Isabel la Católica, i martiri del 1936 e la memoria che la Chiesa non vuole difendere

Isabel la Católica, i martiri del 1936 e la memoria che la Chiesa non vuole difendere

In un post rivolto ai suoi follower, il P. Tomás Beroch parte da una premessa sfumata. L’espulsione degli ebrei del 1492 fu, a suo giudizio, una decisione politica e non è esente da errori, ma un errore politico «non sempre è un peccato». Da lì difende che la decisione vada giudicata secondo la mentalità del XV secolo e non debba impedire alla Chiesa di riconoscere la santità personale della regina.

Una causa aperta nel 1958

I fatti sulla causa sono documentati. La fase diocesana iniziò nel 1958 nell’arcidiocesi di Valladolid e si concluse nel 1972. Già a Roma, la positio storica ricevette l’approvazione nel 1990. Il passo successivo è ancora in sospeso: la Commissione Teologica vaticana deve emettere il suo parere affinché Isabella possa essere dichiarata Venerabile, requisito preliminare alla beatificazione.

Le richieste dell’episcopato spagnolo non sono mancate. La Conferenza Episcopale chiese a Giovanni Paolo II nel 1993 di accelerare la causa, e lo fece di nuovo nel 1997 e nel 2001. Il cardinale José Saraiva Martins, allora prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, assicurò che la causa non era ferma, ma procedeva. Il P. Beroch attribuisce lo stallo alla pressione della comunità ebraica, per la quale la regina è responsabile dell’espulsione. Questa spiegazione circola da anni, ma Roma non l’ha mai confermata ufficialmente.

Due papi, due silenzi

Il sacerdote paragona la causa di Isabella a quella dei martiri della persecuzione religiosa in Spagna. Sostiene che sotto Paolo VI quei processi rimasero congelati per pressione dell’Unione Sovietica, sebbene non si mostri con un sostegno documentale noto. Altri storici collocano quella paralisi in una linea di prudenza vaticana che risaliva a Pio XII. Il cambiamento arrivò con Giovanni Paolo II, che beatificò centinaia di loro. Ad esempio, nel marzo 2001 elevò agli altari 233 martiri e insistette sul fatto che erano martiri della fede e non della politica. I papi successivi continuarono quel cammino. Oggi ci sono più di 2.200 martiri di quella persecuzione beatificati, e undici di loro sono stati canonizzati.

Per l’autore, entrambi i casi mostrano la stessa cosa: la Chiesa avrebbe rinunciato alla sua memoria per non infastidire chi la attaccava. Nel caso di Isabella, la pressione sarebbe stata morale. In quello dei martiri, geopolitica.

Memoria, perdono e leggenda nera

La riflessione si conclude sul terreno della memoria storica. L’autore cita Vittorio Messori (Leyendas negras de la Iglesia) e Cristián Rodrigo Iturralde (La Inquisición: un tribunal de misericordia) per sostenere che l’autocritica ecclesiale si è trasformata in autodesprezzo. Ricorda che le richieste di perdono di Giovanni Paolo II si riferivano ai peccati dei figli della Chiesa, non a una condanna delle istituzioni.

Quella distinzione, che il P. Beroch definisce «sottile, ma decisiva», è al centro del dibattito sulla causa. La dichiarazione delle virtù eroiche non canonizza decisioni di governo: esamina la vita cristiana di una persona. Resta aperta la domanda se la Santa Sede possa separare entrambi i piani nel caso di Isabella I di Castiglia senza che il gesto venga letto in chiave politica.

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