Di Robert J. Kurland
Tra qualche settimana (mentre scrivo) arriveranno le feste ebraiche: Rosh Hashaná, il Capodanno ebraico, e Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione. [Nota dell’editore: oggi, 21 settembre.] E di nuovo mi chiedo: sono un ebreo cattolico o un cattolico ebreo? C’è una differenza. Il sostantivo, la seconda parola, trasmette l’identità fondamentale; l’aggettivo è un modificatore.
Un cattolico irlandese non è lo stesso che un irlandese cattolico. Fino a 32 anni fa, non mi sarei posto la domanda su cosa significassero le due frasi del titolo. Ero un ebreo agnostico che digiunava a Yom Kippur e celebrava la Pasqua ebraica con un Seder familiare, ma per il resto: senza religione.
Mia moglie, una cattolica di nascita che amava tutto ciò che era ebraico (me compreso), sapeva cucinare il kugel, la zuppa di polpette di matzah, ecc., meglio di quanto mia madre o mia nonna avessero mai potuto, così i desideri etnici che potevo avere (soprattutto culinari) erano soddisfatti.
Dopo la mia conversione, il posto degli ebrei e della storia ebraica cominciò a importarmi. Studiando la dottrina cattolica, scoprii che l’ebraismo era il fondamento della fede cattolica. E cominciai a chiedermi: qual era la mia identità: ebreo o cattolico?
Alla prima Messa pensai: questo assomiglia a un Seder: il vino, il lavaggio delle mani, tutte le frasi. Conclusi che ero come un cattolico irlandese, un cattolico italiano, non come il gruppo con cui mi relazionai nei primi anni della mia vita cattolica, i cattolici ebrei che insistevano nel conservare un’identità ebraica e alcune pratiche religiose ebraiche.
Mi dava fastidio cercare di essere ebreo e cattolico allo stesso tempo. Non mi ero forse rifiutato di fare il Bar Mitzvah perché, nella mia arroganza intellettuale adolescenziale, sentivo che le signore con cappotti di pelliccia del tempio riformato erano ipocrite?
Da bambino soffrii bullismo e commenti crudeli per essere ebreo. E non potevo, a 65 anni (quando mi convertì), concentrarmi sull’ebraico, la Torah, le candele del venerdì; mi erano così sconosciuti come se fossi stato cresciuto battista.
Ora mi chiedo se quell’esperienza dell’infanzia sia stata, in effetti, la vera ragione per cui rifiutai la religione dei miei bisnonni rabbinici. Forse il tentativo di non essere ebreo corre in famiglia. Mio nonno materno fuggì dal suo shtetl russo a Parigi perché suo padre, il rabbino del villaggio, non gli permetteva di studiare calcolo invece della Torah.
Mio nonno andò a Parigi, perse la fede religiosa, ma rimase ebreo. Un altro ebreo arrivò in Francia da bambino, si convertì alla fede da adolescente mentre veniva protetto dagli invasori nazisti, fu ordinato sacerdote e salì, come amico di papa san Giovanni Paolo II, al rango di cardinale.
Fu Jean-Marie (nato «Aaron»), il cardinale Lustiger. Conservò la sua identità ebraica fino alla fine della sua vita e oltre: chiese che il Kadish, la preghiera cerimoniale ebraica per i morti, fosse recitata fuori dalla chiesa prima della sua Messa funebre cattolica. Rispondendo alle critiche degli ebrei francesi che non doveva reclamare un’identità ebraica, disse: «Sono nato ebreo, e così resto».
Sia mio nonno che il cardinale Lustiger concordavano: un ebreo rimane ebreo. Vorrei avere la loro certezza su chi ero e chi sono.
Se la mia identità fondamentale non è quella di un ebreo, perché digiuno? Esaminiamo prima quell’espressione «identità fondamentale». Fondamentale significa primario, precedente a qualsiasi altra qualità. Il cardinale Lustiger disse: «Sono nato ebreo, e così resto». Voleva dire che la sua identità fondamentale era quella di un ebreo, che essere ebreo in tutto aveva priorità? Non credo.
Il mio ebraismo è il mio background familiare, ebrei ashkenaziti di terza generazione dell’Europa dell’Est: un background formativo, ma non determinante.
La Chiesa stessa ha detto in una dichiarazione del Vaticano II (Nostra aetate) che l’alleanza tra Israele e Dio non è mai stata revocata. Inoltre, il cardinale Lustiger andò oltre affermando che la vocazione di Israele era portare la luce alle nazioni e che il cristianesimo era il mezzo per farlo. La sua fede cattolica definiva il suo ebraismo.
Allora, che dire del digiuno? Sostengo che è un mezzo per dimostrare e rafforzare la fede. Per esempio, prima che il Tempio fosse distrutto, il sacerdote mandava il capro espiatorio nel deserto con i peccati del popolo chiusi nel nastro rosso legato alle sue corna.
Scomparvero la penitenza e il perdono dei peccati quando questo non fu più possibile? No. Per me, il sacramento della Riconciliazione è il vero sostituto della cerimonia del Tempio.
Come ebreo agnostico digiunavo, credendo nel Dio di Spinoza, nel Dio di Einstein, «Der Alte» (il Vecchio, immanente nelle leggi della natura). Dal mercatino della mia eredità ebraica scelsi un mezzo per purificarmi davanti a un Dio che forse esisteva. Non era una dichiarazione di fede ebraica.
Digiunare come cattolico è diverso per me. Sebbene il digiuno sia questione di disciplina, non di dogma, è importante che io rinunci a qualcosa, che faccia penitenza; importante non per rendermi più pulito o migliore, ma per partecipare in modo molto minore alla Passione di Cristo.
Digiuno a Yom Kippur come i cattolici italiani di Wilmington portano sant’Antonio per le strade di Little Italy ogni giugno: un giorno della mia gente, conservato dentro la Chiesa. Loro festeggiano; io digiuno. Ma il mio digiuno di Yom Kippur è un digiuno cattolico, non il digiuno ebraico più rigoroso, che è senza acqua né cibo, dal tramonto al tramonto.
Così, alla fine: ebreo cattolico, non cattolico ebreo.
Sull’autore
Bob Kurland è un fisico in pensione di età avanzata (BS Caltech—con lode, 1951; MA, PhD Harvard, 1953, 1956). Nel 1995 divenne cattolico. Scrive «non tanto per discorrere con autorità su argomenti che mi sono noti quanto per conoscerli meglio discorrendo devotamente su di essi» (sant’Agostino, «La Trinità» 1,8).