Cosa direbbe San Giovanni d'Ávila a un sacerdote di oggi?

Di: Mons. Alberto José González Chaves

Cosa direbbe San Giovanni d'Ávila a un sacerdote di oggi?

Un fuoco antico per un tempo stanco

Ci sono santi la cui memoria produce devozione e ammirazione storica; ce ne sono altri che continuano a inquietare secoli dopo, perché in loro ci fu un’intensità di Dio così assorbente e totale, che ancora oggi disinstalla, incomoda e obbliga a un esame interiore chi si avvicina a loro senza il comodo ricorso di convertirli in pezzo ornamentale di un museo spirituale. San Juan de Ávila appartiene a quella razza pericolosa: in lui tutto è tremendamente serio, perché Dio è serio. E seria la salvezza delle anime, e la predicazione e la Santa Messa. ¡Come fu serio il sacerdozio nel Maestro Ávila! In lui non c’era nulla di teatrale o personalistico, nulla di crispato né artificiosamente severo; per questo la sua parola continua a produrre oggi una sensazione come quella che prova chi sale all’altezza aperta e silente, al vento pulito delle montagne.

Avvicinandosi alle sue predicazioni ai sacerdoti o alle sue lettere, è inevitabile provare la dolorosa impressione di essere scesi di livello, come se tra quel sacerdozio e certe forme contemporanee di ministero si fosse aperta una distanza molto maggiore di quella che osiamo riconoscere. Oggi sul sacerdozio si organizzano incontri, congressi, sinodi, piani pastorali, itinerari, dinamiche, riflessioni, documenti interminabili, ma, ¿serve tanto chiacchiericcio affinché non si evapori il tremore davanti al mistero di essere stati scelti per toccare Cristo, offrirlo, parlare e assolvere nel Suo Nome; affinché il sacerdote non si abitui a ciò che dovrebbe mantenerlo interiormente in ginocchio? Il Maestro Ávila continua a ricordare oggi ai chierici:

«Non so altra cosa più efficace con cui persuadere a vostre grazie ciò che conviene fare che con portarli alla memoria l’altezza del beneficio che Dio ci ha fatto chiamandoci all’altezza dell’ufficio sacerdotale. E se scegliere sacerdoti allora era gran beneficio, ¿che sarà nel nuovo Testamento, nel quale i sacerdoti di esso siamo come sole in confronto alla notte e come verità in confronto alla figura?»

Il Padre Ávila non avrebbe mai capito un sacerdozio vissuto in chiave di installazione borghese o di semplice funzionalità ecclesiale. Tutto il suo linguaggio è attraversato dalla coscienza di una elezione terribile e gloriosa, di una dignità che fa tremare e che esige una vita completamente consegnata, totalmente vigilante, assolutamente abrasata dall’interno.

«Guardiamoci, padri, da piedi a testa, anima e corpo, e ci vedremo fatti somiglianti alla sacratissima Vergine Maria, che con le sue parole portò Dio nel suo grembo, e somiglianti al portale di Betlemme e alla greppia dove fu adagiato, e alla croce dove morì, e al sepolcro dove fu sepolto. E tutte queste sono cose sante, per averle Cristo toccate; e da terre lontane vanno a vederle, e versano per devozione molte lacrime, e cambiano le loro vite mossi dalla grande santità di quei luoghi. ¿Perché i sacerdoti non sono santi, essendo luogo dove Dio viene glorioso, immortale, ineffabile, come non venne negli altri luoghi? E il sacerdote lo porta con le parole della consacrazione, e non lo portarono gli altri luoghi, eccettuata la Vergine. Reliquiari siamo di Dio, casa di Dio e, per modo di dire, allevatori di Dio; a cui nomi conviene grande santità».

Sono frasi – siamo sinceri – che oggi non osiamo pronunciare: forse ci sembrano eccessive, smisurate o improprie di un’epoca abituata a sminuire tutti gli ideali per renderli psicologicamente sopportabili. Tuttavia, per secoli alimentarono la spiritualità sacerdotale della Chiesa senza produrre stranezza, perché il sacerdote si sapeva segregato dal mondo proprio per ricordare al mondo che Dio esiste. Nell’omelia della sua canonizzazione, Paolo VI sottolineò:

