Il nome di Padre Pio è uno tra i tanti e variopinti argomenti utilizzati per accreditare le presunte apparizioni di San Sebastián de Garabandal. Pochi santi contemporanei suscitano una venerazione così profonda e possiedono una reputazione carismatica così singolare. Per questo, affermare che il cappuccino di Pietrelcina riconobbe quelle “apparizioni” produce un effetto persuasivo immediato, specialmente quando l’affermazione è accompagnata da lettere, fotografie e testimonianze di religiosi che lo conobbero. Ma produce quell’effetto persuasivo in coloro che non sono in grado di cogliere l’elementare trappola logica, a cui un commentatore di questi articoli – non io – chiama, difendendoli, “stupidi funzionali”. Perché un’indagine accurata scopre che sotto l’espressione «Padre Pio avallò Garabandal» si raccolgono materiali di natura molto diversa, la cui forza probatoria non può essere considerata equivalente.
C’è una lettera anonima datata 1962; una risposta spirituale situata nel 1964; una lettera indirizzata a Madre Nieves nel gennaio 1968; una nota per Conchita, attribuita a Padre Pellegrino e datata agosto dello stesso anno; il ricordo di una visita di Conchita a San Giovanni Rotondo; le testimonianze di Joey Lomangino e Joachim Bouflet; e, infine, una spiegazione trasmessa dopo la morte del santo sul “Miracolo” annunciato. Non siamo, dunque, di fronte a una sola lettera né a un unico racconto. Proprio per questo è necessario separare i pezzi: l’apparente abbondanza di documentazione non dispensa dall’esaminare cosa dimostra ciascun documento.
Una lettera esistente, una paternità da dimostrare
Il primo pezzo reca la data del 3 marzo 1962. Secondo il racconto raccolto da Padre Eusebio García de Pesquera, una lettera scritta in italiano arrivò alle bambine e fu tradotta da Félix López, ex seminarista e maestro a Garabandal. Lo scritto era privo di firma. La sua attribuzione a Padre Pio si basò, da un lato, sull’impressione del traduttore riguardo al suo stile e, dall’altro, sull’identificazione che Conchita disse di aver ricevuto dalla stessa apparizione, che le spiegava tantissime cose.
Nel novembre 2018, una pubblicazione favorevole a Garabandal diffuse fotografie di ciò che presentava come l’originale: un testo dattiloscritto in italiano, una busta indirizzata a Conchita e un foglio in spagnolo con un particolare «Rosario della Vergine di Fatima». Quella pubblicazione avvertiva, inoltre, che alcune riproduzioni manoscritte precedentemente diffuse erano copie o traduzioni, non l’originale. La sfumatura è molto importante: una copia scritta a mano non può essere utilizzata per accreditare la calligrafia di Padre Pio, ma nemmeno per confutare la paternità di un testo il cui presunto originale è dattiloscritto.
La prudenza va applicata in entrambe le direzioni. Non sarebbe corretto affermare che la lettera è scritta di pugno dal santo, perché le fotografie pubblicate mostrano un testo dattiloscritto; nemmeno sarebbe corretto dichiarare provata la sua falsità mediante un confronto calligrafico effettuato su una copia. Il primo obbligo dell’investigatore consiste nell’identificare quale oggetto ha davanti: originale, trascrizione, traduzione o riproduzione tardiva. Senza questa distinzione, la discussione può raggiungere un’intensità considerevole mentre le parti parlano, letteralmente, di carte diverse.
Lo scritto del 1962 contiene un’affermazione straordinaria: il mittente assicura di aver ricevuto quella mattina una comunicazione della Vergine riguardo alle bambine. Non si limita a offrire loro preghiere o una benedizione; riferisce un intervento soprannaturale. Per questo la sua paternità richiede una verifica particolarmente accurata: quanto maggiore è l’affermazione attribuita a una persona, tanto meno ragionevole risulta accontentarsi di indizi generali sulla sua provenienza.
