Del padre Benedict Kiely
Non so se il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, abbia letto il poema satirico «Absolute and Abitofhell», di monsignor Ronald Knox. Il poema ritrae i professori di Oxford e i chierici della sua epoca, affascinati dal liberalismo teologico: il tipo di ecclesiastici che, secondo san John Henry Newman, egli aveva combattuto per tutta la vita.
I versi di quel poema che vengono in mente a proposito del nostro uomo ad Algeri sono taglienti come l’aceto: «Quando la dolce cortesia, temperando lo zelo intollerante, / corresse “Io credo” in “Si sente”».
Il cardinale Vesco ha recentemente detto diverse cose che andavano oltre la mera cortesia verso i suoi vicini musulmani. La sua prima dichiarazione ha condannato il «proselitismo», definendolo «veleno», ed è stata messa in discussione dal vescovo Robert Barron, che sa qualcosa di evangelizzazione.
Si è scatenata una sorta di tempesta su internet, con i soliti sospetti —i professori knoxiani, come potremmo chiamarli— che condannano il vescovo Barron e ricordano al mondo che il cardinale esercita il suo ministero in una situazione difficile, cioè tra musulmani. I soliti funzionari del sincretismo sostenevano che le parole del cardinale erano state fraintese: non negava la «Grande Commissione» di predicare il Vangelo a tutte le nazioni, né l’appello alla conversione.
Il cardinale Vesco ha cercato di chiarire le sue precedenti dichiarazioni, ma non ha fatto altro che scavare un pozzo ancora più profondo. La Chiesa, ha detto, «non è lì per convertire» e ha «cose migliori da fare» che cercare convertiti tra quelle che ha definito le altre «religioni monoteiste».
La Chiesa, in qualsiasi paese in cui predomina l’islam, si trova certamente in una situazione difficile. Dov’è oggi la grande sede di Ippona, o la città di Tagaste, dove nacque sant’Agostino? La sua antica popolazione cristiana è scomparsa: attaccata prima dalle orde barbare e poi annientata per sempre sotto l’islam.
È difficile proclamare Cristo in condizioni di ostilità, come so fin troppo bene dopo più di dieci anni di aiuto ai cristiani perseguitati in tutto il Medio Oriente. Sorge quindi la domanda: se convertire non è compito della Chiesa, a che scopo esiste Essa?
Durante i primi tre secoli della storia cristiana, tutti i membri della Chiesa, gerarchia e popolo, vissero in situazioni schiacciantemente ostili. Dieci dei dodici apostoli morirono per la fede: Giuda si suicidò, e solo san Giovanni raggiunse una vecchiaia avanzata. I martiri —uomini, donne e bambini— diedero testimonianza della verità della fede cristiana. Credevano, con san Paolo, che non c’è «sotto il cielo altro nome per il quale possiamo essere salvati che il nome di Gesù».
Oggi, nelle terre in cui opera la mia organizzazione benefica, vengono assassinati interi nuclei familiari e martirizzati sacerdoti in un luogo schiacciantemente ostile. Li costringono a lasciare le loro case, abbandonano tutti i loro beni, le loro attività vengono distrutte, perché credono nelle parole di Colui che si proclamò «la Via, la Verità e la Vita».
Ho conosciuto persone che affrontarono la morte per essersi convertite dall’islam. Una signora, minacciata dalla propria famiglia, disse che ormai non importava, perché «conosceva Cristo».
Il dialogo interreligioso è immensamente difficile quando qualcuno vuole tagliarti la testa per ciò che credi. Questo potrebbe persino suggerire che un «dialogo» di questo tipo non ha senso.
Alcuni dicono che il cardinale volesse solo condannare il proselitismo, parola che ha acquisito una connotazione moderna che la rende impopolare. Il significato moderno implica qualcosa di più della persuasione: suggerisce una qualche forma di coercizione. Contro il cardinale Vesco, l’idea che possa esistere la minima possibilità di conversioni coattive o forzate in un paese musulmano è pura fantasia.
Più che la conversione forzata, il cardinale si riferisce con tutta chiarezza all’atto stesso della conversione. Tuttavia, l’origine della parola proselitismo, come fu intesa per secoli, deriva dal greco e significa «colui che è arrivato»: un proselito.
I seguaci di Gesù Cristo affermavano, con grande umiltà, di essere «arrivati» alla verità. Il «compito» di chi era arrivato alla verità era, secondo la Verità stessa, raccontare agli altri questa Buona Novella. In effetti, Egli incaricò i suoi discepoli di fare esattamente questo. «Guai a me —disse san Paolo— se non annuncio il Vangelo!» (1 Corinzi 9,16).
Papa Francesco, all’inizio del suo pontificato, affermò con fermezza che la Chiesa non è un’ONG. Altri possono educare, nutrire, dare alloggio e soddisfare le esigenze mediche di diverse popolazioni, spesso meglio della Chiesa. A che scopo esiste allora la Chiesa, se non per la proclamazione e la conversione?
È stato inutile quel lavoro? Non dovremmo aiutare i nostri fratelli perseguitati se tutte le religioni sono uguali? Importa poco se si crede in Gesù, in Maometto o, tanto per dire, in Buddha? Se abbiamo «cose migliori da fare», quali sono esattamente?
Hilaire Belloc, un altro nemico dei professori affettati, si stupiva della «permanenza e resistenza» di ciò che considerava, a ragione, un’eresia cristiana (cioè l’islam). La definì «la negazione più potente dell’Incarnazione, la negazione che arrivò armata e vittoriosa».
Per chi crede in Cristo (nel «romanzo emozionante dell’ortodossia», come disse Chesterton), un’eresia è qualcosa da combattere, non da accettare debolmente né da elogiare. Un cardinale della Santa Romana Chiesa veste di rosso per una ragione: perché versare il sangue per Cristo —essere martire, anche se non lo si cerca— è la forma suprema di testimonianza.
I martiri degli ultimi venti secoli —gli uomini, le donne e i bambini che in questo stesso momento stanno morendo unicamente per la loro fede in Cristo— non sono di quelli che pensano che la conversione non importi. Hanno trovato la verità che li rende liberi, anche se devono morire proclamandola.
Se la Chiesa ha «cose migliori da fare» che convertire la gente a Cristo, allora, come commentò una volta Flannery O’Connor ad alcuni amici che sostenevano che l’Eucaristia è solo un simbolo, se l’insegnamento della Chiesa non è vero, allora «al diavolo con essa».
Ma la Chiesa ha già la «migliore» cosa da fare: e le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa.
Sull’autore
Il padre Benedict Kiely è sacerdote dell’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham. È il fondatore di Nasarean.org, che aiuta i cristiani perseguitati.