Riflessioni sulla vocazione dei soldati

Riflessioni sulla vocazione dei soldati
Grave markers at the Normandy American Cemetery [source: Wikipedia]

Del Ven. Arcivescovo Fulton J. Sheen

Il grande predicatore francese Lacordaire disse una volta che la vocazione del soldato è la più prossima in dignità al sacerdozio, non solo perché lo incarica di difendere la giustizia sul campo di battaglia e l’ordine sul campo della pace, ma anche perché lo chiama allo spirito e all’intenzione del sacrificio.

In genere, il rispetto per i gruppi varia secondo il loro numero; quanto più numerosi sono, tanto meno sono stimati. Ma non accade lo stesso con le forze combattenti. Nessun gruppo altrettanto numeroso è tanto venerato. È la loro alta chiamata alla difesa della giustizia e della libertà che li rende amati.

Fu un soldato a pronunciare per la prima volta le parole che la Chiesa ricorda nella Comunione: «Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». (Matteo 8, 8) Il Breviario, che i sacerdoti leggono ogni giorno, loda Giuda Maccabeo, che si rifiutò di arrendersi a forze nemiche superiori e morì dicendo: «Lontano da noi fare una cosa simile, fuggire davanti a loro! Se è giunta la nostra ora, moriamo con coraggio per i nostri fratelli e non lasciamo motivo perché si metta in dubbio il nostro onore». (I Maccabei 9, 10)

Isaia udì i serafini intorno al trono di Dio rivolgersi a Lui come il Signore degli Eserciti. «Santo, santo, santo è il Signore Dio degli eserciti; tutta la terra è piena della sua gloria». (Isaia 6, 3) La vita è una battaglia. Lo stesso San Paolo disse: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede». (II Timoteo 4, 7)

Con spirito simile, incaricò Timoteo: «Questo comando ti affido, Timoteo, figlio mio, secondo le profezie fatte in precedenza su di te, affinché per mezzo di esse combatta la buona battaglia». (I Timoteo 1, 18) «Prendi la tua parte nelle sofferenze come buon soldato di Cristo Gesù». (II Timoteo 2, 3)

L’armatura del soldato nella grande battaglia della vita è la seguente: «State saldi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia e calzati i piedi con lo zelo per il vangelo della pace; soprattutto, impugnando lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio». (Efesini 6, 14-17)

C’è una guerra dentro di me: la carne contro lo spirito. «Vedo nelle mie membra un’altra legge che guerreggia contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che abita nelle mie membra». (Romani 7, 23) Se Colui che ha valutato la vita più di chiunque altro non ha considerato la morte come un prezzo troppo alto per sconfiggere il male, perché non dovrei io essere disposto, nel Suo nome, a sopportare le fatiche del servizio armato affinché il male sia vinto?

Se la Croce del nostro Salvatore fu una prova che c’era qualcosa di male nell’uomo che poteva essere rimediato solo mediante una morte redentrice, perché questa guerra non dovrebbe essere per me una prova che c’è qualcosa di così male nel mondo moderno che può essere rimediato solo mediante la mia vita sacrificata? Non sto combattendo per una libertà che significhi il diritto di fare ciò che mi piace, ma per una libertà che significhi il diritto di fare ciò che devo.

Il dovere implica una Legge; la Legge implica un’Intelligenza; e l’Intelligenza implica Dio. Non sto combattendo semplicemente per rendere il mondo sicuro per la democrazia; sto combattendo per preservare le radici della democrazia: la legge morale radicata non nel Potere, ma in Dio. Non sto combattendo per la libertà da qualcosa, ma per la libertà per qualcosa: la gloriosa libertà di chiamare mia la mia anima e poi salvarla in cooperazione con la grazia di Dio.

Non sto combattendo per preservare il tipo di mondo che avevamo proprio prima di questa guerra. Se lo facessi, starei combattendo per preservare un mondo che ha prodotto tiranni e dittatori. Il nuovo mondo deve essere un mondo migliore di quello, altrimenti non vale la pena combattere per esso.

Si crede, per proverbio, che i sergenti siano duri e crudeli. Non è probabile che siano stati diversi al Calvario. Fu un sergente romano, così abituato alle scene di sangue, che conficcò una lancia nel fianco di Cristo. Ma si convertì su quel campo di battaglia e in quella stessa ora dichiarò la sua fede: «Veramente, questi è il Figlio di Dio».

Forse anch’io posso trovare Cristo sul campo di battaglia. Non devo vergognarmi se ho paura e se tutto il mio essere si ritrae inorridito, perché il Signore nell’Orto, prima di andare alla Battaglia del Calvario, pregò: «Se è possibile, passi da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu». (Matteo 26, 39) Ciò che devo temere è la mia mancanza di disponibilità a compiere la volontà di Dio rivelata dalle circostanze attuali della vita.

Non si faccia la mia volontà, ma la Tua. Anche se un campo di battaglia è la confusione più assoluta, anche se le pallottole sono fitte come gocce di pioggia, anche se sono uno tra un milione in un vasto calderone di acciaio e fuoco, resto agli occhi di Dio una persona con un destino immortale: «Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati».

«Insegnaci, buon Signore, a servirti come meriti; a dare e non calcolare il costo; a combattere e non badare alle ferite; a lavorare e non cercare riposo; a faticare e non chiedere altra ricompensa che quella di sapere che facciamo la Tua volontà per Gesù Cristo nostro Signore». (Sant’Ignazio di Loyola)

Nella guerra, tutto ciò che un nemico può fare è attaccare il mio corpo. Provo mai paura quando un nemico attacca la mia anima?

Estratto dal Libro di preghiere in tempo di guerra dell’Arcivescovo Fulton J. Sheen.

Sull’autore

Il Ven. Fulton John Sheen nacque a El Paso, Illinois, l’8 maggio 1895. Frequentò il Seminario di Saint Paul nel Minnesota e fu ordinato nel 1919. Dopo aver compiuto studi superiori alla Catholic University, ottenne un dottorato in filosofia alla Catholic University di Lovanio, in Belgio. Nel 1930, Mons. Sheen iniziò un programma radiofonico la domenica sera, «L’ora cattolica», e nel 1951 l’allora vescovo Sheen lanciò «La vita vale la pena di essere vissuta», che divenne uno dei programmi televisivi più seguiti negli Stati Uniti e gli valse un premio Emmy nel 1952. Fu elevato ad arcivescovo da Papa Paolo VI nel 1969. Morì il 9 dicembre 1979. Fu dichiarato Venerabile Servo di Dio da Papa Benedetto XVI il 28 luglio 2012.

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