Il bastone e la falce

Anselmo di Canterbury, la controversia delle investiture e il silenzio complice di Roma di fronte a Pechino

Il bastone e la falce

Il 21 aprile il calendario liturgico ricorda Anselmo di Aosta, monaco benedettino, abate di Bec, arcivescovo di Canterbury e dottore della Chiesa. La memoria è obbligatoria, i testi dell’ufficio sono quelli consueti e in qualche parrocchia si leggerà un’omelia sul Proslogion e sull’argomento ontologico, quella piroetta logica con cui Anselmo credette di dimostrare l’esistenza di Dio partendo dal solo concetto di Dio. Qualcuno ricorderà il suo Cur Deus homo, il suo latino raffinato, la sua umiltà monastica, il suo temperamento conciliatore. Quello che quasi nessuno dirà dall’ambone è perché Anselmo finì due volte in esilio, perché Guglielmo il Rosso e poi Enrico I d’Inghilterra preferirono averlo lontano, e cosa aveva quell’anziano fragile che rendeva nervosi i re. La risposta sta in una sola frase: Anselmo si rifiutò che il potere civile designasse i vescovi. Per quella testardaggine passò anni lontano dalla sua sede, scrisse dall’esilio e morì, nel 1109, senza aver visto risolto il conflitto che nel suo tempo dissanguava la cristianità latina.

L’affare è noto con un nome tecnico che suona a polvere d’archivio, la querela delle investiture, e riassume una delle dispute politiche più serie del Medioevo. La domanda di fondo era semplice e devastante allo stesso tempo. Quando un vescovo o un abate prendeva possesso del suo ufficio, riceveva due cose indistinguibili per l’occhio feudale: un signoria con terre, vassalli, rendite e giurisdizione, e un ufficio spirituale con cura d’anime, sacramenti e autorità dottrinale. La cerimonia consisteva in qualcuno che gli consegnava il bastone e l’anello, simboli visibili dell’ufficio. La questione era chi avesse il diritto di consegnare quei simboli. Se lo faceva il re o l’imperatore, il vescovo era di fatto un funzionario della corona con un’aggiunta sacramentale. Se lo faceva il papa o un metropolita, il vescovo era prima di tutto un pastore, e il suo legame feudale con il monarca rimaneva subordinato a un’autorità superiore. La differenza sembra cerimoniale. Non lo era. Determinava se la Chiesa fosse un ramo amministrativo dello Stato o una società giuridica autonoma con una propria guida.

Durante l’XI secolo gli imperatori germanici nominavano di fatto i vescovi dell’Impero, e i re franchi e inglesi facevano lo stesso nei loro regni. La pratica si chiamava investitura laica e produceva una classe episcopale di corte, simoniaca con frequenza, che considerava l’ufficio come una carriera politica. Comprare una sede era un’usanza così diffusa che la parola simonia, derivata da quel Simone Mago che negli Atti degli Apostoli volle comprare il dono dello Spirito, si era convertita in sinonimo del modo normale di fare carriera ecclesiastica. La riforma monastica partita da Cluny e che si cristallizzò nel pontificato di Gregorio VII tentò di tagliare alla radice questo sistema. Il Dictatus papae del 1075, i decreti sinodali contro l’investitura laica e lo scontro con Enrico IV sono episodi noti. Canossa, nel gennaio 1077, con l’imperatore scalzo nella neve in attesa dell’assoluzione del papa, passò all’iconografia come il momento in cui il potere spirituale umiliò quello temporale. La realtà fu più intricata e la querela rimase viva per mezzo secolo ancora, ma il principio era stabilito: la Chiesa reclamava per sé, in esclusiva, il diritto di nominare i suoi pastori.

Anselmo fu, nell’isola britannica, il volto di quella rivendicazione. Arrivò a Canterbury nel 1093, quasi a forza, strappato alla sua vita contemplativa di Bec dall’insistenza di un Guglielmo il Rosso che voleva solo un primate domato. Presto il re scoprì che quel monaco magro, latinista squisito e di preghiera silenziosa, non era maneggevole. Anselmo sostenne che l’arcivescovo di Canterbury doveva ricevere il pallio dal papa e riconoscere Urbano II come pontefice legittimo, contro lo scisma che il re preferiva mantenere per avere mano libera. Sostenne anche che le sedi vacanti non dovevano essere vendute né lasciate vuote affinché la corona incassasse le sue rendite, pratica abituale in quegli anni. E sostenne, soprattutto, che l’investitura per mano del re era inammissibile. Per tutto ciò chiese il permesso di andare a Roma nel 1097 e il re glielo concesse con sollievo, confiscandogli di passaggio i beni della sede. Quando morì Guglielmo e salì al trono Enrico I, Anselmo tornò in Inghilterra. La pace durò poco. Il nuovo re esigeva che l’arcivescovo gli rendesse omaggio feudale per le sue terre e accettasse vescovi investiti dalla corona. Anselmo si rifiutò. Uscì di nuovo dall’Inghilterra nel 1103 e rimase fuori fino al 1106. Il compromesso a cui si arrivò allora, ratificato nel Concilio di Londra del 1107, fu uno dei precedenti di quello che nel 1122 si firmò a Worms tra il papato e l’Impero: il re rinunciava a consegnare il bastone e l’anello, simboli spirituali, e si riservava la ricezione dell’omaggio feudale per le temporalità. La Chiesa conservava l’elezione e l’investitura spirituale dei suoi vescovi. La distinzione può sembrare accademica. Non lo è. Significa che per novecento anni la dottrina cattolica ha sostenuto che nessun potere civile ha diritto di designare vescovi.

