieri furono dati a quei grandi poeti») o, a modo suo, ciò che potremmo chiamare una specie di poesia.
Il fatto che ormai quasi nessuno legga né apprezzi la poesia è un problema, perché ci rende già ciechi ai modi in cui dovremo parlare di quel qualcosa al di là di noi stessi, anche prima di arrivare alla questione del divino.
Per me, l’esempio più luminoso è il poeta statunitense moderno, Wallace Stevens, che iniziò la sua carriera letteraria come non credente e si convertì al cattolicesimo sul letto di morte. Nella sua grande poesia giovanile Sunday Morning, una donna anziana non va in chiesa ma sente ancora «Il bisogno di una beatitudine imperitura». Così, Stevens offre questa visione del mondo:
Viviamo in un vecchio caos del sole,
O vecchia dipendenza del giorno e della notte,
O solitudine di isola, non patrocinata, libera,
Di quell’acqua vasta, ineludibile.
I cervi camminano sulle nostre montagne,
e le quaglie Fischiano intorno a noi i loro canti spontanei;
Le bacche dolci maturano nel deserto;
E, nell’isolamento del cielo,
Al tramonto, stormi casuali di colombe fanno
Ondulazioni ambigue mentre sprofondano,
Verso l’oscurità, su ali spiegate.

Questo è già un mondo molto diverso, più meraviglioso di quello che ci presentano la nostra scienza e la nostra politica. Mentre era ancora un incredulo, Stevens scrisse anche dell’«angelo necessario», cioè «la realtà». Non sorprende che qualcuno capace di percepire e registrare la «realtà» in questo modo finisse per diventare cattolico. La realtà è ciò che Platone chiamava «ciò che è»; e Colui che nelle Scritture dice agli ebrei con una sorprendente immagine poetica che li ha portati «sulle ali dell’aquila», rivela poi in modo più filosofico che il Suo nome è «Io sono». O come espresse Gesù in un’esplosione di poesia purissima: «La Via, la Verità e la Vita».
Sentiamo molto in questi giorni dei tanti giovani che ora si stanno rivolgendo al cristianesimo, principalmente al cattolicesimo romano e all’ortodossia orientale. Parlano di cercare qualcosa di solido in mezzo alle incertezze postmoderne. Esprimono anche una sete di «mistero», nella Messa tradizionale in latino e in altre pratiche consacrate dal tempo.
Ma il «mistero» si presenta attraverso la «poesia» di parole e simboli che sono essi stessi il prodotto di un lungo sviluppo che ha dimostrato di poter condurci a qualcosa di transumano e, allo stesso tempo, ci rende più noi stessi degli esseri che abitiamo nella nostra vita quotidiana. Si potrebbe quasi dire —anche se non lo farò, perché lo degraderebbe— che è una specie di «tecnologia sacra» che ha dimostrato la sua efficacia in tempi molto più lunghi di qualsiasi vita umana individuale, e persino della durata di intere nazioni e civiltà.
Perciò, impariamo a leggere di nuovo la poesia: la poesia della letteratura e la poesia di Dio. In questo 250° dell’America, è possibile che scopriamo che ci conduce a qualcosa di incomparabilmente più grande della «dignità umana» in questo mondo e nel prossimo.

Sull’autore
Robert Royal è caporedattore di The Catholic Thing e presidente del Faith & Reason Institute a Washington, D.C. I suoi libri più recenti sono The Martyrs of the New Millennium: The Global Persecution of Christians in the Twenty-First Century, Columbus and the Crisis of the West e A Deeper Vision: The Catholic Intellectual Tradition in the Twentieth Century.