Un timbro non firma per nessuno
Le fotografie della busta mostrano un timbro di provenienza conventuale. La pubblicazione del 2018 lo confronta con un altro utilizzato nella corrispondenza di San Giovanni Rotondo e ritiene che quella coincidenza accrediti l’origine della spedizione. È un indizio che merita di essere esaminato, non scartato sistematicamente. Ma accreditare una provenienza istituzionale e certificare una paternità personale sono operazioni distinte.
Un timbro conventuale, se se ne verifica l’autenticità e il collegamento con la spedizione, può sostenere che una lettera passò per il convento o fu inviata da esso; non identifica di per sé chi la compose, la dettò o autorizzò. Allo stesso modo, la data dattiloscritta all’interno di una lettera non equivale automaticamente a una data postale verificata. Per stabilire con sicurezza la storia materiale dell’insieme bisognerebbe esaminare l’originale, i timbri postali leggibili, il rapporto tra busta e contenuto e la sua catena di conservazione.
La pubblicazione favorevole compie, tuttavia, un passo ulteriore: sostiene che, poiché il mittente parla di un’apparizione della Vergine e Padre Pio era noto per le sue esperienze mistiche, l’autore non poteva essere altri! Ma quella deduzione presuppone proprio ciò che dovrebbe dimostrare: che la comunicazione soprannaturale raccontata nella lettera avvenne realmente e che chi la scrisse era autorizzato a parlare a nome del cappuccino. Se il testo esprime la rivendicazione di un’esperienza mistica, non contiene, per questo solo fatto, la prova di quell’esperienza né l’identificazione di chi la rivendica.
Il problema non sta nel riconoscere un indizio di provenienza, ma nel trasformarlo in un’identificazione esclusiva. Un timbro accredita ciò che accredita; chiedergli inoltre di fungere da firma, testimone e perizia di autenticità significa forse caricare troppo lavoro su un piccolo rettangolo d’inchiostro.
Garabandal come prova di Garabandal
Nell’intervista diffusa dalla rivista Needles nel 1975, Conchita spiegò che, avendo chiesto all’“apparizione” chi inviava la lettera, ricevette come risposta il nome di Padre Pio. In quella stessa intervista ricordò un’altra piccola risposta che le attribuiva, relativa al suo desiderio infantile di vederlo in Spagna. Questi ricordi fanno parte della tradizione testimoniale, ma non devono confondersi con l’esibizione e l’autenticazione degli scritti corrispondenti.
L’identificazione mediante l’apparizione pone una difficoltà logica insormontabile se si pretende di utilizzarla come prova esterna. Si desidera accreditare Garabandal per l’autorità di Padre Pio, ma si accredita l’intervento di Padre Pio mediante una dichiarazione proveniente da Garabandal. Per chi già crede in quelle peculiari “apparizioni”, la spiegazione può risultare soddisfacente; per chi sta esaminando se furono autentiche, non costituisce una corroborazione indipendente.
Neppure l’impressione stilistica di Félix López risolve la questione. Riconoscere in una lettera un tono che ricorda uno scrittore è una congettura legittima; attribuirgliela documentalmente richiede di più. L’affinità di linguaggio può orientare un’indagine, ma non sostituirla.
Pellegrino: una firma e una lettera diverse
Padre Pellegrino Funicelli fu un cappuccino che assistette Padre Pio e lasciò una relazione delle ultime ore del santo, conservata e diffusa dai responsabili di San Giovanni Rotondo. La sua vicinanza al cappuccino è, quindi, documentata da fonti estranee alla propaganda garabandalista e deve essere riconosciuta senza riserve.