«Egli avverte profondamente ciò che oggi alcuni sacerdoti e molti seminaristi non considerano più come un dovere corroborante e un titolo specifico della qualificazione ministeriale nella Chiesa, la propria definizione —chiamiamola se si vuole sociologica— che gli viene dall’essere servo di Gesù Cristo e come l’apostolo san Paolo diceva di se stesso: «Segregato per annunciare il Vangelo di Dio» (Rm 1, 1). Questa segregazione, questa specificazione, la quale è inoltre quella di un organo distinto e indispensabile per il bene di un intero corpo vivente (cf. 1 Co 12, 16 ss.), è oggi la prima caratteristica del sacerdozio cattolico che è discussa e persino «contestata» per motivi, frequentemente nobili in sé stessi e, sotto certi aspetti, ammissibili; ma quando questi motivi tendono a cancellare questa «segregazione», ad assimilare lo stato ecclesiale a quello laico e profano e a giustificare nell’eletto l’esperienza della vita mondana col pretesto che non deve essere meno di qualsiasi altro uomo, facilmente portano l’eletto fuori dal suo cammino e fanno facilmente del sacerdote un uomo qualunque, un sale senza sapore, un inabile al sacrificio interiore e un carente di potere di giudizio, di parola e di esempio propri di chi è un forte, puro e libero seguace di Cristo. La parola tagliente ed esigente del Signore: «Nessuno che guarda indietro mentre ha la mano posta sull’aratro è idoneo per il regno dei cieli» (Lc 9, 62), aveva penetrato profondamente in questo esemplare sacerdote che nella totalità della sua donazione a Cristo trovò le sue energie centuplicate».

La tragedia di abituarsi a Dio

Il dramma ecclesiale odierno non è precisamente l’inattività: mai ci sono state tante riunioni, strutture, iniziative e parole; mai tanti mezzi, discorsi e progetti. Il problema sembra più profondo e più grave: l’abituarsi. La noiosa e atonico routine di parlare di Dio senza tremore, di toccare il santo senza tremito, di vivere accanto all’altare senza che l’altare bruci più l’anima, di pronunciare quotidianamente parole eterne con un cuore distratto e una vita interiore erosa dal rumore, dalla dispersione e dalla stanchezza spirituale.

In San Juan de Ávila tutto è impregnato di coscienza soprannaturale. Non dice che il sacerdote “presiede un’assemblea” ma che rappresenta sacramentalmente Cristo. E questo cambia completamente l’atmosfera interiore di un’esistenza che non appartiene a se stessa. Il sacerdote non può più organizzarsi unicamente secondo il gusto personale, la comodità o la ricerca di installazione; resta incorporato a una logica più alta e più dolorosa: quella di Cristo Sacerdote e Vittima, Pastore e Agnello che salva immolandosi per le anime. E il sacerdote, con e come Lui:

«Questo, padri, è essere sacerdoti: che plachino Dio quando è, ¡ay!, adirato col suo popolo; che abbiano esperienza che Dio ascolta le loro preghiere e dà loro ciò che chiedono, e abbiano tanta familiarità con lui; che abbiano virtù più che da uomini e pongano ammirazione a chi li vede: uomini celestiali o angeli terrenali; e anzi, se possibile, meglio di loro, poiché hanno un ufficio più alto di loro».

Nella spiritualità avilista la Santa Messa occupa un posto assolutamente centrale, non solo come obbligo liturgico né come asse dottrinale della vita cristiana, ma come il grande Atto configuratore dell’anima sacerdotale. Il Santo Maestro sapeva che un popolo può dimenticare molte predicazioni, ma raramente dimentica l’impressione prodotta da un sacerdote che celebra veramente come chi crede in ciò che sta facendo. Nelle ultime decadi, intanto, quale topos che provoca una pigrizia schiacciante, si cacarea che viviamo “una primavera ecclesiale”, abbiamo assistito a una scomparsa progressiva del senso di adorazione visibile, di gravità sacra e di raccoglimento contemplativo che per secoli la liturgia romana tradizionale imprimé spontaneamente nel sacerdote e nel popolo fedele. Il Padre Ávila celebrò sempre secondo il venerabile rito antico della Chiesa latina che aveva modellato per secoli generazioni intere di sacerdoti, un rito dove tutto —gli ornamenti, il protagonismo della croce, il silenzio, le inclinazioni, i baci all’altare, le genuflessioni ripetute, il canone sussurrato, l’orientamento comune verso Dio, la gravità dei gesti, il latino— contribuisce a ricordare al sacerdote che lui non è protagonista di nulla, ma appena strumento tremante di un Mistero infinitamente maggiore di lui: «Nella messa ci poniamo sull’altare in persona di Cristo a fare l’ufficio dello stesso Redentore». Non è casualità che da quella liturgia nascessero uomini come Juan de Ávila, capaci di passare ore davanti al Tabernacolo, di salire all’altare con santo timore e di trattare con Dio familiarmente. Perché il popolo impara molto di più da come il sacerdote celebra che da quanto lui possa spiegare dopo sull’Eucaristia. Impara vedendo se il celebrante si affretta o adora; se si espone a sé stesso o scompare; se sembra gestire qualcosa di routinario o entrare veramente nel Santo Sacrificio di Cristo, che il Santo Maestro presenta come la realtà costitutiva dell’identità sacerdotale, e così gli risulta inconcepibile separare il ministero dalla santità, l’azione pastorale dalla vita interiore, l’altare dalla croce:

