Pbro. José Juan Sánchez Jácome / ACN.- Al cumplirse 100 años del inicio de la guerra cristera, el pasado 31 de julio, la Conferencia del Episcopado Mexicano hizo un llamado para transformar aquellos acontecimientos en un compromiso renovado con la libertad religiosa, la reconciliación y la construcción de la paz.
Per la comunità cristiana è un’occasione per tornare alle nostre origini nella fede e valorizzare la donazione incondizionata di tanti fratelli e sorelle che sono rimasti saldi, che hanno difeso la fede e che non hanno esitato a dare la vita gridando: «Viva Cristo Re!»
Una riflessione che Tertulliano fece riguardo ai cristiani perseguitati e assassinati dall’Impero romano, si applica bene ai martiri messicani, soprattutto per evidenziare la fioritura della fede nei luoghi dove fu versato il loro sangue benedetto e innocente, come quello di Cristo: «Il sangue dei martiri è seme di cristiani» (Apol., 50, 13).
I martiri messicani, come padre Miguel Agustín Pro, in modo paradossale morirono gridando «Viva Cristo Re!» Muiono perché il re è vivo. Muiono gridando che viva il re.
Questo titolo applicato a Gesù Cristo risulta paradossale per uno sguardo secolare che si basa sui parametri della forza dispiegata dalla potente immagine di un re. Dove si trova il potere di un re che non può trionfare di fronte ai suoi persecutori? Su cosa si basa il suo potere se non può liberare dal patibolo i suoi servitori? In cosa consiste esattamente il suo regno se non riesce a preservare i suoi discepoli? Perché lo chiamano re se alcuni dominano su di lui, come si vede nel Calvario e nella morte dei suoi seguaci?
In definitiva, questi interrogativi si collegano alla domanda che patì Gesù Cristo – se mai avesse avuto bisogno di aggiungere qualcosa a tutte le sofferenze che aveva sopportato –, quando i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, irritati, lo sfidavano: «Se è davvero il re d’Israele, scenda ora dalla croce e crederemo in lui» (Mt 27, 42).
Resta paradossale per la mentalità secolare che si parli di un re che non governa, che non si impone, che non sottomette i suoi avversari e che non trionfa sui suoi contrari. Che, essendo Dio onnipotente, appaia piuttosto come un Dio impotente.
Tuttavia, la più grande paradosso si trova nel fatto che è re perché non scese dalla croce. Innumerevoli uomini e donne, nel corso dei secoli, non smettono di credere in lui, restano nel suo seguito e sono capaci di dare la vita per lui, cruentemente o incruentemente, perché non scese dalla croce, perché non è impotente, ma regna sulla croce.
Sulla croce continua a ispirare e indicare la via per vincere l’odio, il peccato e la violenza. L’uomo del nostro tempo continua a essere affascinato dal mistero d’amore e di perdono del crocifisso, come il centurione e i suoi compagni che, alla morte di Gesù sulla croce, esclamarono: «Veramente costui era figlio di Dio» (Mt 27, 54) o come il ladrone che finalmente rinuncia alla sua malvagità, all’appartenenza al regno del male, per chiedere a Gesù di essere ammesso nel suo regno: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno» (Lc 23, 42).
Gesù continua a regnare e non smetterà di regnare, anche se spesso pesa la paradosso e ci sembra che trionfi il peccato e che la malvagità abbia l’ultima parola. Come sul Calvario, il male è minaccioso, riversa tutto il suo disprezzo, non ha pietà di nessuno, seduce gli uomini, risveglia le passioni basse, fa regnare la paura e il terrore.
Ma nonostante questo rumore, il bene non è distrutto, l’amore non si piega mai e non cessa di essere fondamentalmente l’unica via possibile di fronte alla violenza e alla malvagità. Il bene continua a diffondersi attraverso l’amore e il perdono che sostiene i discepoli di Gesù nelle situazioni critiche e nei momenti più tragici.
Imitando il re, inchiodato sulla croce, che perdonò i suoi carnefici, Stefano perdonò coloro che lo lapidarono fino a ucciderlo; padre Pro perdonò e benedisse i soldati che lo fucilarono; il bambino José Sánchez del Río perdonò coloro che lo uccisero in modo spietato; san Cristóbal Magallanes si dichiarò innocente e perdonò gli autori della sua morte; san Josemaría Robles Hurtado perdonò coloro che lo giustiziarono.