Ma la nota attribuita a frate Pellegrino è datata 22 agosto 1968, non il 3 marzo 1962. Questo è il pezzo a cui José María Zavala si riferisce nel suo articolo «Garabandal: la lettera di Padre Pio a Conchita», pubblicato il 22 agosto 2013. Il testo, riprodotto anche in altre pubblicazioni, trasmette una preghiera di Padre Pio affinché la Vergine consoli Conchita e la conduca alla santità, seguita da una benedizione. Zavala identifica espressamente il firmatario come Padre Pellegrino. Qui la questione documentale cambia. Non si tratta più di uno scritto anonimo la cui paternità si deduce dal racconto di un’apparizione, ma di una nota che si presenta come firmata da un religioso noto e vicino al santo, comunicando parole di questi. Se si autenticano l’originale e la firma, può costituire una testimonianza scritta di vero interesse sulla benevolenza di Padre Pio verso Conchita. Ora, proprio perché il pezzo è più concreto, risulta anche più facile precisare ciò che non dice. Non dichiara soprannaturali le apparizioni; non menziona una rivelazione che le confermi; non autentica i messaggi; non si pronuncia sulle profezie. Chiede conforto e santità per una persona e le trasmette una benedizione. Un sacerdote può benedire qualcuno senza ratificare tutte le sue affermazioni. Può anche pregare per la sua santificazione proprio perché sta attraversando una situazione confusa o dolorosa. La benedizione non costituisce una certificazione storica delle sue esperienze. La difficoltà principale di questa nota non deve necessariamente essere la sua falsità materiale: basta notare la distanza tra il suo contenuto e la conclusione che alcuni ne traggono. Una lettera autentica può essere interpretata abusivamente. E nessuna autenticazione della nota di agosto 1968 si trasferirebbe, per contagio, alla lettera anonima di marzo 1962: sono documenti diversi, con date, contenuti e problemi di attribuzione diversi.
Più lettere non significano più approvazioni
Le raccolte favorevoli includono una risposta datata 28 ottobre 1964, in cui si assicura a Conchita il ricordo di Padre Pio nelle sue preghiere, le si raccomanda di confidare nella misericordia divina e le si trasmette una benedizione paterna. Anche in questo caso, il contenuto divulgato è di direzione e conforto spirituale, non una dichiarazione esplicita di soprannaturalità. La sua eventuale autenticità accrediterebbe un rapporto di corrispondenza; non dimostrerebbe di per sé l’origine divina delle visioni.
C’è, inoltre, un pezzo che impedisce di formulare la questione come se esistessero solo scritti anonimi. Il numero di gennaio-marzo 2023 di Garabandal Journal riproduce una lettera datata 22 gennaio 1968, indirizzata a Madre Nieves. Nella fotografia si apprezza un testo di risposta spirituale e una firma attribuita a Padre Pio; la rivista offre anche una traduzione. L’immagine pubblicata merita di essere considerata, sebbene una riproduzione fotografica non equivalga a una perizia dell’originale. Ciò che è decisivo per questo esame è che il suo testo contiene esortazioni e preghiere, non un riconoscimento esplicito di Garabandal.
Non sarebbe, quindi, esatto affermare in modo indiscriminato che non si conserva né si pubblica corrispondenza attribuita al santo in relazione a persone legate a Garabandal. Si pubblica, ma ciò non permette di attribuire a tutta quella corrispondenza lo stesso significato. Una lettera a una religiosa che conosceva Conchita non dimostra automaticamente le visioni di Conchita; una preghiera per lei non autentica le sue profezie; e una firma su un documento non risolve la paternità di un altro.
La domanda pertinente non è semplicemente quante lettere esistono, ma quali contengono l’affermazione che si pretende dimostrare.
Dove finisce il documento e inizia l’interpretazione
L’articolo di Zavala presenta la nota di frate Pellegrino e aggiunge che Padre Pio avrebbe già riconosciuto le apparizioni durante una conversazione con Joey Lomangino nel 1963. Ma queste due affermazioni hanno fondamenti diversi: la prima rimanda a uno scritto; la seconda, alla testimonianza di una conversazione. La nota non incorpora quella conversazione né dichiara che le apparizioni fossero vere. Questa distinzione permette di esaminare rispettosamente l’argomento senza attribuire mala fede al suo autore. Zavala può considerare convincente la convergenza dei racconti, ma la sua convinzione non altera la natura delle fonti. Un documento che trasmette una benedizione non diventa documento di autenticazione perché viene pubblicato insieme a una conversazione favorevole. Il passaggio da «esiste una lettera» a «le apparizioni furono autenticate» richiede passaggi intermedi che devono essere dimostrati separatamente. L’esistenza materiale di uno scritto, la sua attribuzione, la sua interpretazione e il suo ambito ecclesiale sono questioni correlate, ma non intercambiabili.
