Chi è Sarah Mullally, la «vescova» ricevuta con onori a Roma

Chi è Sarah Mullally, la «vescova» ricevuta con onori a Roma

Las immagini che questa settimana arrivano da Roma non sembrano normali. Sono un urto visivo. Una donna che la Chiesa cattolica non riconosce come sacerdote né come vescovo —perché dottrinalmente non può riconoscerla come tale— appare a San Pietro vestita con sottana viola, croce pettorale, anello episcopale e tutti i segni esteriori dell’autorità sacra apostolica. È ricevuta con onori. Benedice vescovi cattolici nella Cappella Clementina. Le si tributa il trattamento dovuto a un primate. Posa in cortili rinascimentali che per secoli hanno visto passare i successori legittimi degli Apostoli. E domani lunedì, in un’udienza con il papa Leone XIV, la scena raggiungerà il suo culmine iconografico: due figure vestite in modo simile, sedute alla stessa altezza, che conversano come pari.

Conviene soffermarsi su quell’anomalia visiva prima di procedere, perché è il vero affare.

Non siamo di fronte a un aneddoto protocollare. Siamo di fronte a una scena di banalizzazione del sacro. E il danno che questa scena produce non è politico, né mediatico, né persino strettamente ecumenico: è sacramentale e catechetico. Quando i segni sacri si usano come se fossero equivalenti sebbene non lo siano, si distrugge gradualmente la capacità del popolo fedele di distinguere. La sottana, la croce pettorale, la benedizione impartita all’assemblea, il trattamento episcopale, la ricezione solenne, le fotografie che domani apriranno le notizie di mezzo mondo: tutto comunica simultaneamente una cosa, sebbene i documenti canonici dicano un’altra. E ciò che comunica è devastante. Comunica che è esattamente lo stesso essere vescovo valido o non esserlo. Che è esattamente lo stesso sostenere la dottrina cattolica o negarla nell’essenziale. Che è esattamente lo stesso benedire conforme alla fede che la Chiesa professa dagli Apostoli o convertire la benedizione in un gesto vuoto di contenuto teologico, equivalente a un saluto cordiale tra dignitari civili.

Questo articolo si propone, nella sua prima parte, di presentare chi è la vescova che sta essendo ricevuta con tali onori —la sua biografia, le sue posizioni, le sue stesse parole—. E nella sua seconda parte, di esaminare ciò che la fotografia di questa settimana significa per la custodia del sacro nella Chiesa.

Chi è Sarah Mullally

Sarah Elizabeth Bowser nacque a Woking, Surrey, nel marzo del 1962. La minore di quattro fratelli. Studiò alla Winston Churchill Comprehensive School e al Woking Sixth Form College. Scelse l’infermieristica rispetto alla medicina considerando, secondo quanto ha lei stessa raccontato, che quest’ultima permetteva una cura più olistica del paziente. Si formò come infermiera al South Bank Polytechnic, completò studi teologici al Heythrop College, si specializzò come infermiera oncologica al Royal Marsden Hospital e ascese fino a diventare Direttrice di Infermieristica del Chelsea and Westminster Hospital. Nel 1999, a 37 anni, fu nominata Chief Nursing Officer d’Inghilterra, il posto più alto dell’infermieristica pubblica britannica: stipendio a sei cifre, ufficio a Whitehall, riunioni regolari con il primo ministro Tony Blair e rango effettivo di alta funzionaria dello Stato.

