L'Angelus più breve di Leone XIV, l'udienza del mercoledì resta in sospeso, nessuno ha pubblicato il rapporto dell'operazione, Parolin e le questioni del pontificato, la Domus Paulus VI diventerà un hotel, e un cognome tradotto come «Cricket», la «reverenda» buddista.

L'Angelus più breve di Leone XIV, l'udienza del mercoledì resta in sospeso, nessuno ha pubblicato il rapporto dell'operazione, Parolin e le questioni del pontificato, la Domus Paulus VI diventerà un hotel, e un cognome tradotto come «Cricket», la «reverenda» buddista.

Il Papa ha parlato ieri a mezzogiorno dalla finestra «dell’appartamento» del Palazzo Apostolico, non dal Gemelli, ed è la notizia del giorno. Sette giorni dopo aver annunciato lui stesso di avere un nodulo al polmone e sei dopo che glielo hanno asportato con l’intero lobo. Ha ringraziato, ha detto di aver sentito da vicino la malattia e che riprenderà le sue attività gradualmente. E non ha detto nient’altro. Quel «nient’altro» è la notizia di oggi, perché il testo ufficiale è pubblicato in otto lingue e si può confrontare parola per parola. L’abbiamo fatto, e tra i media che ne hanno parlato, alcuni gli attribuiscono frasi che non ha pronunciato. Sono momenti in cui le parole si misurano e non è accettabile mettere tra virgolette cose che il Papa non ha detto.

Ma c’è qualcosa di più grande delle virgolette. Un Angelus di sei paragrafi senza un solo appello e senza saluti a nessuno, un’udienza generale del mercoledì che a quest’ora non è convocata, e nemmeno una parola sul viaggio in America la prima volta che parla in pubblico. A questo si aggiunge il silenzio che nessuno sta raccontando: sette giorni dopo l’operazione non è stato pubblicato il referto istologico. Detto in altro modo, ed è l’impressione che abbiamo: questo non è finito, purtroppo, sta cominciando.

Cosa ha detto il Papa Leone

Il testo ufficiale esiste in spagnolo, quindi non c’è bisogno di tradurre nessuno. Dopo l’Angelus ha detto tre cose, in quest’ordine:

«Desidero ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno pregato per me. Ho davvero sentito il loro sostegno, grazie!»

«Questa esperienza mi ha fatto sentire in modo speciale la vicinanza a chi attraversa la malattia e una condizione di sofferenza.»

«Una volta superata questa delicata fase, come sapete, ora riprenderò gradualmente le mie attività, sempre con l’aiuto di Dio e delle vostre preghiere.»

E un ringraziamento intermedio a «i medici, gli infermieri e a tutto il personale del Policlinico Gemelli». L’atto è registrato nel Bollettino come B0820, doc. [01527-IT.02].

E ciò che non ha detto

Confrontato il testo completo in italiano e in spagnolo, questo è ciò che non c’è. Non compare la parola cancro, né tumore, né nodulo: solo «questa delicata fase», «la malattia» e «una condizione di sofferenza». Non menziona il viaggio in Sudamerica, nemmeno una volta. Non c’è una sola parola sull’Ucraina, su Gaza né su nessun altro conflitto: nessun appello alla pace, di nessun tipo. Non ci sono annunci —né nomine, né concistoro, né canonizzazioni, né convocazioni— e non ci sono saluti a gruppi di pellegrini.

Sei paragrafi brevi. In un Angelus ordinario ci sarebbe un appello per l’Ucraina o per Gaza e ci sarebbero saluti; da mesi li stiamo dando. L’assenza è un fatto del documento, non una nostra interpretazione, ed è ciò che più colpisce del testo. Tre giorni prima aveva telefonato a Putin per chiedere una tregua a Oleshky. Nell’Angelus non ha detto nulla.