La Vergine Maria, senza versare il suo sangue, fu straziata nel cuore davanti alla crocifissione del suo Figlio, e nel suo cuore straziato entriamo tutti, anche coloro che «non sanno quello che fanno» e continuano a causare molto danno agli altri.
Così lo sottolinea padre José Luis Martín Descalzo nel suo Stabat Mater: «No, non ho il diritto di rubare agli uomini nemmeno una scheggia della tua morte. Anche se muori anche per me. Anch’io ho bisogno del suo sangue. Mi redimi con quello che ti prestai. E ora? Non è troppo, figlio, quello che mi stai chiedendo? Essendo stata tua madre, come potrei esserlo dei tuoi assassini? Ma se una volta fui serva, continuerò a esserlo. Che entrino, che entrino nel mio seno. Si è straziato tanto in quest’ora, che ormai ci stanno tutti».
Gesù continua a regnare nel cuore di tanti uomini e donne che rispondono all’odio con amore e che non smettono di testimoniare il vangelo, anche quando è a rischio la loro stessa vita.
Diceva santo Toribio Romo, martire di Cristo Re, patrono dei nostri fratelli migranti: «Signore, perdonami se sono audace, ma ti prego di concedermi questo favore; non lasciarmi nemmeno un giorno della mia vita senza celebrare la Messa, senza abbracciarti nella Comunione e se come castigo dei miei enormi peccati, dei miei peccati di sacerdote, devo sentire il tuo castigo di non raggiungere un giorno questo favore, dammi in cambio molta fame di Te, una sete di riceverti, che non mi lasci tormentare il giorno in cui non abbia bevuto di quell’acqua che Tu dai, che sgorga dalla roccia benedetta del tuo costato ferito. […] Mio buon Gesù! “Celebrare la Messa e morire” ti prego: “Morire senza smettere di celebrare una Messa”».
Una poesia anonima, trovata negli archivi della Lega Nazionale per la Difesa della Libertà Religiosa, si riferisce alla Vita, opera e morte di padre Pedro Maldonado:
Lamentele di un prete perseguitato
Passarono le notti d’angoscia infinita;
i giorni di tormento con fame e spavento;
i cani di Calles con fame inaudita,
perquisirono la mia casa, cercando il pretino,
saziando nei miei parenti la loro rabbia e furore.
Qual era il mio crimine? Vestire la tonaca,
portare la corona, avere i pantaloni;
bisognava usare frecce, piume e mazza,
vendere la coscienza e l’anima cristiana,
e, infine, prostituirsi al governo ladro.
Preferisco la morte: io sono sacerdote.
Preferisco l’esilio: non sono un essere così vile.
Meglio la guardia della tigre o del coyote,
meglio il martirio che essere Iscariote,
meglio eremita che infame servo…»
Gesù regna non come i re del mondo, non come i re del momento che, malati di potere, opprimono, perseguitano e disprezzano. La sua regalità non si collega a un potere qualsiasi, ma all’onnipotente potere dell’amore. Come diceva Giovanni Paolo II: «L’amore vince sempre! Come Cristo ha vinto! L’amore ha vinto! Anche se a volte, di fronte a eventi e situazioni concrete, possa sembrarci impotente. Cristo sembrava impotente sulla Croce. Dio può sempre di più!»
Il suo unico potere è l’amore, l’amore che si dona per dare vita, vita eterna; l’amore che sa trarre il bene dal male, addolcire un cuore indurito, portare la pace al conflitto più violento e accendere la speranza nella più densa oscurità.
Nel giugno del 1848 agonizzava a Parigi il celebre scrittore Chateaubriand, autore de «Il Genio del Cristianesimo». Alcuni pochi amici pregavano in silenzio accanto al suo letto. All’improvviso si udì lo scoppio di un cannone che annunciava la prossima caduta della monarchia di Luigi Filippo e l’avvento della repubblica. Il moribondo aprì gli occhi e con un filo di voce chiese:
– Che succede?
– Cambiano il capo del governo, gli fu risposto.
– Sì? – disse il malato –. Datemi il mio Crocifisso. Lo prese tra le mani ed esclamò: «Disgraziati, ogni momento cambiano governo… Non vogliono capire che solo Gesù può salvarli. Ecco il mio Re! Dolce mi fu vivere per Lui; sarà la mia gloria morire con Lui!»
Celebrando i martiri della Chiesa e i martiri messicani, in questo centenario dell’inizio della persecuzione religiosa, non smettiamo di gridare con la nostra voce e la nostra testimonianza: «Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!»