Essendo al culmine della sua carriera amministrativa, nel 2001, fu “ordinata” al diaconato e al presbiterato anglicani come ministro autosostenuto —cioè, senza abbandonare inizialmente il suo posto nel governo—. Nel 2004 lasciò il NHS per dedicarsi a tempo pieno al “ministero sacerdotale”, decisione che lei stessa descrisse all’epoca come «la più grande che ho preso nella mia vita». Nel 2012 fu installata come Canon Treasurer della Cattedrale di Salisbury. Nel 2015, consacrata Vescova Suffraganea di Crediton, nella Diocesi di Exeter, diventando la quarta donna fatta vescovo nella Chiesa d’Inghilterra dal apertura dell’episcopato alle donne nel 2014. Nel 2018, installata come 133ª Vescova di Londra, la prima donna nella sede che è terza in gerarchia all’interno dell’anglicanesimo inglese. Nel 2019, Decana delle Cappelle Reali. Nel 2026, eletta 106ª Arcivescova di Canterbury e intronizzata il 25 marzo nella sua cattedrale, con la responsabilità di presiedere, come primus inter pares, una Comunione Anglicana di circa 85 milioni di fedeli distribuiti in 42 province autonome.

Il Financial Times l’ha caratterizzata come «teologicamente liberale». Lei stessa si definisce, con tutte le lettere, come femminista. Entrambi i dati sono descrittivamente esatti e conviene prenderli sul serio: riassumono meglio di qualsiasi glossa la sostanza teologica del suo ministero.

Il sacerdozio che la Chiesa cattolica non riconosce

La dottrina cattolica sull’impossibilità di ordinare donne al sacerdozio fu formulata con carattere definitivo da San Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 22 maggio 1994:

«Dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, e che questo dictamen deve essere considerato come definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.»

La Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo Responsum ad Dubium del 28 ottobre 1995 firmato dal allora cardinale Joseph Ratzinger, specificò che questa dottrina esige l’assenso definitivo dei fedeli perché appartiene al deposito della fede insegnato in modo infallibile dal magistero ordinario e universale. Le ragioni, secondo il testo di Giovanni Paolo II, sono tre: l’esempio di Cristo nel scegliere dodici uomini come apostoli —decisione che non può spiegarsi per condizionamento culturale, dato che Gesù si distanziò da tante usanze del suo tempo riguardo alle donne—, la pratica costante della Chiesa che ha imitato fedelmente questa scelta, e il magistero vivo che ha sempre mantenuto tale riserva come appartenente al disegno divino. La Chiesa, sottolinea il documento, non afferma che non voglia ordinare donne: afferma che non può.

Mullally fu ordinata al diaconato e al presbiterato nel 2001, consacrata vescova nel 2015 nella stessa Cattedrale di Canterbury, e intronizzata come Arcivescova di Canterbury nel marzo 2026. Ciascuno di quegli atti, letto dalla dottrina cattolica, non produsse l’effetto sacramentale che pretende di produrre: i segni esteriori si realizzarono, ma la materia ministeriale richiesta non era presente. Questa non è un’opinione teologica controversa né una posizione conservatrice all’interno del cattolicesimo: è l’insegnamento definitivo della Chiesa, e lo è da molto prima della nomina di Mullally.

Le benedizioni di unioni omosessuali

Mullally non si limitò a sostenere l’apertura liturgica dell’anglicanesimo alle unioni dello stesso sesso: la diresse. Dal 2020 al 2023 presiedette il cosiddetto Next Steps Group, il comitato episcopale del processo Living in Love and Faith (LLF) che culminò con l’approvazione, il 9 febbraio 2023, delle Prayers of Love and Faith. Queste sono preghiere liturgiche che le parrocchie anglicane possono utilizzare, a discrezione del parroco, per benedire coppie dello stesso sesso che hanno contratto matrimonio civile o unione registrata. Includono preghiere di ringraziamento, dedicazione e benedizione di Dio sulla coppia come tale.

Il suo discorso davanti al Sinodo Generale il 6 febbraio 2023, presentando la mozione, contiene l’articolazione più chiara della sua ermeneutica teologica. Vale la pena trascriverlo:

«Questo a volte è stato caratterizzato come un disaccordo tra coloro che prendono la Scrittura sul serio e coloro che sono trascinati dai capricci della cultura. Le risorse di Living in Love and Faith illustrano che questo non è affatto così. La gente ha letto la Scrittura seriamente e trova una differenza di significato.»