Questo non è finito: è cominciato

Un adenocarcinoma polmonare non si risolve in sala operatoria. La sala operatoria è il primo passo di una sequenza, e la sequenza è pubblica e nota. Il 13 ottobre, durante l’intervento, un istologico estemporaneo —una biopsia fatta al momento— ha confermato la natura della lesione, ed è esattamente ciò che ha detto il comunicato di quel giorno. Il referto definitivo è un’altra cosa e arriva giorni dopo: è quello che dà lo stadio, lo stato dei margini, l’analisi dei linfonodi e il profilo molecolare. Ed è quello che decide se c’è un trattamento successivo o no.

Sono passati sei giorni e nessuno di questi quattro dati è stato pubblicato. Né stadio, né margini, né linfonodi, né profilo, né una parola. Non è stato detto nemmeno che il referto sia in sospeso, né quando ci si aspetta, né chi lo firmerà. E il 16 ottobre Matteo Bruni ha annunciato che venivano sospesi i bollettini quotidiani salvo novità significativa: il canale attraverso il quale quel dato sarebbe arrivato è chiuso per decisione propria.

Ci sono due possibili letture e non ne scegliamo nessuna. Che il referto sia uscito bene e nessuno abbia ritenuto necessario annunciarlo. O che non sia uscito così bene e nessuno voglia annunciarlo. Ciò che non è possibile è la terza, che è quella che si è scritta tutta la settimana: che la questione sia chiusa. Un’alta in quattro giorni dice che l’intervento è stato pulito e che il paziente si riprende in fretta. Non dice nulla su ciò che c’era dentro il lobo.

E c’è un dettaglio di vocabolario che vale più di tutto quanto precede, perché è dell’interessato e non nostro. Alla finestra ha detto «Superata questa fase delicata», che la versione ufficiale spagnola traduce «una volta superata questa delicata fase». Fase, tappa: una parola che dà per scontato che ce ne siano altre. Dal lato medico va nella stessa direzione l’oncologo Francesco Cognetti, che calcolava sabato su La Verità che i medici potrebbero essere in grado di togliere la riserva sul viaggio entro una settimana. Detto al contrario, che è come va letto: a oggi c’è riserva.

Aggiungiamo un’osservazione di questi giorni e sul campo, che ci arriva dai nostri lettori del Perù, che non sono pochi. A meno di un mese dalla visita di Papa Leone, nei luoghi dell’itinerario peruviano, la preoccupazione è totale: i preparativi si stanno ritardando e nessuno dà per certo se ci sia qualcosa da preparare. Le interviste continue sui media dei vescovi coinvolti, a cominciare da quello di Lima, indicano un disorientamento generale. È evidente che in Perù nessuno sa nulla di certo, in Vaticano non sembra che abbiamo molti dati, temiamo che, a oggi, nemmeno Papa Leone sappia se il viaggio potrà essere realizzato.

«Il suo Regno non elimina gli incarichi né le responsabilità umane»

Dove ha parlato è stato nel commento al Vangelo, che era Matteo 22, 15-21, quello del tributo a Cesare, e lo ha sviluppato con calma. Dice che la risposta di Gesù «è astuta, perché lo tiene fuori dalla trappola e smaschera l’ipocrisia di chi vuole farlo cadere». E poi questo:

«In Gesù contempliamo un Dio che non teme la storia, ma che, al contrario, viene a viverla. Il suo Regno non elimina gli incarichi né le responsabilità umane. Tuttavia, ci chiede di vivere senza concessioni, liberi da cattive ambizioni e interessi ingiusti, anteponendo innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia.»

Chiude con il profilo di chi dà a Cesare ciò che è di Cesare: «essere sinceri, senza timore né ipocrisia, liberi di fare il bene». Non c’è in tutto il commento una sola applicazione politica né istituzionale: la lettura è morale e individuale. Lo trascriviamo intero e senza glosse perché è la settimana in cui si è scritto molto su incarichi e responsabilità senza chiederglielo.

Cosa Parolin poteva sapere

C’è una sequenza che non quadra e che nessuno ha ordinato. Il 15 ottobre il Segretario di Stato ha detto due cose nella stessa intervento: che non si possono fare previsioni di nessun tipo, e che il Papa riadatterà il suo pontificato se sarà necessario riadattarlo. Ha detto inoltre che non lo aveva visto. Il giorno dopo, interrogato sul viaggio, ha risposto che non poteva dire nulla «perché non ci sono informazioni precise».

