Leone XIV congeda Madrid davanti a un Bernabéu pieno con un messaggio incentrato sulla comunione e sulla sinodalità

Leone XIV congeda Madrid davanti a un Bernabéu pieno con un messaggio incentrato sulla comunione e sulla sinodalità

Il papa Leone XIV ha messo lunedì il sigillo finale al suo soggiorno a Madrid con un incontro affollatissimo allo stadio Santiago Bernabéu, un evento che ha riunito decine di migliaia di fedeli delle diocesi di Madrid, Alcalá de Henares e Getafe e che ha costituito una delle immagini più impattanti di tutta la visita apostolica. L’arcidiocesi madrilena ha ottenuto una notevole mobilitazione di pubblico e un’organizzazione impeccabile in un evento attentamente progettato, anche se caratterizzato da un tono più celebrativo e testimoniale che dalla profondità dottrinale che aveva segnato altri discorsi pronunciati dal Pontefice durante il suo soggiorno in Spagna.

La serata, concepita secondo i parametri pastorali promossi dal cardinale José Cobo, ha combinato musica, testimonianze personali, rappresentazioni sceniche e continui riferimenti alla comunione ecclesiale, all’ascolto reciproco e alla partecipazione di tutti i battezzati. La scenografia, moderna e visivamente efficace, ha offerto un’immagine potente di Chiesa riunita attorno al Papa, sebbene con un linguaggio estetico più vicino al formato di grande evento pastorale che a una celebrazione di forte densità spirituale o liturgica.

Un atto festivo per chiudere la tappa madrilena

Prima dell’intervento di Leone XIV, il palco ha ospitato testimonianze di conversione, vocazione e impegno ecclesiale, insieme a esibizioni musicali e vari interventi preparati dall’organizzazione. Il formato ha risposto pienamente allo stile che l’arcidiocesi ha promosso negli ultimi anni: una proposta partecipativa, centrata sulle esperienze personali e sulla costruzione di comunità.

Prendendo la parola, il Papa ha subito creato un legame con il pubblico attraverso un riferimento allo stadio che ospitava l’incontro:

«Io immagino che per un calciatore segnare un gol in questo stadio sia qualcosa che cambia un po’ la vita, ma, Don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un gol da urlo per sempre».

La frase ha provocato un’immediata ovazione da parte dei presenti e ha segnato il tono cordiale di un intervento che ha evitato questioni dottrinali complesse per concentrarsi su idee facilmente riconoscibili dal pubblico riunito.

Comunione, ascolto e partecipazione

Il cuore del discorso ha ruotato attorno a concetti già presenti in altri eventi della visita: l’unità nella diversità, l’ascolto reciproco, il discernimento comunitario e la necessità di evitare l’isolamento dei diversi gruppi ecclesiali.

Leone XIV ha insistito sul fatto che i fedeli non devono chiudersi in ambienti dove tutti pensano allo stesso modo e ha incoraggiato a cercare nuove forme di presenza cristiana nelle grandi città. Gran parte delle sue parole è stata dedicata a presentare la vita ecclesiale come un’esperienza condivisa che si costruisce attraverso il dialogo e la partecipazione.

I riferimenti alla sinodalità sono emersi in modo trasversale durante tutto l’intervento, soprattutto parlando dei consigli parrocchiali e diocesani, del discernimento comunitario e della necessità di ascoltare insieme ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.

Un discorso più semplice rispetto a quelli pronunciati davanti alle istituzioni

A differenza degli interventi davanti al Congresso dei Deputati o alla Conferenza Episcopale Spagnola, dove Leone XIV ha affrontato questioni come la difesa della vita, la libertà religiosa, la famiglia, l’educazione o gli abusi, il messaggio del Bernabéu ha avuto un profilo più pastorale e meno sviluppato dal punto di vista dottrinale.

Il Papa ha scelto di insistere sull’accoglienza, la speranza e la costruzione di comunità, in linea con il carattere dell’evento e con il copione preparato per la grande celebrazione di commiato della Chiesa madrilena.

Uno dei momenti più applauditi è arrivato quando ha evocato le parole di santa Teresa d’Avila:

«Nulla turbi, nulla spaventi!».

«Che nella vostra vita si possa trovare la Parola di Dio»

La frase che ha meglio riassunto la serata è arrivata alla fine dell’intervento. Dopo aver ricordato alcune delle testimonianze ascoltate durante l’incontro, Leone XIV ha invitato i fedeli a vivere una fede visibile e accogliente.

«Siate, per tutti, come una Bibbia aperta: che nei vostri volti e nella vostra vita si possa trovare la Parola di Dio».

Con queste parole e la benedizione finale si è conclusa l’ultima grande appuntamento del Papa a Madrid. Il Bernabéu ha lasciato un’immagine potente di convocazione e una dimostrazione di capacità organizzativa da parte dell’arcidiocesi, in una serata di marcato carattere sinodale, testimoniale e festivo che ha posto fine alla tappa madrilena del viaggio apostolico prima che Leone XIV si mettesse in viaggio verso Barcellona.