Questa è la tesi ermeneutica chiave. La Scrittura, letta con la stessa serietà da tutti, ammetterebbe letture opposte sulla moralità delle relazioni omosessuali, e quindi l’unità ecclesiale può edificarsi su quella differenza interpretativa senza necessità di risolverla dottrinalmente. La lettera pastorale con cui Mullally presentò le nuove preghiere lo formula con ancora maggiore chiarezza:

«Esprimiamo la nostra gioiosa affermazione e celebrazione delle persone LGBTQI nelle nostre comunità ecclesiali. (…) Per la prima volta, le chiese all’interno della Chiesa d’Inghilterra potranno fare questo: è davvero una prima volta.»

E insieme al resto dell’episcopato anglicano, nello stesso processo, firmò una lettera pubblica di scuse il cui tenore merita di essere fissato con esattezza:

«Ci scusiamo insieme per il rifiuto, l’esclusione e l’ostilità che le persone LGBTQI+ hanno sperimentato all’interno della Chiesa. I nostri occhi si sono aperti al danno che abbiamo fatto, specialmente alle persone LGBTI+. Ci rendiamo conto che questo comportamento non ha riflesso l’amore universale di Dio per tutte le persone.»

La dottrina cattolica sul matrimonio e gli atti omosessuali è formulata nel Catechismo con chiarezza meridiana:

«Appoggiandosi alla Sacra Scrittura che li presenta come depravazioni gravi, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. (…) In nessun caso possono essere approvati.» (CIC 2357)

È vero che l’infame Dichiarazione Fiducia Supplicans del Dicastero per la Dottrina della Fede (dicembre 2023) ammise la possibilità di benedizioni pastorali non rituali, spontanee, brevi, non equiparabili a un rito liturgico, in cui il ministro possa invocare il bene delle persone che si avvicinano, senza che quella benedizione sancioni la situazione morale della loro unione e senza alcun rischio di confusione con la benedizione matrimoniale. Ma si deve almeno precisare che la Chiesa cattolica resistette e che il cardinale Víctor Manuel Fernández, nella Nota Stampa del 4 gennaio 2024, insistette: «non sono benedizioni del vincolo, non sono benedizioni dell’unione». Le Prayers of Love and Faith anglicane sono esattamente ciò che quella Nota esclude: preghiere liturgicamente formalizzate, approvate dall’autorità ecclesiale, offerte sulla coppia come tale e celebrative del vincolo. La lettera di Mullally lo dice con tutte le lettere: «gioiosa affermazione e celebrazione» della coppia.

L’aborto: «più pro-scelta che pro-vita»

Il 18 marzo 2026, una settimana prima della sua intronizzazione, la Camera dei Lord dibatté un emendamento al Crime and Policing Bill del governo britannico che pretendeva di depenalizzare completamente l’aborto in Inghilterra e Galles in qualsiasi fase della gravidanza —cioè, eliminare persino le restrizioni attuali che permettono di interrompere la gravidanza fino alla settimana 24, autorizzando di fatto l’aborto fino al momento della nascita—. Mullally aveva annunciato un pellegrinaggio a piedi di sei giorni dalla Cattedrale di San Paolo a Londra fino alla Cattedrale di Canterbury, seguendo il cosiddetto Becket Camino, come preparazione spirituale per il suo ministero. Le date coincidevano esattamente con il voto. La pressione pubblica la obbligò a interrompere il pellegrinaggio per recarsi all’emiciclo, dove non sostenne l’emendamento infanticida. Ma ciò che è decisivo non è quel voto tecnico, bensì il suo tentativo di evasiva e due elementi precedenti che conviene fissare con le sue stesse parole.

In interviste precedenti, Mullally si era definita «più pro-choice che pro-life».