Così un cardinale che non aveva visto il malato e che non aveva informazioni precise è stato, tuttavia, il primo e l’unico a mettere sul tavolo la parola pontificato. Ci sono due spiegazioni possibili. Che abbia speculato a voce alta davanti a un registratore, che è ciò che tutti hanno dato per scontato e che la stampa italiana gli sta facendo pagare questi giorni. O che stesse lavorando con qualcosa che gli altri non abbiamo. Non sappiamo quale delle due e non lo decideremo qui. Ma la prima conviene guardarla in faccia, perché obbliga a credere che il numero due della Santa Sede improvvisa in pubblico sulla salute del Papa.

E bisogna dire chi è colui che ha parlato. Parolin è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986: quest’anno compie quaranta anni. È stato sottosegretario per i Rapporti con gli Stati dal 30 novembre 2002, nunzio in Venezuela dal 17 agosto 2009 —la destinazione più dura del servizio latinoamericano di quegli anni— e ha preso possesso come Segretario di Stato il 15 ottobre 2013. Così la frase l’ha detta il giorno in cui compiva esattamente tredici anni in carica. Il dato non dimostra nulla e lo diamo per quello che è: una data.

Quello che dice qualcosa è come si è corretto. Chi improvvisa non si emenda ventiquattr’ore dopo con quella precisione, e il giorno 16 non si è smentito: ha precisato. «Veramente non posso interpretare» per il verbo, «rispetto a questo prossimo viaggio» per l’oggetto, «non ci sono informazioni precise» per il fondo. La rettifica è misurata quanto sembrava sciolta la frase originale. Quello non è uno scivolone riparato, è un perimetro.

C’è inoltre un argomento di posizione che pesa più di quello del curriculum. In quegli stessi giorni hanno parlato Bruni, che ha dato i bollettini, il soggiorno previsto e il desiderio del Papa di viaggiare; il chirurgo, ma solo dopo l’alta e solo dell’intervento; e il Papa, l’11 e il 18. Nessuno dei tre ha usato la parola pontificato. L’unico che l’ha usata è, inoltre, colui che per ufficio porta il fascicolo: il Regolamento Generale della Curia Romana che lo stesso Leone XIV ha promulgato stabilisce nel suo articolo 31 §3 che il fascicolo sia lasciato al Romano Pontefice affinché possa esaminarlo personalmente, e chi fa circolare quel fascicolo è la Segreteria di Stato.

Rimane una terza spiegazione, che è la più probabile e che non scagiona nessuno: che abbia risposto a una domanda in un portale scegliendo una formula capace di coprire tutti gli scenari, che è ciò che fanno i diplomatici quando non vogliono mentire né vogliono informare. Se è stato questo, nemmeno ha improvvisato: ha scelto. E una parola scelta dal Segretario di Stato, quella settimana e su quell’argomento, è un dato. Aggiungiamo il fatto che manca, ed è quello che dice di più. Nessuno l’ha smentita. Non c’è una nota della Sala Stampa che corregga Parolin, né Bruni l’ha contraddetto, né il Bollettino ha raccolto alcuna chiarimento. L’unica correzione che c’è stata l’ha fatta lui.

Il centenario che nessuno ha titolato

Il primo punto del «Dopo l’Angelus», prima della salute, è stato questo: «Oggi si celebra la centesima Giornata Mondiale delle Missioni. Pensiamo a quanta storia missionaria c’è stata in questi cento anni! Preghiamo affinché la Chiesa sia sempre fedele al mandato del Signore risorto». La Giornata fu istituita da Pio XI nel 1926 e il centenario è nel messaggio che lo stesso Papa ha firmato il 25 gennaio, con il tema «Uno in Cristo, uniti nella missione». Nessuno dei quattro media che abbiamo confrontato l’ha titolato. Tutti e quattro hanno titolato sulla malattia.

