Sulla moderazione

Sulla moderazione
Temperance by Giovanni Caccini, 1583–84 [The MET, New York]

Di P. Benedict Kiely

San John Henry Newman scoprì, dopo molto studio, preghiera e sofferenza, che il concetto anglocattolico o tractariano della Chiesa anglicana come una via media tra il cattolicesimo e il protestantesimo era, in ultima analisi, una casa costruita sulla sabbia, senza fondamenta. Esiste ancora una piccola minoranza all’interno di quella comunione che difende tale tesi. Ma con il clero femminile e ora con una donna che occupa la sede di Sant’Agostino a Canterbury, quel gruppo irriducibile è come il re Canuto che tenta invano di arginare le onde dell’oceano.

Un vecchio scherzo, forse un po’ crudele, considerava la famosa «via media» come il compromesso definitivo, un «da un lato questo, dall’altro quello», che dava come risultato una posizione di perpetua ambiguità, tanto estremamente dolorosa quanto piuttosto vergognosa.

Esiste, tuttavia, una posizione molto necessaria oggi nel nostro discorso, certamente in ciò che un tempo si chiamava la «pagina stampata», che non è né ambiguità né un tentativo vano di mantenere contenti tutti i partiti mediante l’adozione di una posizione anemica.

Hilaire Belloc, il più grande esponente da Jonathan Swift di quella forma specializzata di scrittura conosciuta come il «saggio», scrisse molti saggi con la parola «Su» nel titolo. Poteva scrivere «Su il formaggio», «Su il riso» e «Su come sbarazzarsi della gente», per citarne alcuni. Con questo in mente, la posizione, o pratica, che serve oggi, specialmente da parte di coloro che sono impegnati nella caritas in Veritate —non solo quelli dell’ordine clericale, ma anche coloro che intendono parlare come cattolici—, sarebbe un atteggiamento di moderazione.

Un esempio opportuno di questo è l’opinione sullo Stato di Israele. La sola menzione di questo tema così polemico è probabile che, a seconda della posizione scelta, inverta Dale Carnegie e «crei nemici e non influenzi nessuno». La posizione moderata, totalmente in accordo con la dottrina cattolica rivelata e il Magistero, riconoscerebbe il diritto all’esistenza dello Stato secolare di Israele, al tempo stesso che respingerebbe gli estremi di certa teologia che vede in detto Stato il compimento della profezia biblica.

Rifiuterebbe anche fermamente qualsiasi forma di antisemitismo, mantenendo al tempo stesso la dottrina eterna e ininterrotta che la Chiesa Cattolica è il nuovo Israele. Questa posizione moderata farà infuriare molti, in tutti i campi, e provocherà la perdita di amicizie di coloro incapaci di vedere attraverso la nebbia rossa del pregiudizio e della paura. Praticare la moderazione non è un luogo comodo dove stare se tutto ciò che si vuole è evitare il conflitto. Ma certamente non è un segno di debolezza.

La moderazione può e deve essere vista anche in coloro che si astengono dalla volgarità e dalla profanazione, specialmente nella scrittura, ma anche in privato. Risulta indecoroso trovare cattolici che usano un linguaggio volgare sui social media o in altre forme di comunicazione.

Perché, ci si potrebbe chiedere, è così difficile la moderazione e perché, ora, così necessaria? La sua stessa definizione implica il senso di «mantenere entro limiti ragionevoli», e la sua etimologia racchiude l’idea di rimanere «entro i margini». Quel sostantivo dell’inglese medio ci dà una nozione non solo dei limiti fisici, ma anche di una mancanza di ragionevolezza che, se violata nella conversazione o nella scrittura, infiamma invece di informare, ed esacerba invece di apportare comprensione。

Ci sono frasi ed espressioni che sappiamo essere «al di là dei limiti della decenza». Ma anche stili polemici, molto popolari oggi, che non servono al bene comune.

La moderazione ci stimola, insieme alle sue buone compagne: la temperanza e il buon senso. Sappiamo che la temperanza è una virtù, infatti, una virtù cardinale, non solo in materia di appetiti, ma anche nella parola e nell’azione. Il linguaggio intemperante può essere di moda e può favorire i clic e i follower per i noti come influencer, ma non è segno di saggezza né di civiltà.

È possibile che i commentatori moderati, ma saggi ed eruditi, non abbiano le maggiori cifre di audience o di ascolto nel mondo illusorio dei podcast, ma a lungo termine contribuiranno di più al discorso intelligente. E ciò che dicono sarà ricordato molto dopo che l’ultimo influencer scompaia nelle nebbie svanite di TikTok.

Noi cattolici, e quelli di fede ortodossa, abbiamo la nostra classe di influencer: li chiamiamo santi. E sebbene alcuni furono certamente focosi nel loro linguaggio e tono, fu sempre al servizio della verità.

Il buon senso, quella moglie della moderazione nel modo del discorso pubblico, ci permette anche di resuscitare una parola oggi più spesso denigrata che celebrata: l’altra virtù necessaria della prudenza. Denigrata perché, falsamente, si vede come debolezza o come una scusa per la mancanza di azione, inclusa la parola parlata.

La vera prudenza, tuttavia, non è l’accomodamento, come nel caso del silenzio per il bene della pace. Quello potrebbe, infatti, segnalare codardia, non la robusta virtù cardinale della prudenza. Ricordiamo la grande definizione di Churchill sull’accomodatore come «colui che nutre il coccodrillo, sperando che lo mangi per ultimo».

La prudenza e un atteggiamento sensato preparano il terreno prima dell’azione, considerano saggiamente tutte le opzioni e agiscono con la moderazione necessaria. Certamente può essere necessario affrontare il coccodrillo, ma sotto i nostri termini, non sotto quelli del rettile.

La moderazione è anche un antidoto contro ciò che potremmo chiamare la «indolenza della distrazione», nelle parole di John Philpot Curran, il sindaco di Dublino che, come Benjamin Franklin in 1790, parlò in realtà del prezzo del dono della libertà che Dio dà agli uomini come una «eterna vigilanza».

Il destino degli indolenti, disse Philpot, era vedere i loro diritti «diventare preda degli attivi». La indolente distrazione della chiacchiera senza profondità e della comunicazione intemperante può permettere una furtiva eliminazione della libertà nel mormorio della nostra appena creata «chiacchierocrazia».

Benedetto XVI, come tante volte fece, ci incoraggiò alla moderazione e alla sua compagna necessaria, il silenzio sensato e prudente. Scrisse che: «il silenzio al momento opportuno è più fecondo che l’attività costante che troppo facilmente degenera in ozio spirituale».

Non potrebbero ereditare la terra non solo i miti, ma anche i moderati?

Sull’autore

Il P. Benedict Kiely è sacerdote dell’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham. È il fondatore di Nasarean.org, un’organizzazione che aiuta i cristiani perseguitati.

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