Prima di lasciare la capitale, il Papa terrà martedì mattina un ultimo evento all’IFEMA Madrid, dove incontrerà i volontari che hanno collaborato all’organizzazione della visita. Dopo aver visitato il centro e ascoltato diverse testimonianze, Leone XIV rivolgerà parole di ringraziamento a chi ha partecipato allo svolgimento dei vari eventi celebrati in questi giorni.

Concluso l’incontro, il Pontefice si trasferirà all’aeroporto Adolfo Suárez Madrid-Barajas per dirigersi a Barcellona, dove inizierà la seconda tappa del suo viaggio apostolico in Spagna.

Discorso integrale di papa Leone XIV allo Santiago Bernabéu :

Cari fratelli e sorelle, buonasera! 

Io immagino che per un calciatore segnare un gol in questo stadio sia qualcosa che cambia un po’ la vita, ma, Don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un gol da urlo per sempre. 

Questa serata è un grande inno di fede e mi fa piacere unire la mia voce alla vostra per lodare Dio e rafforzare i legami di una famiglia ecclesiale così bella che sta imparando l’arte della polifonia, cioè dell’unità nella diversità. 

Ringrazio il vostro Arcivescovo, il Cardinale José Cobo Cano, per aver introdotto la parabola del canto, che mostra come i numeri, i dati e i fatti non siano sufficienti per generare comunità: il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli eventi e le situazioni celebrando con gli altri il senso che irradiano. Per la Chiesa, questo avviene in modo singolare nella liturgia, il grande Memoriale della storia che ci ha salvati. 

Cantare è un bisogno che permea la convivenza e interpella la cultura, la incita a rimanere aperta e in costante evoluzione. Voi siete la Chiesa diocesana in mezzo a un popolo che ama la musica, la danza e lo stare insieme, ma che conosce anche i conflitti, la rassegnazione e, a volte, la disperazione, situazioni in cui il Vangelo può aprire un cammino alla speranza. Voi testimoniate il Vangelo nella capitale di un grande paese europeo, sede di istituzioni e organizzazioni in cui si prendono decisioni importanti per il presente e il futuro, ma anche meta di milioni di visitatori e di fratelli e sorelle in cerca di nuove opportunità. 

La vostra gioia sarà contagiosa se, da emozione passeggera, diventa un modo stabile di essere, un sentimento profondo che rinnova le persone, i gruppi e la comunità diocesana. Non è un caso che gli apostoli, nei loro scritti, invitino spesso le chiese alla gioia, raccomandandola quasi come un comandamento. È l’Evangelii Gaudium, una risposta corale all’opera di Dio in Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione hanno cambiato per sempre la percezione della storia di chi lo ha incontrato e seguito, anche se in forme e per vie diverse. Anche oggi l’amore di Cristo ci spinge (cfr. 2 Cor 5,14) —il verbo usato da san Paolo significa anche “ci cattura”, “ci tiene uniti”, “ci possiede”— e così ci chiama alla responsabilità dell’azione. 

Sì, cari fratelli e sorelle, come alcuni di voi hanno testimoniato questo pomeriggio, il Battesimo cambia davvero la vita. Le nostre sensibilità, provenienze e priorità si incontrano in Cristo e dalla sua vita ricevono la linfa, come i tralci della vite. Concretamente, questo significa che molto di ciò che già c’era in noi si trasforma, perché si orienta al servizio, cessa di essere un dono privato e serve al bene comune. Non bisogna temere il fatto che non produca mai uniformità. Al riguardo, il Nuovo Testamento testimonia, nella varietà delle sue voci, la comunione nella diversità, cioè la comprensione che scomparve a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti a un progetto totalitario e puramente umano, finirono per non capirsi a vicenda. 

Nell’enciclica Magnifica Humanitas ho proposto, come alternativa all’omologazione e alla confusione, la figura di Neemia, che coinvolge tutta la comunità per ricostruire le mura di Gerusalemme. «Oggi, ricostruire significa riconoscere che, nella pluralità di voci e visioni che a volte ricorda la dispersione delle lingue, esiste, tuttavia, una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune sul quale far crescere la giustizia e la fraternità. E, in questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma di costruire: orientare l’azione verso Dio, affinché, sotto la sua luce, il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrovi le sue fondamenta solide e il suo fine ultimo» (Magnifica Humanitas, 10). 

Esiste, dunque, una relazione speciale tra la Chiesa e la città, che assume ancora maggiore importanza nel cambio d’epoca che stiamo vivendo: una relazione che, naturalmente, si concretizza tra persone di carne e ossa, nelle relazioni lavorative e di prossimità, ma anche nelle diverse comunità, associazioni ed entità di quartiere. Sempre più evidente diventa la specificità della missione cristiana all’interno delle grandi realtà urbane, dove «una cultura inedita pulsa ed è elaborata» (Evangelii Gaudium, 73). La chiarezza su questo punto è maturata molto lungo il cammino sinodale, che ci ha permesso di conoscerci e ascoltarci con maggiore profondità nei contesti in cui la comunità diocesana vive e si configura. La domanda che diventa più importante è: ciò che siamo e facciamo come cristiani, arriva «là dove si generano i nuovi racconti e paradigmi», cioè ai «nuclei più profondi dell’anima delle città» (ibid. 74). È vero che dare una risposta può essere difficile, ma è possibile se cerchiamo insieme la verità. 

