Basta di scuse: la gerarchia continua a ignorare la prevalenza di abusatori sessuali nel clero

Basta di scuse: la gerarchia continua a ignorare la prevalenza di abusatori sessuali nel clero

Troppo spesso, quando la questione degli abusi sessuali arriva nello spazio pubblico, la risposta istituzionale della gerarchia della Chiesa Cattolica si è appoggiata a una retorica di diluizione: «questo accade ovunque», «la maggior parte degli abusi avviene nell’ambito familiare», «sono casi isolati». Le due prime affermazioni sono vere in termini assoluti. E, tuttavia, lette con onestà, non scagionano affatto la Chiesa.

Pochi giorni fa, il vescovo di San Sebastián, Fernando Prado Ayuso, dichiarava pubblicamente sugli abusi: «Non basta il perdono, ma bisogna dire la verità, la maggior parte degli abusi sessuali sui minori avviene nell’ambito familiare». La frase è formalmente vera. Ma è anche, nel contesto in cui viene pronunciata, esattamente il problema. E lo è per due ragioni: per ciò che dice e per ciò che tace.

Ciò che dicono le cifre

Il rapporto del Defensor del Pueblo di ottobre 2023, i lavori dello studio legale Cremades & Calvo Sotelo commissionati dalla Conferenza Episcopale Spagnola, e i grandi rapporti indipendenti di Francia (commissione Sauvé), Germania (studio MHG), Australia (Royal Commission) e Stati Uniti (John Jay Report) coincidono in una fascia statistica stretta e rivelatrice. Tra il 3% e il 7% dei chierici cattolici del periodo investigato in ciascun paese appaiono segnalati da denunce di abuso sessuale sui minori. Cioè: intorno a uno su venticinque sacerdoti, nello scenario più conservatore. Uno su quindici, in quello più severo.

Gli studi criminologici sulla prevalenza di aggressori sessuali di minori nella popolazione maschile adulta generale, invece, collocano la cifra al di sotto dello 0,5%. Il confronto, fatto con prudenza metodologica, produce un risultato scomodo ma chiaro: la probabilità che un maschio adulto abbia commesso abusi sui minori è tra cinque e dieci volte superiore se quel maschio è sacerdote. Non è un titolo incendiario; è la lettura sobria dei rapporti che la stessa Chiesa, in altri paesi, ha dovuto accettare.

Dire che «la maggior parte degli abusi avviene in famiglia» è matematicamente corretto: in una Spagna con diciannove milioni di nuclei familiari contro circa quindicimila sacerdoti diocesani attivi, i numeri assoluti non ammettono confronto. Ovviamente. Ma quel confronto non è il pertinente. La domanda rilevante non è quante vittime produce ciascun ambito in termini lordi, ma quale densità di aggressori esiste all’interno di ciascun collettivo. E in quella domanda —l’unica onesta— l’istituzione ecclesiastica esce molto male.

Che quella frase, inoltre, la pronunci il vescovo di una diocesi dove appena poche settimane fa si è prodotta la detenzione di un sacerdote per possesso di pornografia infantile, è qualcosa di più di una sfortunata coincidenza. È scegliere il pulpito della statistica aggregata prima di quello dell’esame di coscienza istituzionale. E mentre ciò accade al nord, nell’arcidiocesi di Valencia un prete influencer, dispensatore abituale di lezioni morali sui social network, risulta che immagazzinava fotografie di minori nudi sul suo disco rigido e la Guardia Civil ha scoperto download di titoli aberranti. Non è stato condannato per mancanza di esplicita sessualità nel contenuto sequestrato, ma cosa ha fatto la Chiesa? Non ha aperto alcun processo, ha messo il prete prima a capo di un gruppo di bambini nella collegiata di Gandía, solo di fronte allo scandalo lo ha spostato in un ospedale dove ha avuto contatto con minori malati e – quando Infovaticana ha pubblicato tutto – hanno optato per non prendere misure e che il prete continui sui social network generando una comunità con decine di migliaia di persone in cui si identifica esplicitamente come sacerdote. Questo è il livello.

Le obiezioni legittime, e perché non bastano

È vero che il clero è stato sottoposto a uno scrutinio retrospettivo senza precedenti. Commissioni indipendenti, archivi diocesani aperti, appelli pubblici alle vittime per decenni: nessun altro collettivo professionale è passato attraverso qualcosa di simile in paesi come la Spagna (in altre zone del mondo no). È ragionevole supporre che se professori, allenatori sportivi, monitori del tempo libero o, sì, padri e familiari fossero investigati con la stessa minuziosità, i tassi rilevati in quegli ambiti salirebbero anche. Questo è vero. Ma non è una difesa: è, se mai, un appello a investigare anche in quegli altri ambiti. Non a smettere di investigare in quello ecclesiastico.

È anche vero che il clero non è paragonabile, sociologicamente, alla «popolazione maschile generale». È un collettivo esclusivamente maschile, in contatto professionale abituale con minori, in posizione di autorità morale e con accesso facilitato a ambienti di fiducia. Il confronto più giusto sarebbe con altri maschi adulti in posizioni equivalenti di autorità e contatto con minori. I pochi studi che esistono in quella direzione restringono un po’ la differenza, ma non la eliminano: il tasso ecclesiastico rimane molto al di sopra.