Due virgolette che il Papa non ha detto

La prima è quella che ha circolato di più in spagnolo. Euronews titola «Mi sento più vicino ai malati», tra virgolette, e il Papa non ha detto questo in nessuna lingua. L’ufficiale è «questa esperienza mi ha fatto sentire in modo speciale la vicinanza a chi attraversa la malattia»: una costruzione sull’esperienza, non una dichiarazione al presente. E c’è dell’altro: avendo versione ufficiale spagnola, Euronews fa la sua e trasforma «sofferenza» in «fragilità». L’italiano dice infermità. «Fragilità» compare sì questa settimana, ma nel comunicato del 16 sulla omelia del Gemelli, non nell’Angelus. Il cambiamento ammorbidisce il registro: da condizione fisica concreta a categoria pastorale.

La seconda è di Rai, in un pezzo correlato: «Esperienza che mi ha avvicinato ai malati». Non c’è nemmeno. E nella citazione principale taglia dal corpo «sempre con l’aiuto di Dio e delle vostre preghiere», e sostituisce il «come sapete, ora» del Papa con un «Ora» proprio. A ciascuno il suo: AgenSIR è il più fedele dei quattro e l’unico che conserva intera la coda sull’aiuto di Dio, anche se interpola un «– le sue parole –» dentro le virgolette. E Il Sole 24 Ore non contiene una sola citazione del Papa: è un video della piazza che aspetta, girato prima dell’atto.

Quindicimila fedeli, senza nessuno che li conti

Dati di forma, per non aggiungere ciò che non c’è. L’ora sì consta: le dodici, secondo il Bollettino. Il luogo, nel verbale dell’atto, è «la finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano»; l’avviso del giorno precedente diceva «la finestra dell’appartamento pontificio». Sono lo stesso posto, ma la formula del verbale è la seconda e prevale. Né balcone né loggia: nessuna fonte li menziona.

I quindicimila fedeli della piazza sono cifra di Vatican News e non sono attribuiti a nessuno: non figurano nel Bollettino, e nessuno dice chi li conta. Rai aggiunge che ha benedetto la folla e «è apparso sorridente». Della durata dell’atto, se era in piedi e se ha letto o improvvisato, non consta nulla in nessuna parte.

Una domenica con un solo documento

Il Bollettino del 18 porta una sola voce, l’Angelus. Né «Rinunce e nomine» né «Le Udienze». Lo annotiamo perché viene da dove viene: i giorni 13, 14, 15 e 16, con il Papa ricoverato, ci sono state nomine quattro Bollettini consecutivi e nessuna udienza registrata. La domenica, né una cosa né l’altra. E l’udienza generale del mercoledì continua senza essere convocata. La nota della Prefettura della Casa Pontificia del 12 ottobre annulla «tutte le udienze fino a martedì 20 ottobre», quindi mercoledì 21 resta fuori dal termine annullato. Ma nessuno l’ha confermata, e «riprenderò gradualmente le mie attività» non dice quali attività né quando. Chi scriverà oggi che ci sarà udienza mercoledì starà scrivendo di sua iniziativa.

Un’offensiva contro una frase che nessuno riproduce

E qui c’è la sezione del metodo del giorno. Ci sono quattro pezzi italiani che cadono su Parolin per ciò che ha detto il 15. Ciò che ha detto, testualmente, è stato: «sulla base di tutti questi elementi il Papa riadatterà il suo pontificato se sarà necessario riadattarlo», e nella stessa intervento ha messo la clausola «non si possono fare previsioni di nessun tipo». Un futuro condizionato, con la sua clausola di esonero accanto.

Nessuno dei quattro riproduce quella frase. Nessuno raccoglie la clausola. Ciò che circola è la nominalizzazione. Messainlatino riproduce Nico Spuntoni, de Il Giornale, con introduzione di Luigi Casalini, e lo trasforma in «pontificato da rimodulare», un gerundivo di obbligo. Libero va più lontano: «la possibilità di dover riadattare il pontificato». Entrambi affermano la necessità che Parolin aveva lasciato in ipotesi, e lo ottengono sopprimendo esattamente il condizionale.