Per questo è così importante non disperderci né chiuderci ciascuno nel gruppo o nell’ambiente in cui già ci sentiamo al sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città bisogna coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e ci supera sempre, coltivare il desiderio di incontrare il Risorto, che va sempre avanti a noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Per questo, cercarlo e seguirlo è la condizione per indicarlo: altrimenti, non c’è evangelizzazione, e oggi possiamo capirlo meglio che in passato. Nelle grandi città, più che altrove, a volte ci sembra di non avere più le mappe per muoverci con sicurezza. Allora bisogna reimparare l’arte spirituale di essere cordiali, senza la quale anche l’annuncio del Vangelo rischia di diventare una ripetizione impersonale e, perdendo efficacia, lascia spazio alla frustrazione e alla sfiducia. 

Cari fratelli, Madrid è una grande città dove convivono tradizioni e “anime” diverse. Dio conosce uno a uno i cuori dei suoi abitanti. Li conosce come solo Lui sa e può farlo, cioè nell’amore e, quindi, nella libertà. Egli è misericordia infinita e vuole che tutti si salvino. Lo desidera al punto da farsi carne e caricarsi su di sé tutto il peccato, il male e il negativo del mondo. Ecco Gesù Cristo! Ecco la Buona Novella, la grazia che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a condividere con tutti! Perché tutti, senza eccezione, sono fatti per la vita e per la vita in pienezza. La presenza della Chiesa in una grande città è una parabola di questo mistero di salvezza. Mi viene in mente il libro di Giona, un gioiello della Bibbia che vi invito a leggere o a rileggere, personalmente e in comunità. Non è casuale che proprio nelle città gli apostoli abbiano impiantato la Chiesa nascente, incontrandosi non solo con il rifiuto, ma anche con l’accoglienza là dove, in modo più naturale, le persone si confrontano con la diversità e il cambiamento. 

Nulla turbi, nulla spaventi! Insieme, come Chiesa diocesana, potete offrire la testimonianza evangelica che libera le migliori forze di un’umanità bombardata da immagini e parole, ma affamata di giustizia e assetata di verità. Abbiate fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come un’eccezione, ma come la regola della missione. L’investimento nei consigli parrocchiali e diocesani non ha altro obiettivo che questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un ascolto più profondo di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. Sarebbe un peccato ridurli a meri adempimenti burocratici. Sono spazi di ascolto reciproco per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ciascuno va per la propria strada, ma corriamo il rischio di non comprendere dove il Signore ci vuole, cosa si aspetta da noi, a quali conversioni ci chiama. Quando curiamo questi spazi, allora il culto diventa vita e tra le persone nascono legami di fraternità e progetti di solidarietà. 

Invito i presbiteri a riconoscere la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero. Cari fratelli, senza allontanarvi dall’essenziale, il fatto di fermarvi regolarmente con il vostro popolo per interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali e le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo arricchirà e consolerà il vostro ministero. Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a sperimentare la gioia dello Spirito Santo. Infatti, quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno rimane chiuso nelle proprie abitudini e nel proprio ruolo, ciò che ci manca è lo Spirito. Egli suscita vocazioni e le unisce, provocando a volte agitazione, discussione, ricerca di nuovi equilibri. Non spaventatevi di tutto questo, godetelo. 

Gli aneddoti che abbiamo ascoltato questa sera ci raccontano, o meglio “ci cantano”, quanta vita c’è in questa Chiesa. Qualcuno ha testimoniato: “Posso dire senza dubbio che amo profondamente la Chiesa, famiglia di Dio, dove tutti abbiamo un posto”. Un altro ha detto: “Ho provato una grande gioia e responsabilità, diventando un membro più attivo della comunità e condividendo i miei doni con il resto dei membri della Chiesa”. E altri ancora hanno raccontato: “Per noi, servire in questi programmi non è solo un modo per aiutare, ma anche un modo per restituire tutto l’affetto e il sostegno che abbiamo ricevuto”. Ecco la Chiesa, cari fratelli e sorelle! Ecco la musica del Vangelo, con il suo ritmo contagioso.  

Quando arriva al cuore, fa dire a uno di essersi sentito accolto a braccia aperte, come la famiglia venuta dal Perù a Madrid. Molti, come lei e la sua famiglia, all’inizio provano timore ad avvicinarsi, ma hanno sentito parlare di pregiudizi e delusioni. La bontà, anche se di pochi, può vincere la paura di molti. Siate, per tutti, come una Bibbia aperta: che nei vostri volti e nella vostra vita si possa trovare la Parola di Dio. L’amore, infatti, è il linguaggio che fa sentire tutti come a casa. Grazie mille.

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