Testimoni diretti, prove non definitive
Joey Lomangino riferì che, durante la sua visita del 1963, chiese a Padre Pio se fosse vero che la Vergine appariva a Garabandal e ricevette una risposta affermativa. Non sarebbe corretto trattare quel racconto come se il suo narratore avesse solo sentito una voce: si presenta come testimone diretto. Se avvenne esattamente come lo raccontò, accrediterebbe un’opinione favorevole del cappuccino. Ma restiamo di fronte alla testimonianza su una conversazione, non a una dichiarazione scritta di Padre Pio il cui tenore e contesto possano essere verificati indipendentemente.
Più sviluppato è il racconto di Joachim Bouflet, che colloca il suo incontro il 23 agosto 1968. Secondo la sua narrazione, Padre Pio lo esortò a consacrarsi alla Vergine del Carmelo apparsa a Garabandal e confermò verbalmente la veridicità delle apparizioni. Bouflet afferma anche di aver scritto quella stessa notte le parole che ricordava. Quest’ultimo dettaglio deve essere menzionato, perché impedisce di descrivere la sua testimonianza semplicemente come una ricostruzione senza alcun sostegno contemporaneo allegato. Tuttavia, affermare che furono prese note nel 1968 non equivale a offrire all’investigatore quel manoscritto originale, con la sua data, provenienza e conservazione verificabili. La pubblicazione successiva del ricordo e l’eventuale nota contemporanea sono due oggetti diversi. Neppure la presenza di altri religiosi vicino a una conversazione costituisce una corroborazione finché non si identifichi cosa sentirono e dove lasciarono testimonianza di ciò.
Questi racconti possiedono un valore testimoniale che non deve essere annullato arbitrariamente. Ma nemmeno possono ricevere una categoria superiore a quella che hanno. È ragionevole dire che ci sono persone che attribuirono direttamente a Padre Pio parole favorevoli; non lo è affermare che per questo disponiamo di un’autenticazione documentale definitiva di Garabandal.
Una profezia e la sua spiegazione successiva
L’episodio di Lourdes appartiene a ottobre 1968, dopo la morte di Padre Pio.
L’episodio ebbe luogo a Lourdes, nell’ottobre 1968, poche settimane dopo la morte di Padre Pio. Il racconto sostiene che lì frate Bernardino Cennamo consegnò a Conchita González il velo che aveva coperto il volto del santo cappuccino e le trasmise la “nota di agosto”: determinate parole che gli venivano attribuite. Chiedendogli lei come potesse essere morto chi, secondo la predizione, doveva vedere il Miracolo, il religioso avrebbe spiegato che Padre Pio lo aveva visto prima di morire. Padre García de Pesquera raccoglie questo episodio in Se fue con prisas a la montaña. Nella traduzione inglese dell’opera, la nota corrispondente identifica inizialmente l’intermediario mediante un’abbreviazione e propone la sua identificazione con Cennamo; rimanda, inoltre, a un opuscolo di Padre Alfred Combe intitolato Conchita parle du Padre Pio. Quel riferimento permette di riconoscere parte della trasmissione letteraria del racconto, ma non trasforma la spiegazione orale nel contenuto della lettera di Pellegrino.