Ci sono inoltre due cose di forma che non si possono passare sotto silenzio. Il titolo di Messainlatino mette tra virgolette «Inopportune le sue parole», e quella frase non compare nel corpo né attribuita a nessuno: ciò che c’è è un «giudizio di inopportunità» attribuito a «prelati e addetti ai lavori», senza un solo nome. E la parola più dura del lotto, «clamorosa figuraccia», non è nel titolo pubblicato di Libero né nel suo testo: è nell’indirizzo web, dove il lettore non la vede e il motore di ricerca sì.

Libero chiama per altro «monsignor» Parolin, che è cardinale dal 22 febbraio 2014 e cardinale vescovo dal 26 giugno 2018. Un pezzo dedicato a correggerlo sbaglia nella prima parola che gli applica. Il secondo di Libero non lo menziona nemmeno una volta —è nella serie per un link— e si contraddice da solo sull’Angelus, che colloca prima alla finestra e due paragrafi dopo in San Pietro. E il blog di Mario Castellano nemmeno lo menziona: afferma senza una sola fonte un regalo cinese di riconoscimento facciale, un apparecchio di ascolto dentro le Mura Leonine e un ambasciatore che passeggia a suo piacimento per i Sacri Palazzi, con «pare che» e «sorge il sospetto che» come apparato probatorio completo. Non lo diamo nemmeno come voce.

La Domus Paulus VI, e il nome che mancava

Il Giornale aggiunge un dato proprio sull’immobile di via della Scrofa: che Parolin si è opposto a cederlo per hotel e che il Papa ha dato il via libera per il risparmio sulla manutenzione. Conviene situarlo, perché la questione non comincia lì. Lo abbiamo pubblicato il 1° agosto: la conversione figura nel rapporto dell’APSA del 2025 tra le azioni strategiche, con una concessione di circa trent’anni, un’opera stimata in cinquanta o sessanta milioni di euro e un introito previsto di circa cinque milioni annui. L’operatore, secondo lo stesso rapporto, è già selezionato e manca solo firmare il contratto preliminare. Non ha nome pubblico.

L’opposizione interna non è nuova nemmeno: i residenti hanno ricevuto avviso di sgombero e cardinali, ex nunzi e sacerdoti hanno scritto alla Segreteria di Stato e allo stesso Leone XIV chiedendo che si mantenesse l’uso originale. La Nación ha pubblicato una di quelle lettere, Il Messaggero informava già ad agosto del malcontento, e nulla di tutto ciò ha fermato il progetto.

La casa è quella di via della Scrofa, tra Piazza Navona e il Pantheon, dove alloggiò anni Bergoglio come arcivescovo di Buenos Aires e alla quale tornò a pagare il conto nel marzo 2013, già eletto Papa. Diventerà un hotel a quattro stelle, secondo quanto ha detto ai residenti Mario Rui Fernandes Leite de Oliveira: «alla fine sarà solo un quattro stelle». Ciò che apporta Il Giornale, quindi, non è la questione: è il nome di chi ha detto di no.

La lista dell’aereo, con l’avvertenza di chi la pubblica

Ieri abbiamo detto che non avevamo trovato pubblicata la lista dei giornalisti del volo papale, e ormai sappiamo perché: non è nel Bollettino né in «Comunicazioni ai giornalisti», ma l’Ufficio Stampa l’ha distribuita tra i media accreditati, e lo ha raccontato ANSA il 16 ottobre alle 11:02. Ciò che non è stato citato di quella cronaca è la cautela che la stessa agenzia mette accanto: che l’informazione «non può essere interpretata come una conferma ufficiale del viaggio». E ricorda il precedente: nel 2022 Francesco ha rinviato all’ultimo momento il viaggio nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sud Sudan, e lo ha fatto dopo con un calendario praticamente identico.