Questa dottrina non è un’opinione devota. È codificata. Il canone 377 del Codice di Diritto Canonico vigente, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, afferma con la secchezza dei testi giuridici che il Romano Pontefice nomina liberamente i vescovi o conferma quelli legittimamente eletti, e aggiunge che in avvenire non si concede alle autorità civili alcun diritto né privilegio di elezione, nomina, presentazione o designazione di vescovi. La frase è deliberatamente categorica perché pretende di chiudere con un portazo diversi secoli di concordati in cui le monarchie cattoliche, dagli Asburgo ai Borboni, conservarono residui di patronato regio. Quella clausola del 377 è, letta in chiave storica, il monumento giuridico che raccoglie la vittoria finale della linea anselmiana. Niente investiture laiche. Nessuno estraneo alla Chiesa decide chi è vescovo della Chiesa. Per quel principio soffrirono esili Anselmo, Tommaso Becket e centinaia di prelati meno celebri. Per quel principio si scontrarono Pio VII con Napoleone, Pio IX con il Regno d’Italia, Pio XI con il fascismo e con Calles, Pio XII con Stalin e con i regimi satelliti dell’Est. I vescovi cechi incarcerati, gli ungheresi in arresto domiciliare, il cardinale Mindszenty rifugiato nella legazione americana di Budapest per quindici anni, il cardinale Wyszyński in Polonia, sono nomi che appartengono a quella stessa linea. Roma non negoziava la facoltà di eleggere i suoi pastori né con gli imperatori cristiani del medioevo né con i dittatori atei del XX secolo.

Fino al 2018. Il 22 settembre di quell’anno la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese firmarono un accordo provvisorio sul nomeggiamento dei vescovi il cui testo integrale non è mai stato reso pubblico. Quello che sì si conosce, per conferme dello stesso Francesco e per la pratica dei sei anni seguenti, è il meccanismo. Le candidature a vescovo si elaborano nel seno della cosiddetta Conferenza Episcopale Cattolica Cinese, organismo non riconosciuto dal diritto canonico universale e tutelato dall’Associazione Patriottica, che è a sua volta una cinghia di trasmissione del Fronte Unito del Partito Comunista Cinese. Quei nomi arrivano a Roma. Roma può accettarli o, in teoria, non accettarli. L’accordo si rinnovò nel 2020, nel 2022 e, per l’ultima volta, il 22 ottobre 2024, in questa occasione per quattro anni, fino all’ottobre 2028, cosa che la stessa diplomazia vaticana ha presentato come una consolidazione. Sotto il pontificato di Leone XIV il meccanismo ha continuato a funzionare con normalità: il primo vescovo nominato dal nuovo papa fu Giuseppe Lin Yuntuan, ausiliare di Fuzhou, nel giugno 2025, e lungo quell’anno si sono prodotte nuove ordinazioni a Shanghai e Xinxiang entro lo stesso quadro.

Conviene smontare la cosmesi del linguaggio. Si dice accordo, si dice consenso, si dice dialogo rispettoso e costruttivo. Quello che avviene, tradotto in castigliano senza trucco, è che un partito unico marxista-leninista, che ha nel suo programma la sinizzazione delle religioni e che mantiene in campi di rieducazione più di un milione di uiguri musulmani, propone i nomi dei vescovi cattolici del suo paese e il papa li ratifica. L’iniziativa della candidatura è, di fatto, nelle mani dello Stato. La Santa Sede conserva un diritto di veto il cui esercizio effettivo è sconosciuto e, in almeno due occasioni documentate, le stesse autorità cinesi hanno nominato o trasferito vescovi senza il consenso previo del Vaticano, senza che tali atti abbiano provocato alcuna conseguenza canonica. Roma si è lamentata e è passata a un altro argomento. L’asimmetria è strutturale. Un regime che perseguita la Chiesa clandestina, che demolisce chiese, che proibisce ai minori di assistere alla catechesi, che sostituisce crocifissi con ritratti di Xi Jinping in alcuni templi e che considera il vescovo di Roma una potenza straniera, ha ottenuto ciò che non ottennero Enrico IV né Filippo il Bello né Napoleone né Stalin: essere lui a presentare i candidati all’episcopato cattolico.