«Dica messa ogni giorno, anche se non sente devozione, e… sarà per lui questo Santissimo Sacramento grandissima dolcezza e consolazione. Se qualche persona lo importunasse molto che lo confessi, lo faccia con quell’apparato come quando va a dire messa; e non vorrei che fossero donne, né che andasse a molti, ma a qualche cosa particolare che sembri comandarla Dio». 

Su questo particolare dice in un’altra lettera a un altro sacerdote, con prudente realismo:

«Non si dia molto alle confessioni di donne, specialmente giovani, che è una negoziazione molto pericolosa, se non c’è un dono molto particolare di Dio, che renda la carne come insensibile. E generalmente ponga più gli occhi sull’avvantaggiamento degli uomini, perché se comincia a guardarle, non gli verrà voglia di intendere in altra cosa, secondo fanno spendere il tempo in cose di poco profitto».

Nessuno dà ciò che non ha

San Juan de Ávila insegna l’assoluta centralità della preghiera. Non come rifugio intimista, sentimento pio o terapia spirituale, ma come questione di vita o di morte per il sacerdote, che può conservare per anni un’attività esterna apparentemente feconda mentre interiormente si è andato seccando; può continuare a predicare, organizzare, accompagnare e lavorare, anche quando il trato reale e silenzioso con Dio si sia indebolito pericolosamente, e allora comincia a prodursi la dicotomia di continuare a parlare di Dio dopo aver quasi smesso di trattare con Lui: «Mi dicono che Vostra Grazia lavora molto: vorrei che si moderasse…, perché certo siamo di carne, la quale è debole sebbene lo spirito sia forte… Questo è per quanto riguarda il corpo, in cui raccomando che non sia viziato né lo lavori troppo… Quanto all’anima, le raccomando che in tale modo avvantaggi gli altri che non perda mai la sua preghiera mentale e raccoglimento; e in questo guardi molto, perché ho visto alcuni che hanno dato quanto avevano e si sono rimasti poveri per sé e per gli altri… Più dura e più avvantaggia ciò che va più poco a poco, e più imprime una parola dopo essere stato in preghiera, che dieci senza di essa: non nel molto parlare, ma nel devotamente pregare e bene operare sta l’avvantaggiamento: e per questo così dobbiamo mantenere gli altri, come non ci allontaniamo mai dal nostro presepe, e non manchi mai il fuoco di Dio sul nostro altare. Non sia dunque troppo continuo eccessivamente nel darsi agli altri, ma abbia i suoi buoni momenti deputati per sé». Perché non basta studiare per predicare, senza preghiera. Lo studio senza preghiera rende presuntuosi, e la preghiera senza studio facilmente sbaglia. Vuole Dio «parlare, essendo Dio, per una lingua di carne, e sollevare l’uomo affinché sia organo della voce divina e oracolo dello Spirito Santo».

Tale concetto del ministero sacerdotale si trova a una distanza infinita rispetto alla trivializzazione contemporanea della predicazione, convertita tante volte in commento sociologico, improvvisazione sentimentale o conversazione amabile senza densità soprannaturale, come se bastasse la vicinanza umana là dove prima si aspettava fuoco di Dio, dottrina solida, vita penitente e parole nate dalla contemplazione. Juan de Ávila non concepiva che un sacerdote salisse in pulpito senza essere rimasto molto tempo in ginocchio, lasciando che la Parola attraversasse prima la propria vita prima che quella degli altri. E il vero cattolico percepisce quando un’omelia nasce dal silenzio, dalle lacrime, dalla penitenza, dall’adorazione e dalla vita interiore: in mezzo alla confusione del nostro tempo, si riconosce se un sacerdote parla solo di Dio o anche da Dio.