E nel suo intervento del 19 marzo 2026 alla Camera dei Lord, dichiarò:

«Non credo che le donne che agiscono in relazione alle loro proprie gravidanze debbano essere perseguite penalmente. (…) Sostengo l’opposizione principiale della Chiesa d’Inghilterra all’aborto, che viene accompagnata dal riconoscimento che possono esistere condizioni strettamente limitate sotto le quali l’aborto può essere preferibile a qualsiasi altra alternativa disponibile.»

La dottrina cattolica sull’aborto procurato non ammette gradazione. Il Catechismo lo formula con estrema precisione:

«Fin dal secolo I, la Chiesa ha affermato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questa enseñanza non è cambiata; rimane invariata. L’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, è gravemente contrario alla legge morale.» (CIC 2271)

«La cooperazione formale in un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sancisce con pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana.» (CIC 2272)

San Giovanni Paolo II, in Evangelium Vitae (1995), dichiarò con autorità magisteriale: «l’aborto diretto (…) costituisce sempre un disordine morale grave». La distanza tra ammettere l’aborto come «preferibile» in condizioni limitate e rifiutare la sua persecuzione penale, da un lato, e dichiararlo «sempre un disordine morale grave» che la Chiesa sancisce con scomunica, dall’altro, non è una distanza di sfumatura. È la distanza tra due antropologie incompatibili.

La pastorale di genere

Nel febbraio 2022, dalla diocesi di Londra, Mullally impulsò la creazione di un Gruppo Consultivo su «cura pastorale e inclusione delle persone LGBT+ nella vita delle nostre comunità ecclesiali» e sostenne istituzionalmente l’osservanza del LGBT+ History Month. Il processo Living in Love and Faith incluse fin dall’origine, insieme alla sessualità, l’identità di genere come oggetto esplicito di discernimento. La pastorale risultante adotta il linguaggio dell’affermazione identitaria: le persone sono chi dicono di essere esse stesse, e la Chiesa deve accompagnare quell’autodefinizione con cura e riconoscimento.

La Dichiarazione Dignitas Infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede (aprile 2024), approvata dal papa Francesco, articolò con forza la dottrina cattolica su questa questione:

«La teoria di genere risulta pericolosa perché pretende di eliminare le differenze nella sua pretesa di uguagliare tutti. Queste differenze, in realtà, sono i più belli segni visibili dell’ineffabile creatività del Padre.» (DI 56)

«Devono essere denunciate come contrarie alla dignità umana tutte quelle tentativi di oscurare il riferimento alla ineliminabile differenza sessuale tra uomo e donna.» (DI 58)

La testimonianza del sud globale

L’opposizione più seria alla nomina di Mullally non procede dal cattolicesimo né dai circoli conservatori inglesi, ma dal proprio interno della Comunione Anglicana, e concretamente dal suo sud globale. La Global South Fellowship of Anglican Churches —che riunisce più di dieci province con circa 35 milioni di fedeli, maggioritariamente africani— qualificò la sua elezione come «opportunità persa di unire e riformare» la Chiesa. L’Arcivescovo Justin Badi Arama, primate del Sudan del Sud e presidente attuale del GSFA, dichiarò espressamente che non la riconosce come leader spirituale.

Queste chiese del sud globale non parlano da un conservatorismo culturale occidentale. Parlano da una lettura della Scrittura e della Tradizione che coincide nell’essenziale con la dottrina cattolica su matrimonio, sacerdozio, sessualità e vita. I loro vescovi sostengono il matrimonio come unione di maschio e femmina, respingono la benedizione di unioni omosessuali, difendono l’inviolabilità della vita dalla concezione, e mantengono un’antropologia fondata sulla differenza sessuale creata. Per tutto ciò non sono venuti a Roma questa settimana. E per tutto ciò sarebbe con loro —non con chi oggi posa a San Pietro— con i quali l’ecumenismo cristiano avrebbe qualche senso teologico reale.

La fotografia e la banalizzazione del sacro

Fino a qui il profilo della persona e delle sue posizioni. Ora il vero affare.

