Di Robert Royal
È passata una settimana dalla pubblicazione di Magnifica humanitas e l’ho riletta in alcune sezioni, cercando di approfondirla ulteriormente (dopo le mie reazioni rapide e personali in un recente Prayerful Posse, lo stesso giorno in cui è apparsa la prima enciclica di papa Leone). Certo, restano seri dubbi sul testo: il pacifismo funzionale e una fiducia eccessivamente ottimista nello statalismo multilaterale e nel «dialogo» come meccanismo per eccellenza per frenare non solo l’avanzata inarrestabile dell’IA, ma virtualmente ogni conflitto umano. (Posizioni strane per un agostiniano). Ma confesso che i miei sospetti iniziali possono essere stati esacerbati dalle molte occasioni in cui, per più di una dozzina d’anni, papa Francesco ci ha ripetutamente lasciato con il dito sul grilletto a causa di nozioni eterodosse introdotte di contrabbando nei documenti pontifici. Lo sforzo di Leone di difendere l’umano è posizionato con cura all’interno dell’insegnamento sociale moderno della Chiesa; è sincero, aperto e, fin dalle prime parole, centrato su Cristo.
Vorrei quindi riconoscere una colpa; mea, ma non maxima. Perché abbiamo ancora bisogno di qualcosa di molto più forte e piuttosto diverso per affrontare le sfide della nostra «nuova era». Il Papa parla spesso di «disarmare» il linguaggio e l’IA, quando ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno è anche un appello alle armi, di tipo diverso, per difendere la fede e la civiltà umana.
Se ci si pensa, avevamo già avuto parecchi avvertimenti, in molti settori, sulle potenziali minacce dell’IA —dalla perdita di posti di lavoro ai pericoli ambientali e agli usi militari fuori controllo— anche dalla stessa Silicon Valley. E la disastrosa ristrettezza del «paradigma tecnocratico», quel lento scivolamento verso la convinzione che le macchine che creiamo ci forniranno tutta la verità e tutto il resto di cui abbiamo bisogno, era nel nostro radar culturale da almeno un secolo.
La vera difesa dell’umanità deve cominciare dal fatto che l’umanità si difenda da sé. Il che, a volte, richiede mezzi fisici, ma implica sempre il pattugliamento delle periferie culturali, non solo per «accompagnare» ma —si può usare qui un termine cristiano?— per convertire.
Questa è precisamente la sfida cristiana, che richiede una soluzione più esplicitamente cristiana: un confronto più robusto con ciò che il cristianesimo vede come la situazione reale della creatura fatta a immagine e somiglianza, ora in uno stato decaduto, segnata dal peccato e dalla morte, e nel nostro tempo in particolare, spesso chiusa al messaggio salvifico del Vangelo.
Lo stesso Leone lo ha riconosciuto qualche giorno fa in un discorso agli evangelizzatori riuniti a Roma:
Il clima culturale predominante nelle società saturate di mezzi di comunicazione e di consumo diminuisce la capacità di apprendere con pazienza e di intraprendere, con sforzo, una ricerca personale della verità, con perseveranza e senso critico. Ogni messaggio corre il rischio di essere percepito come un’opinione in più tra tante.
Questa è una descrizione giusta dei tempi attuali. E ha messo il dito nella piaga: «Certamente non è diluendo il contenuto o attenuando le esigenze che il cristianesimo può diventare attraente, ma dando testimonianza con umiltà e coraggio della “via, della verità e della vita” che ha convertito e santificato tante persone». (Il corsivo è dell’autore).
Dico da anni che sarebbe non solo ispiratore, ma cogliere la vera dimensione della nostra sfida, se la Chiesa mostrasse tanta urgenza per la conversione e la vita eterna quanta ne ha mostrata per la pace, il cambiamento climatico, l’immigrazione e l’ecumenismo. Papa Leone ha fatto risuonare ora una nota simile: «Nessuno può occupare il posto [della Chiesa] in questa missione, che è tanto urgente quanto necessaria per assicurare un fondamento affidabile per il futuro dell’umanità, affinché sia un futuro di pace, giustizia, libertà e fraternità». [Il corsivo, ancora, è dell’autore].
Profondamente vero, ma perché fermarsi qui, con questi obiettivi terreni —per quanto desiderabili— parlando a evangelizzatori, quando Gesù stesso non ha toccato molto i temi politici e sociali, ed era chiaramente più preoccupato di condurci verso la vita eterna? Spesso si è osservato che la Chiesa in America Latina promuove da decenni l’«opzione preferenziale per i poveri» e la «giustizia sociale». Obiettivi buoni, se perseguiti adeguatamente, ma la Chiesa lì si sta restringendo. Nel frattempo, gli evangelici e altri protestanti in America del Sud predicano Gesù e stanno crescendo.
A Roma farebbe bene notarlo e parlare con molta cautela. Magnifica humanitas, ad esempio, inizia abbastanza bene indicando: «In Gesù Cristo, questa umanità nella sua grandezza diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo la strada a ciascuno di noi…». E qual è quella strada? La frase termina… «per crescere verso la pienezza».
Pienezza? Come ho sottolineato nel nostro Posse la settimana scorsa, la parola «peccato» appare solo tre volte in questa enciclica; due menzioni non erano personali, ma piuttosto «strutture di peccato», e la terza proveniva da un elenco di cose in Dignitas infinita che NON diminuiscono la discutibile nozione di una dignità umana infinita. Alcuni mi hanno scritto da allora dicendo che altri importanti documenti della Chiesa redatti da figure tradizionali non menzionano affatto il peccato. Ed è vero. Ma loro non stavano parlando di un’umanità «magnifica».
Non so come si dica alla gente con un certo grado di urgenza che ha disperatamente bisogno di Gesù Cristo, a meno che prima non si possa dire perché gran parte di ciò che sta facendo non la «soddisfarà», nemmeno creando un ordine giusto sulla Terra, invece di puntare verso il Cielo. Questa è, certamente, una visione più agostiniana.
«Pienezza» è precisamente il tipo di linguaggio neutro e, a mio modo di vedere, l’«acqua di rose» del messaggio cristiano contro cui lo stesso Papa ha messo in guardia nel discorso che ha tenuto agli evangelizzatori alla fine della scorsa settimana.
Un buon evangelizzatore deve scegliere il modo migliore per presentare il Vangelo completo in un determinato contesto, naturalmente, e questo può significare non dire tutto in una volta in un linguaggio che la gente forse non capisce. Ma anche negli eventi sportivi di questi giorni, l’espressione cristiana più significativa (Giovanni 3:16) appare su cartelli, qualcosa che la nostra civiltà mondana e negatrice della morte ha bisogno di ascoltare con urgenza: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
Sull’autore
Robert Royal è caporedattore di The Catholic Thing e presidente del Faith & Reason Institute a Washington, D.C. I suoi libri più recenti sono The Martyrs of the New Millennium: The Global Persecution of Christians in the Twenty-First Century, Columbus and the Crisis of the West e A Deeper Vision: The Catholic Intellectual Tradition in the Twentieth Century.