Il Maestro Ávila univa santità e studio, di fronte alla tentazione di opporre profondità spirituale e formazione intellettuale, come se l’amore a Dio dispensasse dallo sforzo serio di pensare e bastasse certa spontaneità pastorale per sostituire anni di studio rigoroso, lettura, contemplazione teologica e disciplina mentale. Juan de Ávila considera ciò un’irresponsabilità pastorale e una vera mancanza di carità verso le anime. Paolo VI ricordò nell’omelia della canonizzazione del Santo Maestro:

«La sua parola di predicatore si fece potente e risuonò rinnovatrice. San Juan de Ávila può essere ancora oggi maestro di predicazione, tanto più degno di essere ascoltato e imitato, quanto meno indulgente era con gli oratori artificiali e letterari del suo tempo, e quanto più traboccante si presentava di sapienza impregnata nelle fonti bibliche e patristiche. La sua personalità si manifesta e si grandizza nel ministero della predicazione».

Il sacerdote deve studiare se ama le anime. Deve prepararsi perché dovrà rispondere davanti a Dio di ogni parola pronunciata nel suo nome, e perché sa che un’ignoranza soddisfatta di sé stessa può fare moltissimo danno precisamente quando si riveste di linguaggio religioso e si presenta come vicinanza pastorale. Ecco un’altra povertà del nostro tempo: certa superficialità intellettuale soddisfatta di sé stessa, dove a volte si sostituisce la teologia con opinioni, la dottrina con impressioni e il pensiero con occorrenze pastorali, come se la chiarezza dottrinale fosse un lusso secondario e non una forma concreta di amore alle anime semplici, che hanno diritto di ricevere dalle labbra del sacerdote non i suoi stati d’animo, né le sue intuizioni personali, né le sue improvvisazioni psicologiche, ma la verità luminosa ed esigente del Vangelo. In San Juan de Ávila c’è fuoco nel cuore e gravità nell’intelligenza, entrambe le cose, per questo le sue parole continuano ad avere peso cinque secoli dopo, mentre tante parole contemporanee, pronunciate con enorme apparato e rapidamente diffuse, invecchiano in questione di mesi perché manca loro ciò che sostiene le parole veramente sacerdotali: preghiera e sacrificio.

C’è nel Maestro Ávila un altro aspetto che oggi abbiamo bisogno di riscoprire con speciale urgenza: la sua immensa opera di direzione spirituale.

«Conobbe – disse Paolo VI – l’esercizio della parola personale e interiore, propria del ministero del sacramento della penitenza e della direzione spirituale. E forse ancora di più in questo ministero paziente e silenzioso, estremamente delicato e prudente, la sua personalità spicca al di sopra di quella di oratore».

Non fu solamente un grande predicatore popolare né un riformatore del clero; fu, soprattutto, un padre di anime, un uomo al quale accorrevano sacerdoti, religiosi, nobili, universitari, giovani inquieti e discepoli di ogni condizione cercando luce, correzione, consolazione e verità. La sua autorità spirituale non nasceva da tecniche psicologiche né da abilità relazionali apprese, ma da santità, da preghiera e da esperienza interiore di Dio.  Per Juan de Ávila il sacerdote non è chiamato unicamente ad amministrare sacramenti o coordinare attività, ma anche ad accompagnare soprannaturalmente le anime, discernirle, correggerle, incoraggiarle e condurle pazientemente verso Dio, come vero medico dello spirito. Per questo i suoi discepoli non cercavano in lui semplicemente comprensione umana, ma orientamento. Non accorrevano per vedersi confermati in sé stessi, ma per essere aiutati a convertirsi. La vera direzione spirituale non può essere sostituita da accompagnamenti vagamente terapeutici dove quasi mai si corregge, né si esige, né si conduce realmente verso la santità. Il Santo Maestro sapeva che amare un’anima significa anche aiutarla a uscire da sé stessa.