Ciò che l’immagine comunica

Riportate gli occhi alle fotografie che questi giorni vedranno milioni di fedeli senza la formazione e il discernimento che hanno i nostri lettori di Infovaticana. Una donna attraversa il cortile di San Damaso del Vaticano vestita con la sottana viola, fascia, collo romano, croce pettorale e anello episcopale. La salutano cardinali, le aprono porte, la conducono all’ufficio del papa. Poserà accanto a Leone XIV. Riceverà gli onori dovuti a un primate. Benedirà gli uni e gli altri, secondo l’uso dei vescovi. L’immagine percorrerà le prime pagine, aprirà i telegiornali, si stamperà nei manuali di storia ecumenica. E l’immagine dirà, senza parole ma con estrema eloquenza, quanto segue: davanti a questa persona e davanti al successore di Pietro, i segni sacramentali sono intercambiabili.

Quella equivalenza visiva è falsa. E lo è in un modo che importa, perché i segni sacri non sono ornamenti protocollari. Sono ciò che San Agostino chiamava verba visibilia, parole visibili: comunicano una realtà teologica. La cappa pliévale, la mitra, la croce pettorale, l’anello episcopale, il bastone, le vesti liturgiche, il gesto della benedizione, il trattamento come successore degli Apostoli: tutti questi segni significano qualcosa nel linguaggio sacramentale cristiano. Significano che chi li porta ha ricevuto per imposizione delle mani in successione apostolica ininterrotta la potestà di ordine, il carattere sacramentale che lo configura ontologicamente con Cristo Capo per agire in persona Christi nei sacramenti. Quella potestà è, nella fede cattolica, l’unica ragione per cui il vescovo si veste come si veste e benedice come benedice. Quando il segno si separa dal suo contenuto, non rimane neutro: diventa attivo in senso contrario. Comunica che il contenuto non ha mai importato realmente.

Come si distrugge la Chiesa senza persecuzione aperta

Il danno non sta solo nel fatto che Sarah Mullally sia questa settimana a San Pietro. Il danno sta nel fatto che sembri occupare un posto sacramentale che dottrinalmente non ha, e nel fatto che si permetta —anzi, si favorisca— che il segno funzioni contro la verità che il segno dovrebbe custodire. Nel fatto che l’estetica della comunione copra la frattura dottrinale fino a renderla invisibile all’occhio non addestrato, che è la immensa maggioranza del popolo fedele. Nel fatto che il sacro smetta di essere custodito e passi a essere amministrato come una scenografia diplomatica.

È una forma sottile, efficacissima e quasi indetectabile di erosione della fede. La Chiesa ha resistito lungo la storia a persecuzioni aperte, eresie formulate con franchezza, scismi dichiarati, tentativi brutali di annientamento fisico. Quelle minacce, per terribili, erano riconoscibili. Il fedele sapeva contro cosa resistere, sapeva a chi non obbedire, sapeva cosa credere e cosa rifiutare. La minaccia che questa settimana si rappresenta in Vaticano è di altra natura: non nega frontalmente la dottrina, ma avvolge la sua contraddizione in cortesia, sorrisi, protocollo, linguaggio ecumenico e fotografie edificanti. E lo fa nel luogo che più lo amplifica, il cuore visibile della Chiesa cattolica, davanti a obiettivi che diffonderanno le immagini in tutto il mondo.

Il risultato catechetico è devastante. Il fedele medio che questa settimana vedrà le fotografie trarrà tre conclusioni simultanee: che i vescovi cattolici e la primata anglicana sono sostanzialmente la stessa cosa; che le differenze dottrinali tra entrambe le chiese devono essere, quindi, questione di sfumature secondarie o di mere forme culturali; e che le posizioni della primata anglicana —il sacerdozio femminile, la benedizione di unioni omosessuali, la posizione pro-scelta sull’aborto, la pastorale affermativa dell’ideologia di genere— devono essere dottrinalmente compatibili con la fede cattolica, posto che il papa la riceve con onori e condivide con lei segni sacri. Nessuna di queste tre conclusioni è vera. Le tre saranno adottate massicciamente come se lo fossero. E si incorporeranno al senso comune religioso di milioni di persone che non avranno più bisogno di nessun teologo dissidente per credere ciò che la liturgia visiva stessa del Vaticano avrà insegnato loro.