Il piano ufficiale resta dov’era. Il programma dal 6 al 17 novembre è stato pubblicato il 21 settembre, con l’avviso numero uno e il quadro dei voli, e non c’è avviso numero due né nota rettificativa. Né il comunicato dell’alta né la comunicazione ai giornalisti del 17 menzionano il viaggio. L’unico vivo è Matteo Bruni il giorno 14, parlando del «desiderio» del Papa di andare, e quella lista stampa.

Del resto che circola: La Verità ha pubblicato l’altroieri che una rimodulazione è «in studio», con il chirurgo Margaritora che dice che «non ci sono motivi per annullare il viaggio» e l’oncologo Francesco Cognetti che calcola che in una settimana i medici potrebbero togliere la riserva. E un’ipotesi di rinvio alla primavera, pubblicata dal quotidiano peruviano Perú 21, è stata smentita.

«Io ho i miei dubbi», e due titoli per un’intervista

In Argentina, Alicia Barrios ha detto a Radio Rivadavia, nel programma «Domenica 630» e interrogata da Rolando Klempert, che dubita del viaggio: «Io ho i miei dubbi, ragazzi, la verità è che li ho», «ha bisogno di un riposo più prolungato di quello che sta facendo per riprendersi bene», «non gli hanno tolto un neo, mi capite? Gli hanno tolto un nodulo dal polmone». Il suo appoggio sono «specialisti» che dice di aver consultato e che non nomina. Non dice che il viaggio si cancelli, né che si accorci, né che cada nessuna tappa: dice che ne dubita.

Quello che è interessante è ciò che ne fanno due giornali. Perfil titola che ha messo in dubbio il viaggio in Argentina, e lavora di seconda mano, su un dispaccio dell’agenzia NA: non ha visto l’intervista. El Litoral, che ce l’ha, titola un’altra cosa —perché Papa Francesco non è mai tornato in Argentina— e non tratta il dubbio come notizia. La stessa intervista, due notizie diverse, e quella che ha circolato è di chi non l’ha ascoltata. Lei dubita inoltre del viaggio intero, Uruguay incluso, non della tappa argentina.

Una precisazione sulla credenziale, perché i due media la danno diversa e nessuno la verifica. Barrios conduce «L’Ora del Ritorno» su Radio Colonia AM 550 ed è corrispondente in Europa per il Gruppo Crónica e per la rivista Il mio Papa. El Litoral la chiama «ex corrispondente in Vaticano»; Perfil non dice nulla. E «amica di papa Francesco» è un’etichetta di stampa che si regge sulla sua stessa testimonianza: nessuna fonte vaticana la nomina, e la Sala Stampa non pubblica liste di accreditati.

Tre giorni di barca fino alla parrocchia

E il pezzo del giorno, che è quello che meno si leggerà. Vatican News pubblica, firma di Paweł Rytel-Andrianik e Artur Hanula, Tre giorni di barca fino alla parrocchia, un vescovo alla fine del mondo. Il vescovo è Jacek Piotr Tendej, della Congregazione della Missione, nominato per la diocesi di Alotau-Sideia, in Papua Nuova Guinea, il 7 luglio 2025 e ordinato il 27 settembre; prima era rettore del seminario Holy Spirit di Bomana, a Port Moresby.

La diocesi è acqua per il novantacinque per cento. Sedici parrocchie sono su isole e arrivare alle comunità più lontane può costare tre giorni di barca. Prega camminando davanti al Santissimo per una ragione che dà lui: «per cominciare, se resto fermo, le zanzare non mi lasceranno pregare». Del trasferimento dalla capitale: «tutti dicevano: morirai qui». E di una visita a cui è arrivato alle quattro del pomeriggio invece delle dieci del mattino, e ha trovato la gente che aspettava: «vedo che aspettano con ansia l’arrivo del vescovo. Queste cose si ricordano». L’intervista si pubblica espressamente in occasione della Giornata Mondiale delle Missioni. In nessun momento dice che quella Giornata compiva cento anni quel giorno stesso.

