La Rete Boliviana dei Sopravvissuti agli Abusi nella Chiesa ha definito «un semplice gesto simbolico» l’espulsione del gesuita Francesc Peris, di 84 anni, accusato di aver abusato di 22 minori in Spagna e Bolivia. Lo ha dichiarato il suo portavoce, Pedro Lima, a The Pillar in un reportage pubblicato il 20 ottobre, in cui sostiene che la misura non risponde alla complicità della Compagnia di Gesù e può servire a eludere la responsabilità istituzionale.
La Compagnia ha annunciato il 5 ottobre l’espulsione di Peris, conosciuto come «padre Cesc», dallo stato clericale e dall’ordine, dopo che un processo penale canonico lo ha dichiarato colpevole di diversi reati. Tuttavia, il religioso continuerà a vivere in una residenza gesuita, sottoposto, secondo l’accordo sottoscritto con l’ordine, a sorveglianza e supervisione costanti. InfoVaticana ha già informato di quella decisione e del riconoscimento di «gravi errori» da parte della Compagnia.
Le condizioni della sua permanenza nella residenza
Secondo The Pillar, l’accordo impedisce a Peris di avere contatti con minori o adulti vulnerabili, di uscire dalla residenza senza autorizzazione o di comunicare con le sue vittime. I fatti a lui attribuiti vanno dal 1974 al 2004, e le vittime collocano l’origine degli abusi negli anni ’60 in una scuola di Barcellona, dove, secondo il loro racconto, faceva uscire gli alunni dalla classe per portarli nella sua stanza.
Peris fu inviato in Bolivia nel 1983, dove lavorò nel collegio Juan XXIII di Cochabamba, e tornò in Spagna nel 1984, cosicché le denunce continuarono fino a quando nel 2005 fu trasferito dal collegio barcellonese a una residenza. All’inizio di quest’anno, un tribunale spagnolo ha stabilito che non poteva essere processato per via penale perché i reati erano prescritti, circostanza che InfoVaticana ha riportato a gennaio.
Le vittime chiedono che vengano denunciati coloro che hanno coperto
Lima ha dichiarato a The Pillar che l’espulsione «è meramente un gesto simbolico» e che non affronta la complicità dei gesuiti. I sopravvissuti accusano inoltre la Compagnia in Bolivia di aver coperto gli abusi di diversi sacerdoti, un’accusa che hanno portato anche all’ambito istituzionale catalano, come ha pubblicato questo quotidiano ad aprile. Da parte sua, l’organizzazione SNAP, rete statunitense di sopravvissuti agli abusi clericali, ha diffuso lo stesso giorno il reportage con il titolo che l’espulsione è un «gesto vuoto», e ha riassunto la posizione delle vittime con la frase «il perdono non è giustizia».
In questa stessa linea di rivendicare responsabilità ai superiori, le vittime del caso Pedrajas hanno chiesto alla Chiesa che scomunichi gli exprovinciali gesuiti Alaix e Recolons, condannati in Bolivia per aver coperto gli abusi di Alfonso Pedrajas.