Che il popolo torni a vedere Dio nei suoi sacerdoti

Leggendo il Maestro, impressiona anche la fortezza spirituale che dà per supposta in un sacerdote. Senza traccia di mollezza sentimentale, parla continuamente di combattimento interiore, di rinuncia, di croce, di mortificazione, di vigilanza su sé stesso, di perseveranza nascosta e di accettazione amorosa dell’usura sacerdotale, poiché chi è stato configurato sacramentalmente con Cristo non può pretendere dopo un’esistenza attentamente protetta dal soffrire, dalla contraddizione e dalla consegna dolorosa. Non può meravigliarsi delle tentazioni e delle fatiche un ministro del Crocifisso, poiché non c’è cammino più certo per avvantaggiare che patire. I regali e i diletti non sono per i soldati di Cristo: non vuole Dio cuori molli nei suoi ministri, che devono essere uomini crocifissi al mondo.

Curare il sacerdote il suo portamento esteriore, il suo abito, la sua compostezza e il suo modo di presentarsi davanti al popolo, non è estetismo superficiale né clericalismo mondano, ma capire che appartiene visibilmente a Dio e che anche la sua presenza esterna deve trasparentare gravità, raccoglimento e consacrazione, onestà ed esempio. Il sacerdote non è un uomo indistinguibile dal mondo, attentamente dissimulato in esso per non incomodare nessuno, ma un segno visibile di un’altra realtà: il suo modo di vestire, di parlare, di camminare e di comportarsi deve ricordare l’esistenza del soprannaturale. Leggendo il Maestro Ávila, uno non può evitare di chiedersi se, con tanta Ratio formationis, non abbiamo formato generazioni incapaci di sopportare la solitudine, il silenzio, il sacrificio, la frustrazione o la perseveranza nascosta; insegnato molte strategie pastorali, ma molto poco riguardo alla gioia austera e virile di rimanere accanto alla croce senza fuggire da essa, senza narcotizzarsi continuamente con distrazioni e senza convertire il “mi va” in criterio supremo di discernimento.

Che il ministero vada consumando lentamente l’intera vita del sacerdote contemporaneo, consumando le sue forze e portandolo a una configurazione reale con Cristo crocifisso è molto bello, non perché la sofferenza abbia valore in sé stessa, ma perché esiste una misteriosa fecondità sacerdotale che sgorga quando la vita smette di riservarsi egoisticamente e comincia a consumarsi silenziosamente per Dio e per le anime, senza bisogno di applausi, senza ansie di riconoscimento, senza la permanente preoccupazione di proteggersi a sé stesso.

Non era il Maestro Ávila un pallido asceta rinchiuso nel suo eburneo torrione. Tutto il contrario: ardeva d’amore per le anime, passava ore confessando, predicava fino all’esaurimento, scriveva lettere immense di direzione spirituale, piangeva vedendo l’ignoranza religiosa del popolo, soffriva per i sacerdoti tiepidi. E precisamente perché amava così appassionatamente le anime, non sminuiva mai l’ideale sacerdotale, poiché sapeva che il popolo può sopportare la povertà, la semplicità e persino certe limitazioni umane dei suoi sacerdoti, ma finisce per morire lentamente quando smette di trovare in loro uomini veramente posseduti da Dio. «Allarghi vostra grazia il suo piccolo cuore in quell’immensità d’amore con cui il Padre ci diede il suo Figlio, e con Lui ci diede sé stesso, e lo Spirito Santo e tutte le cose». «I vostri prossimi sono cosa che tocca a Gesù Cristo», per questo, «la prova del perfetto amore del nostro Signore è il perfetto amore del prossimo» 

Il popolo cristiano continua ad avere un bisogno immenso —anche se non sempre sa esprimerlo— di incontrare sacerdoti che vivano veramente come uomini di Dio. Sacerdoti il cui modo di celebrare la Santa Messa faccia ricordare che lì accade qualcosa di soprannaturale; la cui parola nasca dalla preghiera; la cui sguardo non sia costantemente volto verso sé stessi; la cui povertà, purezza, carità e gravità interiore restituiscano al mondo la nostalgia di Dio; la cui presenza introduca un poco di silenzio soprannaturale in mezzo a questa civiltà esausta di rumore, di banalità e di esibizionismo permanente. Che basti vederli per ricordarsi di Dio.

Tale è la grande domanda che San Juan de Ávila ci farebbe oggi, non con amarezza o nostalgia di altri tempi, ma con la sua miscela di tenerezza sacerdotale e fuoco interiore che rende difficile difendersi dalle sue parole. Non se il sacerdote risulta simpatico, se è moderno, comunica bene o sa adattarsi a tutti i linguaggi, ma qualcosa di infinitamente più serio, più sacerdotale e più urgente: se, guardandolo, è ancora possibile ricordarsi di Dio.

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