Un cognome tradotto come «Cricket»

C’è una polemica liturgica di fondo che merita la pena, e una catena di rifritti che la merita ancora di più. L’origine è un’intervista all’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, a Tribune Chrétienne, il cui video è uscito l’8 ottobre. Le sue parole, in inglese: «per me è molto chiaro che c’era più unità nella Chiesa quando vivevamo sotto Summorum Pontificum di quanta ne abbiamo ora sotto Traditionis custodes», e «credo che questo favorisca la divisione».

Il 14 ottobre gli ha risposto su SettimanaNews Andrea Grillo, ordinario di Teologia dei sacramenti e di Filosofia della religione al Pontificio Ateneo San Anselmo, con un testo intitolato «Cordileone: arcivescovo nostalgico e scismatico?». Il sostanziale: «si tratta, a tutti gli effetti, di un’interpretazione scismatica dell’unità»; «con Summorum Pontificum il progetto di Lefebvre viene assunto come regola della Chiesa»; «chiamare bene il male non è mai segno di profezia». E chiama «cliché del discorso tradizionalista» leggere l’interesse giovanile per il rito antico come diagnosi di tutta la gioventù cattolica. Conviene trattenere una distinzione che lui sì fa: non accusa Cordileone di scismatico, accusa il suo argomento, e aggiunge che lo usa senza rendersene conto.

Ora il percorso, che è ciò che fa la sezione. Da Grillo in italiano è passato alla nostra stessa pagina il 16, e da lì ad AdVaticanum e a California Catholic Daily, che dichiara di averlo tradotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e lo annuncia nel suo stesso sottotitolo: la macchina ha tradotto il cognome Grillo come «Cricket». Ha tradotto dalla nostra edizione inglese, dove il titolo dice esattamente questo. Nella tedesca l’uomo si chiama «Grille» e nella portoghese «Grilo»: le tre sono l’insetto. Lo diciamo perché questo pezzo parla proprio di come si degrada un testo cambiando di mano, e l’esempio più pulito lo abbiamo in casa.

Da lì è tornato all’italiano su il blog di Sabino Paciolla, che data il testo di Grillo al 12 ottobre quando è del 14, e che mette in bocca a Cordileone citazioni italiane che sono ritraduzione dall’inglese. E lo ha raccolto anche Fr. Z, che è da dove entra nel circuito anglosassone tradizionalista. Cinque anelli per un testo che è pubblicato, intero e in italiano, a un clic.

Due precisazioni in più, di quelle che contano. L’etichetta «architetto di Traditionis custodes» applicata a Grillo è di AdVaticanum: nessuna fonte ufficiale gli assegna partecipazione alla redazione del motu proprio. E il testo di Grillo non menziona Leone XIV nemmeno una volta; il riferimento al Papa e alla nomina di Viola è aggiunto dagli anelli intermedi. Che, per inciso, si lasciano il dato principale: il Bollettino del 10 ottobre ha nominato Vittorio Francesco Viola vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, e con ciò arciprete di San Pietro e presidente della Fabbrica.

Damietta, 1219

Vittorio Feltri firma su Il Giornale Leone, Putin e san Francesco, e bisogna dire due cose. La prima è che cita bene il comunicato, ciò che questa settimana non è poco: raccoglie le due richieste del Papa —la tregua e l’evacuazione volontaria e sicura di civili—, attribuisce la parola «tregua» al Bollettino vaticano e non al Cremlino, e non dice che Putin abbia accettato una tregua, ma che ha accettato di «interagire». Chiama il comunicato «secco come una ricevuta», che è esatto. La seconda è il titolo, deliberatamente equivoco per un lettore di queste cose. Il san Francesco dell’articolo non è Papa Francesco né l’incontro di Assisi: è il santo, e l’episodio è Damietta, nel 1219, quando attraversò le linee della Quinta Crociata per andare a vedere il sultano. L’argomento di Feltri è sul metodo: «osservate bene: non ha chiesto la pace nel mondo». Ha chiesto una cosa concreta in una città concreta.

