Mentre il Zócalo della capitale esibisce con futile gloria, le luci e le bandiere tricolori che fanno eco a quel Grito de Dolores del 1810, alla vigilia del 16 settembre, dobbiamo affrontare una domanda scomoda: ¿Cosa celebriamo davvero nel 215º anniversario dell’inizio dell’Indipendenza?
Segnato da profonde ferite e polarizzazioni, gli appelli all’unità del presente sembrano cadere su terra sterile. Solo 25 anni fa, le commemorazioni del Bicentenario aprivano la meravigliosa prospettiva di un Messico unito, rafforzato e in pace, ma così non sembra essere.
Nel 2010, i vescovi messicani pubblicarono una Lettera Pastorale per il Bicentenario che invitava a «commemorare la nostra storia dalla fede, per impegnarci oggi con la nostra patria». Quindici anni dopo, quell’appello alla gratitudine per il passato, alla responsabilità nel presente e alla speranza per il futuro si scontra frontalmente con una realtà di proiettili, violenza, corruzione radicata e promesse infrante. La violenza che ha mietuto migliaia di vite nel 2024 non cede, e scandali come il «huachicol fiscal», dove sono stati riciclati milioni di pesos coinvolgendo elementi militari, esibiscono una corruzione che divora lo Stato messicano dall’interno.
Quella Lettera Pastorale non era un mero panegirico storico. I prelati, in un tono di «atteggiamento solidale e lucidità critica», si univano alla commemorazione del Bicentenario dell’Indipendenza e del Centenario della Rivoluzione non per romanticizzare il passato, ma per interrogare il presente. «Come credenti, scopriamo negli eventi della storia il disegno di Dio, anche in mezzo alle debolezze e ai peccati degli uomini», scrivevano, citando San Giovanni Paolo II: bisogna vedere il ieri con gratitudine, l’oggi con responsabilità e il domani con speranza. In quelle pagine, impulse da cinque Giornate Accademiche in città come Città del Messico, Morelia e Guadalajara, la Chiesa si posizionava come alleata nella ricerca di giustizia e riconciliazione, ricordando il suo ruolo in gesta come il sollevamento di Hidalgo e Morelos.
Quella riflessione teologica –dove la storia si legge attraverso la «memoria, visione e attesa» di Sant’Agostino– esortava i messicani a riconoscere valori e limiti nella loro eredità fondazionale. L’Indipendenza, con i suoi ideali di sovranità e libertà sotto l’advocazione della Vergine di Guadalupe come «Patrona della nostra libertà», e la Rivoluzione, con il suo grido per terra e giustizia sociale, non erano reliquie museali. Erano «nuovi volti» in sfide complesse: «Gli ideali proposti dall’Indipendenza e dalla Rivoluzione si presentano oggi con nuovi volti, in situazioni molto più complesse». I vescovi scommettevano su un «dialogo e riconciliazione necessari per il progresso della nostra Nazione», offrendo dalla fede, la carità e la verità come antidoti alla divisione.
Ma, dove è finito quell’impegno? A settembre del 2025, il Messico accumula più di 30 mila omicidi dolosi solo nell’ultimo anno, secondo dati preliminari del Secretariado Ejecutivo del Sistema Nazionale di Sicurezza Pubblica. Stati come Sinaloa, Guanajuato, Guerrero, Michoacán, Jalisco e Messico sono l’epicentro di massacri e sparizioni. Il Rapporto Mondiale 2025 di Human Rights Watch denuncia 6.226 denunce di tortura nel 2022, un numero che, sebbene datato, riflette un’impunità che persiste: il 95% dei crimini violenti rimane senza castigo. E sul fronte della corruzione, il caso «huachicol fiscal» è esploso come un promemoria brutale della ferita che ci annienta, ma mascheriamo il dolore con il placebo della demagogia. Reti criminali, insediate nelle stesse istituzioni che hanno giurato lealtà alla bandiera e alla patria, dissanguano il Messico per arricchire pochi e impoverire molti.
Di fronte a questo panorama, la Lettera Pastorale del 2010 risuona come un’eco lontana e profetica. I vescovi avvertivano che la Chiesa, «nel mondo senza essere del mondo», deve illuminare gli eventi con la Parola, promuovendo solidarietà dall’incontro con Gesù Cristo. «Vogliamo servire la Nazione, collaborando a costruire un progetto culturale dalla fede», dicevano, in dialogo con accademici plurali. Oggi, quell’appello interpella non solo i fedeli, ma l’intera società: che senso ha gridare «¡Viva la Independencia!» se gli ideali di Hidalgo che aspiravano a rovesciare il malgoverno, ora affogano nel sangue, nella corruzione e nelle sparizioni e tangenti?
Celebreremo la memoria di proceri che sognarono un Messico libero, o perpetuiamo solo un rituale vuoto mentre il presente ci tradisce? Non bastano parate che dimostrano dall’esterno un potere militare schiacciante, mentre, dall’interno, si corrodono le istituzioni; serve uno «sforzo per promuovere la giustizia», come chiedeva Papa san Pio X nel 1910, altrimenti, il Bicentenario di ieri e questo anniversario di oggi non saranno altro che echi vuoti in un paese che, nonostante tutto, continua a pulsare con la fede della sua gente.
Il “primo grido” della “prima donna” presidente, loderà tutto ciò che la demagogia acclama, ma soffocherà il grido di milioni di messicani sottomessi dal giogo della violenza, impunità e corruzione. Nonostante tutto, ¿Cosa dobbiamo festeggiare? Forse, non la storia passata, ma la patria che ancora possiamo salvare.