Vista l’immagine di Catacaos —due cardinali, due arcivescovi e il commissario apostolico inginocchiati davanti alle famiglie dei contadini assassinati—, conviene formulare la domanda evidente: è necessario aspettare vent’anni per fare giustizia con le vittime che stanno reclamando ora? Ci sono almeno due fronti proprio in Perù dove la risposta deve essere immediata.
Santarsiero
Su mons. Antonio Santarsiero Rosa, OSJ, fino a poche settimane fa vescovo di Huacho e segretario generale della Conferenza Episcopale Peruviana, grava una denuncia formale per presunta violenza su un seminarista a Huacho, molestato quando la vittima era adolescente e violentato appena raggiunta la maggiore età, e per molestie a un sacerdote che ha convissuto con lui come assistente personale nei primi anni del suo episcopato.
La lettera notarile, datata 26 marzo 2026, è stata consegnata a mano alla Nunziatura Apostolica di Lima il 31 dello stesso mese e inviata al Dicastero per la Dottrina della Fede. Il sacerdote denunciante assicura di aver inoltrato un rapporto precedente, nel novembre 2024, all’allora prefetto del Dicastero per i Vescovi, oggi Leone XIV; lo consegnò personalmente a Roma nel dicembre 2025. Non risulta alcuna risposta.
Dopo la pubblicazione di InfoVaticana, la Conferenza Episcopale Peruviana ha rimosso Santarsiero dalla segreteria generale il 9 aprile 2026. Ma il nucleo del suo potere rimane intatto: continua a essere vescovo di Huacho, conserva il governo della diocesi, la formazione dei seminaristi e il controllo patrimoniale. Per quanto si sappia, non sono state adottate misure cautelari canoniche conformi a Vos estis lux mundi. Finché Roma non agisce, quello del 9 aprile non è altro che un gesto istituzionale.
Chiclayo: le tre vittime del padre Lute
Il secondo fronte è a Chiclayo. Tre vittime del sacerdote Eleuterio Vásquez González, noto come «Lute», hanno denunciato nel 2022 all’allora vescovo Robert Prevost, oggi Leone XIV, abusi molto gravi commessi quando erano bambine —tra i nove e gli undici anni— portate da sole in un alloggio sulla sierra davanti a molteplici testimoni che non sono mai stati nemmeno interrogati. L’istruttoria canonica è stata definita dallo stesso delegato ecclesiastico, Giampiero Gambaro, una «presa in giro».
Prevost non ha mai sospeso Lute dal ministero pubblico. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha archiviato il caso adducendo la prescrizione civile peruviana, un argomento canonicamente insostenibile che lo stesso Gambaro ha definito «stranissimo». Il sacerdote, di fronte all’imminenza di un’indagine effettiva promossa dalle vittime nel 2025, ha chiesto la dispensa dallo stato clericale. Leone XIV gliel’ha concessa il 15 settembre 2025, comunicata alle vittime due mesi dopo mediante un foglio sporco, piegato, senza busta né sigillo, consegnato da un messaggero anonimo.
Tuttavia,la dispensa dallo stato clericale non esime in nessun caso dall’indagare e dal riparare. È una grazia concessa a chi rinuncia coerentemente al ministero, non uno scudo per estinguere un processo penale canonico aperto. Trattarla pendente lite è contrario ai principi stessi dell’istituzione.
Ciononostante, questa lettura fallace —secondo la quale la dispensa chiude la causa e libera la Chiesa dal continuare a indagare— è stata costruita e difesa giuridicamente, tra gli altri, dallo stesso mons. Jordi Bertomeu. La stessa persona che ieri si è inginocchiata a Catacaos.
A questo si aggiunge una decisione che dice più di mille dichiarazioni. La diocesi di Chiclayo, nelle mani dell’agostiniano Edison Farfán, incaricata di coprire il trattamento psichiatrico e la medicazione delle vittime come parte della riparazione minima richiesta da Vos estis lux mundi, ha interrotto tale copertura.
Tre donne che hanno subito abusi da bambine, sottoposte a anni di vittimizzazione processuale, si sono viste private del loro trattamento e dei loro farmaci. Il rischio clinico è atroce e la responsabilità istituzionale è indiscutibile. Non c’è riparazione possibile che escluda ciò che è più elementare: garantire l’integrità psicofisica di chi è stato ferito.
Quello che si chiede oggi
Se il gesto di Catacaos significa qualcosa —e vogliamo credere di sì—, deve significare anche questo: che le vittime di Santarsiero meritano lo stesso viaggio, lo stesso ascolto e la stessa parola «perdono», e che le tre vittime del padre Lute meritano che il loro caso venga riaperto, istruito con garanzie e sentenziato conformemente al Libro VII del Codice di Diritto Canonico, senza che la dispensa concessa serva da scusa per non farlo.
E nel frattempo, il minimo: che venga ristabilita immediatamente la copertura del trattamento psichiatrico e della medicazione alle vittime di Chiclayo. Il minimo, ripetiamo. Ciò che nessuna istituzione decente può negare a chi ha ferito.
Perché se no, tra vent’anni un altro commissario apostolico dovrà tornare a viaggiare, un altro cardinale dovrà tornare a prostrarsi e un’altra famiglia dovrà tornare a sentire, piangendo, che la Chiesa è arrivata tardi. E a quella Chiesa che arriva sempre tardi, i suoi fedeli cominciano già a non crederle del tutto.
Che non si debba chiedere perdono in ginocchio tra vent’anni. Facciamo giustizia oggi.