La Catalogna approva l'eutanasia di un paziente psichiatrico dopo aver escluso ogni miglioramento

La Catalogna approva l'eutanasia di un paziente psichiatrico dopo aver escluso ogni miglioramento

Il 16 aprile scorso, dopo un lungo processo amministrativo segnato da rifiuti precedenti e una malattia psichiatrica considerata irreversibile, Pere Puig, di 54 anni, ha ricevuto l’eutanasia in Catalogna, in un caso che torna a mettere in discussione i limiti di questa pratica in Spagna.

Secondo quanto pubblicato dal quotidiano argentino Clarín, il caso di Puig si verifica appena poche settimane dopo la morte di Noelia Castillo. La gestione della sua richiesta si è protratta per quasi tre anni, con due rifiuti precedenti da parte delle autorità sanitarie prima che, in un terzo tentativo, la domanda fosse finalmente accettata.

Un altro caso di eutanasia per sofferenza psichica

Puig, residente a Reus, aveva richiesto l’accesso alla cosiddetta prestazione di aiuto per morire da circa tre anni. In quel periodo ha dovuto superare diversi filtri medici e amministrativi, e ha ricevuto due rifiuti prima che il suo terzo tentativo fosse finalmente accettato. La risoluzione definitiva ha sostenuto che il suo quadro di depressione severa resistente aveva sfociato in una sofferenza fisica ed emotiva impossibile da alleviare con i mezzi terapeutici disponibili.

La decisione si è basata sulla Ley Orgánica 3/2021, che regola l’eutanasia in Spagna e prevede questa prestazione per persone che soffrono di una malattia grave e incurabile o di una sofferenza grave, cronica e invalidante nelle condizioni previste dalla norma.

Nel caso di Pere Puig, la commissione che ha esaminato il fascicolo ha concluso che la situazione clinica rientrava in quel caso. Il paziente presentava una disabilità riconosciuta del 68%, soffriva di ansia generalizzata permanente, crisi di panico ricorrenti e una prostrazione quasi continua a letto, con un deterioramento fisico aggiuntivo dovuto all’inattività. I medici hanno inoltre indicato che non esisteva un pronostico ragionevole di recupero e hanno qualificato il suo stato come “cronico e invalidante”.

Due decenni di trattamenti senza risultato

La storia clinica incorporata nel fascicolo rifletteva un percorso terapeutico lungo e fallito. Puig aveva provato più di quindici farmaci diversi nel corso di venti anni e aveva sviluppato, inoltre, una forte intolleranza a buona parte dei psicofarmaci disponibili. Si registrava anche resistenza a terapie avanzate, tra cui quella elettroconvulsiva, il che ha rafforzato la tesi che non rimanevano alternative efficaci in grado di invertire il quadro.

Quello è stato l’elemento decisivo affinché la Commissione di Garanzia e Valutazione della Catalogna annullasse i rapporti negativi precedenti, che ancora indicavano una possibile miglioramento. La validazione amministrativa ha così sbloccato la procedura e ha permesso di eseguire l’eutanasia giovedì 16 aprile.

Un precedente che aggrava la deriva della legge

Il caso non ha avuto ripercussioni solo per il suo esito, ma per ciò che rivela sull’espansione pratica della legge. Se in un primo momento l’eutanasia è stata presentata in Spagna come una risposta eccezionale a malattie terminali o dolori fisici estremi, la sua applicazione in situazioni di sofferenza psichica grave torna a mostrare fino a che punto il confine si sia spostato.

Quella deriva era già emersa con il caso di Noelia, la cui morte è stata eseguita a marzo in mezzo a ricorsi giudiziari, opposizione familiare e una grande commozione sociale. Dimostrando che l’eutanasia non costituisce un avanzamento medico né una conquista della libertà, ma una manifestazione della cultura della morte che finisce per presentare come soluzione l’eliminazione di chi soffre. In quella logica, la sofferenza smette di essere accompagnata e passa a essere soppressa con la morte del paziente.

Quando una società accetta che la disperazione, la depressione e la prostrazione possano sfociare in una prestazione pubblica per morire, il problema non si limita a un fascicolo medico. Ciò che è in gioco è il modo stesso di intendere la dignità umana, il valore della sofferenza e il dovere di proteggere la vita proprio quando è più fragile.

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