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, nonagenario, ha denunciato l’accordo dal primo giorno con parole che la curia ha preferito non sentire. Parlò di tradimento, di vendita della Chiesa clandestina, di abbandono dei vescovi e sacerdoti che per decenni pagarono con carcere e lavori forzati la loro fedeltà a Roma. Fu processato a Hong Kong nel 2022 per collaborazione con un fondo di aiuto ai manifestanti pro-democrazia e la diplomazia vaticana a malapena mosse un muscolo in sua difesa. La ragione è trasparente. Qualsiasi gesto energico avrebbe irritato Pechino e compromesso l’accordo. La politica estera della Santa Sede degli ultimi anni, articolata dal cardinale Pietro Parolin con la logica realista dell’antica Ostpolitik di Casaroli, ha deciso che in Cina bisogna stare dentro a qualsiasi prezzo, che i decenni di catacomba non produssero risultati, e che vale più una Chiesa ufficiale controllata e comunicante con Roma che una clandestinità eroica e incomunicata. È un’opzione discutibile. Quello che non è discutibile è che si scontra frontalmente con la dottrina sulla libertas Ecclesiae che la stessa Chiesa ha difeso da Gregorio VII.

Qui è dove la data di oggi acquista rilievo. Mentre in ogni cattedrale del mondo si celebra la memoria di Anselmo, dottore per antonomasia della libertà della Chiesa di fronte al potere temporale, il successore di Pietro mantiene in vigore un accordo il cui contenuto rimane segreto, la cui pratica concede al Partito Comunista Cinese l’iniziativa nel nomeggiamento dei vescovi del paese più popoloso del pianeta, e il cui rinnovo recente prolunga la situazione fino al 2028. Anselmo scrisse dall’esilio che preferiva perdere la sede piuttosto che ricevere il bastone dalla mano del re. Oggi si ricevono dalla mano di un comitato del Fronte Unito. La distanza tra ciò che si predica nella liturgia e ciò che si firma nella Segreteria di Stato è la misura di un’incoerenza che nessun comunicato congiunto dissimula.

Si argomenterà che la situazione cinese è eccezionale, che dodici milioni di cattolici divisi per settant’anni necessitavano una soluzione pragmatica, che il bene possibile vale più del bene ideale, che l’unità sacramentale con Roma di tutti i vescovi è già un frutto dell’accordo. Alcuni di questi argomenti hanno peso e la situazione della Chiesa perseguitata in Cina non ammette risposte semplici da una scrivania europea. Ma il problema non è prudenziale bensì dottrinale. Quello che era in gioco nella querela delle investiture non era la convenienza di tale o tal altro concordato, ma la questione teologica di chi è la Chiesa: una società fondata da Cristo con un principio di autorità proprio o un’associazione la cui guida può essere cooptata dal potere civile. Anselmo rispose, con la cortesia monastica di Bec e con la fermezza che gli costò due esili, la prima. La pratica vigente con Pechino, senza enunciarlo così, risponde la seconda.

L’ipocrisia non consiste nell’avere firmato l’accordo, decisione che appartiene alla prudenza politica dei pastori e che ammette difesa. Consiste nel continuare a celebrare con normalità la festa del santo che incarna la dottrina contraria senza offrire una sola parola che riconosca la tensione. Consiste nel leggere nell’ufficio di oggi le lettere di Anselmo dall’esilio come un episodio edificante del passato, senza avvertire che la situazione che lui denunciava si riproduce, con altri abiti, nel presente. Consiste nel proclamare urbi et orbi il canone 377, redatto precisamente per clausurare l’era delle investiture laiche, mentre si ammette di fatto un’eccezione la cui magnitudine demografica supera quella di qualsiasi altra Chiesa particolare in cui potessero interferire i antichi principi cristiani nella designazione episcopale.

Anselmo morì il 21 aprile 1109, novecento diciassette anni esatti fa, a Canterbury, dopo una vita che combinò la metafisica più fine del suo secolo con un lungo e disuguale scontro contro due re. La Chiesa lo canonizzò, lo proclamò dottore nel 1720, e lo celebra ogni anno. La coerenza tra quell’omaggio e la pratica diplomatica attuale con Pechino è un affare che la stessa Chiesa dovrà risolvere. Nel frattempo, il lettore che assista oggi a una messa in suo onore può porsi se le parole del prefazio, che ricordano il suo coraggio di fronte ai poteri del mondo, designino unicamente un personaggio del XII secolo o se interpellino anche il corpo ecclesiale che le pronuncia.

 

 

 

Aiuta Infovaticana a continuare a informare