E anche accettando tutte le cautele metodologiche, rimane un dato che nessuna statistica può truccare: la risposta istituzionale. Ciò che distingue il caso ecclesiastico da altri ambiti non è solo la prevalenza, ma l’esistenza documentata, in archivi di mezzo mondo, di pattern sistematici di insabbiamento, trasferimento di presunti aggressori tra diocesi, pressione sulle vittime e ostruzione alla giustizia civile. Quella è la frattura specifica. E quella frattura non si chiude con cifre di contesto.

Il silenzio dei nostri

C’è qui, inoltre, una verità che i cattolici dobbiamo guardare in faccia. Tendiamo a proteggerci. Quando arriva uno scandalo, lo processiamo in chiave di attacco esterno: la stampa esagera, i nemici della Chiesa approfittano, il contesto si omette, le cifre si decontestualizzano. E in quel riflesso difensivo —umano, comprensibile, storicamente radicato in una memoria di ostilità reale verso la fede— stiamo lasciando che qualcosa si putrefi dentro casa senza volerlo guardare. Confondiamo lealtà con insabbiamento, prudenza con omertà, carità con silenzio. Lo diciamo con tutte le lettere: c’è un silenzio cattolico che si è fatto complice per inerzia.

Non è nuovo. Qualsiasi istituzione sottoposta a pressione esterna tende a chiudere le file; quelle ecclesiastiche, per la loro natura comunitaria e per la loro dimensione soprannaturale, lo fanno con più forza. Ma quella logica difensiva, che poteva avere senso in altri tempi e di fronte ad altri avversari, oggi è esattamente ciò che impedisce alla Chiesa di fare l’unica cosa che può salvarla: guardare dentro. Analizzare cosa sta accadendo nella formazione seminaristica, nei criteri di selezione, nei meccanismi di supervisione, nella cultura di potere e obbedienza che circonda il ministero. Domandarsi, senza alibi, perché i dati sono quelli che sono. Non per consegnare nessuno alla turba, ma perché senza quell’esame onesto la ferita rimane aperta e il pus continua a uscire, settimana dopo settimana.

I fedeli che tacciamo per non dare munizioni al nemico dovremmo chiederci se, tacendo, non stiamo rendendolo più facile al vero nemico, che è dentro e si chiama abuso, insabbiamento, vanità clericale e paura istituzionale dello scandalo. La fede non si difende proteggendo i nostri quando i nostri delinquono. Si difende esigendo alla propria casa lo standard più alto, non il più indulgente.

Le domande che non si possono fare (e che bisogna fare)

C’è un esame che la Chiesa spagnola porta avanti da decenni senza volerselo fare ad alta voce, e che è preciso mettere sul tavolo anche se incomoda. Che tipo di Chiesa stiamo proiettando, e che tipo di candidato attira quel modello? Una liturgia molle, infantilizzata, sentimentalizzata, estranea alla solennità e all’esigenza classiche; una catechesi molle; una predicazione timorosa di qualsiasi verità scomoda; un ambiente parrocchiale la cui feligresia stabile è, maggioritariamente, signore anziane: quella Chiesa, che vocazioni genera? A quali profili repele e a quali attira? La domanda non è retorica né nostalgica: è strettamente sociologica.

C’è, inoltre, una questione che la correttezza politica impedisce di formulare in quasi qualsiasi tribuna ma che qualsiasi osservatore serio del clero contemporaneo conosce: la prevalenza dell’omosessualità nel clero cattolico attuale è, secondo studi sociologici diversi e secondo dichiarazioni di alti responsabili della stessa Chiesa —incluso il documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 2005 sull’ammissione di candidati al sacerdozio—, notevolmente superiore alla sua prevalenza nella popolazione generale. Questo è un fatto documentato, non un’insinuazione. Rifiutarsi di analizzare persino la questione, per paura di essere etichettato, è esattamente l’atteggiamento che ha permesso che per decenni non si guardasse ciò che andava guardato. La domanda su quale cultura sessuale e affettiva reale esiste oggi in seminari, presbiteri e residenze ecclesiastiche, quali reti informali operano in essi, quali criteri reali —non quelli sulla carta— regolano la selezione di candidati, è una domanda che merita risposta. E la merita dentro casa, prima che la risponda un altro da fuori.

Il mito della soluzione amministrativa

Conviene inoltre dire qualcosa che in questi anni è rimasto oscurato dal rumore. Né il rapporto del Defensor del Pueblo, né quello di Cremades & Calvo Sotelo, né i protocolli episcopali successivi, né le commissioni diocesane di prevenzione risolveranno questo. Sono utili come termometro, come esercizio di trasparenza parziale, come gesto pubblico necessario. Ma, nell’essenziale, sono fuoco politico. E il fuoco politico non spegne incendi strutturali.

L’abuso sessuale sui minori è un delitto. E, come tale, ha solo due canali reali di risposta: il codice penale dello Stato e il diritto canonico della Chiesa. Il primo funziona, con le sue lentezze, entro gli standard dello Stato di diritto. Il secondo, bisogna dirlo con la franchezza che il momento esige, non funziona. I processi canonici in materia di delicta graviora sono un pasticcio: lenti, opachi, dipendenti in ultima istanza dalla volontà dell’ordinario, con termini eterni, criteri disuguali tra dicasteri e diocesi, e una cultura processuale ancorata in logiche premoderne. La riforma del Libro VI del Codice di Diritto Canonico del 2021 è stata un passo, ma insufficiente. Finché la risposta canonica continuerà a essere quella che è, ogni commissione, ogni audit esterno e ogni piano di riparazione arriveranno dietro al problema. E i fedeli continueremo a saperlo dei casi, una volta e un’altra, dai titoli dei giornali e non dai comunicati della diocesi corrispondente.

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