Questo è il punto decisivo: la nota datata 22 agosto non dice che Padre Pio avesse visto il Miracolo. L’affermazione proviene dalle parole attribuite a Cennamo. Il documento e la spiegazione vengono consegnati insieme all’interno del racconto, ma non devono fondersi come se il primo certificasse la seconda. Si può ammettere che Cennamo potesse stare trasmettendo fedelmente una confidenza. Ciò che non si può è considerare provato il contenuto soprannaturale di quella confidenza mediante l’esistenza di uno scritto che non lo menziona. Per stabilire meglio l’episodio sarebbe necessario localizzare e confrontare dichiarazioni proprie di Cennamo, la sua data e le sue circostanze, nonché qualsiasi testimonianza scritta indipendente di Pellegrino su quella presunta visione. Inoltre, la spiegazione appare quando la morte del santo aveva creato una difficoltà per l’interpretazione attesa della profezia. Ciò non dimostra che fu inventata, ma obbliga a esaminarla con particolare cura: una spiegazione che preserva una predizione ha bisogno di una corroborazione propria, non è dimostrata dalla predizione che viene a preservare.
La ripetizione non moltiplica i testimoni
Il fatto che questa storia sia riprodotta in numerose pubblicazioni non significa che esistano altrettante testimonianze indipendenti. Spesso riappaiono gli stessi pezzi: la narrazione di García de Pesquera, l’intervista di Conchita, il ricordo di Lomangino, il racconto di Bouflet e la nota di Pellegrino. La loro riproduzione in diverse lingue o pubblicazioni aumenta la loro diffusione, non necessariamente la loro corroborazione.
La metodologia storica esige di risalire fino al testimone o documento più prossimo al fatto. Dieci articoli che copiano un’intervista continuano a dipendere da un’intervista. Cinque autori che citano una nota non apportano cinque note. E una conclusione ripetuta con crescente sicurezza non acquisisce per questo una fonte nuova.
Neppure sarebbe giusto esigere che ogni documento autentico porti forzatamente un sigillo solenne o una certificazione moderna: molte lettere private sono autentiche senza quelle formalità. Ciò che è necessario è un insieme sufficiente di indizi convergenti e un’interpretazione proporzionata al loro contenuto. Nella documentazione esaminata ci sono indizi di rapporto e benevolenza, documenti di preghiera e benedizione e testimonianze di approvazione verbale; non c’è uno scritto personale inequivocabile di Padre Pio che riconosca esplicitamente la soprannaturalità di Garabandal.
La santità non dispensa dalla prova
La conclusione non deve essere che tutto sia necessariamente falso, né che Padre Pio non potesse mai aver mantenuto un’opinione favorevole. Entrambe le affermazioni eccederebbero ciò che è stato verificato. C’è una tradizione testimoniale rilevante e vari pezzi di corrispondenza che devono essere studiati individualmente.
La conclusione rigorosa è che non è stato dimostrato, mediante i documenti esaminati, un’autenticazione conclusiva di Garabandal da parte di Padre Pio. La lettera più esplicitamente approvativa rimane senza firma e con un’attribuzione discutibile; le lettere e note meglio identificate non contengono quel riconoscimento; e le affermazioni più perentorie dipendono da testimonianze di conversazioni la cui corroborazione documentale indipendente non è stabilita.
Anche se si dimostrasse pienamente che il santo espresse un’opinione privata favorevole, quell’opinione continuerebbe a essere fallibile. La canonizzazione riconosce la santità di una persona, non garantisce l’esattezza di tutti i suoi giudizi storici né trasforma ogni sua conversazione in sentenza ecclesiale. Padre Pio poteva ascoltare un racconto incompleto, confidare in una persona o formarsi un’impressione benevola senza possedere per questo conoscenza infallibile del fenomeno. Venerarlo esige, anche, di non mettere il suo nome al servizio di conclusioni maggiori delle sue parole verificabili. La sua autorità spirituale merita qualcosa di meglio che essere utilizzata per coprire gli spazi vuoti di una dimostrazione. Le benedizioni possono conservare tutta la loro bellezza; le testimonianze, il valore che legittimamente loro compete. Ciò che non devono ricevere è la capacità di chiudere un’indagine che ancora lascia domande aperte. San Pio non ha bisogno che Garabandal sia vero per conservare intatta la sua santità. Chi desidera appoggiarsi a lui dovrebbe procurare, per la stessa ragione, che il suo prestigio non faccia dire ai documenti ciò che questi, esaminati con pazienza, non dicono.