Da Francesco a Leone XIV, con i buddisti

Adista anticipa sul suo web, firma della «reverenda» Elena Seishin Viviani, Da Francesco a Leone XIV, il dialogo con i buddhisti continua. L’autrice è monaca buddista residente a Torino e vicepresidente dell’Unione Buddhista Italiana, quindi il testo è una lettura dall’altro lato del tavolo, ed è ciò che lo rende interessante.

Sostiene che il cambio di pontificato non ha interrotto il dialogo: cita il discorso di Leone XIV del 19 maggio 2025, dove ha segnato continuità con Francesco e con il documento di Abu Dhabi, e il messaggio per il Vesak di quest’anno, firmato dal cardinale Koovakad, che confronta un passo del Dhammapada con il Discorso della Montagna. E dà peso a un fatto italiano: il patto interreligioso firmato all’Ara Pacis il 25 giugno da quindici confessioni, con la buddista per la prima volta alla pari con le tradizioni storiche, promosso dalla Conferenza Episcopale di Zuppi.

Non dissimula le distanze, ed è qui che vale: la singolarità della rivelazione cristiana di fronte alla formula del «raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini», e il rischio, che segnala dal lato buddista, di appiattire in nome della compassione le differenze tra visioni teiste e non teiste sull’io, la sofferenza e il destino ultimo. Gli atti vaticani che cita non li abbiamo confrontati uno per uno.

Due appartamenti, due riforme, e un errore che circola

Messainlatino ha pubblicato la notte di sabato, firma di «Lorenzo V.», Papa Leone XIV è rientrato nel suo appartamento, con il comunicato ufficiale e due account di vaticanisti dilettanti come supporto del colore. Il dato ufficiale è solido; quello delle foto e dell’ora in cui si è coricato, dai social. Approfittiamo per disfare una confusione che abbiamo visto in vari siti, perché sono due appartamenti diversi e due opere diverse.

Uno è la suite papale del decimo piano del Gemelli, condizionata all’inizio degli anni Ottanta e usata sette volte da Giovanni Paolo II —che da lì è arrivato a parlare del «Vaticano numero tre»— e poi da Papa Francesco. Quella sì era in lavori questo mese, e per questo il Papa non è stato lì: è entrato nell’ala contigua dello stesso piano, nell’area dei pazienti privati. Lo ha raccontato ANSA il giorno 13 al mattino e lo ha confermato Il Post il 16, ma è dato di stampa e non ufficiale: né il Bollettino né le comunicazioni ai giornalisti menzionano il piano né la riforma, e un’altra cronaca della stessa ANSA, due ore dopo, parla del «mini reparto» dei pontefici senza alludere a nessun lavoro.

L’altro è l’appartamento pontificio della Terza Loggia del Palazzo Apostolico, che è quello che abita. Lo ha raccontato Avvenire, firma di Giacomo Gambassi: ha preso possesso il 14 marzo di quest’anno, dieci mesi dopo la sua elezione e dopo nove mesi di lavori, trasferendosi dal Palazzo del Sant’Uffizio con i suoi due segretari, Edgard Iván Rimaycuna Inga e Marco Billeri. Lo spazio era stato vuoto i dodici anni di Francesco e si è riaperto l’11 maggio 2025, al ritirarsi dei sigilli. Quella opera è terminata sette mesi fa. Riassumendo, perché conviene: l’appartamento in riforma era quello dell’ospedale, e il Papa non ci ha dormito. Quello del Palazzo Apostolico era terminato, ed è la finestra da cui ha parlato ieri.

E in breve

Silere non possum ha dato la cronaca dell’alta con tutte le fonti identificate e senza un solo anonimo, ciò che in questa settimana merita di essere detto. Da lì esce il dato che Margaritora ha sessantasei anni e la frase che meglio riassume l’intervista del chirurgo: «un intervento di routine non può considerarsi umanamente di routine».

E finiamo come sempre con il Vangelo del giorno, lunedì della XXIX settimana del tempo ordinario.

«Badate e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche quando uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12, 15).

E la preghiera, che questa settimana continuiamo a recitare con intensità.

«Oremus pro Pontifice nostro Leone. Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius.»

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