Il segno contrapposto alla verità

Conviene formularlo con la maggiore chiarezza possibile. La dottrina cattolica sostiene che Sarah Mullally non è vescovo, non è sacerdote, non può consacrare l’Eucaristia, non può confermare validamente, non può assolvere sacramentalmente, non porta la successione apostolica, non rappresenta una chiesa che sia in comunione sacramentale con Roma. Tutto questo, simultaneamente, è ciò che afferma la dottrina cattolica. E tutto questo, simultaneamente, è ciò che la fotografia dell’incontro di domani nega visivamente allo spettatore.

La domanda che un cattolico può legittimamente porsi non è se sia male che il papa la riceva. Le ragioni diplomatiche per farlo esistono, sono antiche, e fanno parte di un modo legittimo di gestire le relazioni inter-ecclesiali ereditato dal Concilio Vaticano II. La domanda è un’altra: se i segni esteriori con cui quella ricezione si riveste —la sottana, la croce pettorale, le benedizioni reciproche, il trattamento episcopale, la collocazione in luoghi sacramentalmente densi come le basiliche papali— sono al servizio della verità della fede o funzionano, nella pratica, contro di essa. Se custodiscono il sacro o lo esibiscono come mera vestimenta intercambiabile. Se predicano ciò che la Chiesa crede o lo smentiscono davanti agli occhi del popolo fedele.

A quella domanda, questa settimana, bisogna rispondere con onestà. E la risposta onesta è che la scena di San Pietro, per qualche ora, sta sospendendo visivamente la differenza tra il sacerdozio cattolico e la sua imitazione anglicana. Quando quella differenza resta sospesa davanti agli occhi di tutti, la dottrina non resta intatta: resta smentita nella pratica. E una smentita pratica, ripetuta in immagini per anni, finisce per pesare più di qualsiasi documento del Dicastero per la Dottrina della Fede redatto e pubblicato su una pagina web che quasi nessuno legge.

Il vero ecumenismo

Esiste un ecumenismo cristiano autentico, voluto da Cristo nella sua preghiera sacerdotale —«Che tutti siano uno»— e ordinato dal Concilio Vaticano II in Unitatis Redintegratio. Ma quell’ecumenismo non consiste nell’equivalenza visiva né nella cortesia protocollare che dissolve le differenze sotto il sorriso istituzionale. Consiste nel cammino paziente, esigente, dottrinalmente onesto, verso la verità condivisa su Dio, su Cristo, sulla Chiesa, sui sacramenti, sull’uomo creato maschio e femmina, sulla vita umana, sul matrimonio, sul ministero sacramentale che Cristo istituì.

Quel cammino non si percorre vestendo allo stesso modo coloro che credono cose opposte. Si percorre nominando con chiarezza le differenze, caricando il peso doloroso che quella chiarezza comporta, e lavorando insieme —nella verità, non nella coreografia— per ridurle. L’altro cammino, quello delle fotografie edificanti e dei segni intercambiabili, non avvicina: allontana, perché abitua l’occhio cristiano a non distinguere, e un cristianesimo che non distingue non è più un cristianesimo, è una vaghezza religiosa decorativa.

 

Magistero citato: Catechismo della Chiesa Cattolica (CIC 2271, 2272, 2357); Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis (1994); Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium Vitae (1995); Congregazione per la Dottrina della Fede, Responsum ad Dubium (1995); Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Fiducia Supplicans (2023) e Nota Stampa del 4 gennaio 2024; Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dignitas Infinita (2024); Concilio Vaticano II, Decreto Unitatis Redintegratio (1964).

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