Il taglio che Leone XIV ha appena abrogato faceva risparmiare circa 8.000 euro per cardinale

Il taglio che Leone XIV ha appena abrogato faceva risparmiare circa 8.000 euro per cardinale
El Papa y los cardenales en oración junto al altar de la Cátedra, en San Pedro, para el Consistorio de 2020 (Vatican News)

Il taglio del dieci per cento sullo stipendio mensile dei cardinali che Leone XIV ha abrogato il 14 settembre faceva risparmiare alla Santa Sede circa 8.000 euro all’anno per ogni cardinale residente a Roma. La cifra è stata pubblicata da Ed Condon sul portale The Pillar, in un’analisi datata 14 settembre, e colloca la misura approvata da Francesco nel 2021 nella sua reale dimensione: un gesto di austerità di scarso peso contabile e alta visibilità, la cui abrogazione ha esattamente le stesse due proprietà, invertite.

L’aritmetica è semplice. Se il risparmio per cardinale si misura in migliaia di euro e il disavanzo strutturale della Curia si misura in decine di milioni, la misura del 2021 non ha mai potuto essere uno strumento di risanamento. Neppure la sua abrogazione peggiora i conti in modo apprezzabile. Ciò che cambia è il messaggio.

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Un disavanzo strutturale che resta nell’ordine delle decine di milioni

Il disavanzo strutturale della Santa Sede è sceso da 83,5 milioni di euro nel 2023 a 44,4 milioni nel 2024. Il miglioramento è reale, anche se non è stato accompagnato da una riduzione della spesa: i costi operativi sono passati da 1.235,6 milioni a circa 1.275 milioni, quasi 40 milioni in più.

La Segreteria per l’Economia ha attribuito la riduzione del disavanzo a un incremento di quasi 79 milioni di euro nelle entrate, trainato dalla crescita delle donazioni, dall’attività ospedaliera e dalla gestione immobiliare e commerciale. L’esercizio si è chiuso inoltre con un avanzo di 1,6 milioni grazie ai rendimenti finanziari, alle vendite puntuali di attività e all’aumento delle donazioni.

APSA: più patrimonio, meno risultato operativo

È pubblicato e risulta anche il rapporto annuale dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica relativo al 2025. Il patrimonio netto è passato da 2.597 milioni di euro a 2.686 milioni: 89 milioni in più. Il dettaglio spiega da dove provengono: 40,8 milioni per la rivalutazione dell’oro fisico del portafoglio, 39,2 milioni per l’aumento del valore degli immobili e 16,3 milioni per la valutazione positiva delle attività finanziarie. L’oro non è stato venduto e gli edifici restano dove si trovavano. Ciò che è cambiato è il prezzo a cui vengono iscritti in bilancio.

Il dato decisivo è nell’altra colonna. Il risultato operativo di APSA è stato di 22,8 milioni di euro nel 2025, rispetto a 62,2 milioni nel 2024. L’ente ha trasferito integralmente i 22,7 milioni richiesti per il funzionamento della Curia Romana e ha chiuso l’esercizio con un avanzo di 155.000 euro. Vale a dire: il valore nominale del portafoglio è aumentato di 89 milioni mentre la capacità di generare entrate ordinarie è scesa a poco più di un terzo rispetto all’anno precedente.

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Il presidente di APSA, l’arcivescovo Giordano Piccinotti, ha spiegato nella presentazione del rapporto che il 2025 riflette il ritorno a una gestione ordinaria dopo un 2024 condizionato da operazioni straordinarie legate alla riorganizzazione del portafoglio finanziario, e che per questo i due esercizi non sono direttamente confrontabili. L’avvertenza è pertinente e conviene tenerla presente: la caduta del risultato non indica di per sé un deterioramento della gestione. Indica che il risultato dell’anno precedente non era ripetibile.

Il problema strutturale resta

Qui sta il problema di fondo, e non è contabile ma strutturale. Un patrimonio che si rivaluta e rende meno non risolve un disavanzo strutturale: lo rinvia. Le rivalutazioni dell’oro e degli immobili gonfiano il bilancio senza apportare un euro al pagamento degli stipendi della Curia, che è ciò che il disavanzo misura. Finché il prezzo dell’oro tiene, il patrimonio netto continuerà a crescere sulla carta; il giorno in cui smetterà di tenere, il divario tra entrate ricorrenti e spesa corrente apparirà senza il trucco contabile.

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Resta da capire se il motu proprio pubblicato il 14 settembre sia solo la restituzione di alcuni emolumenti o il primo passo di un cambio di politica economica. Leone XIV lo ha firmato il 1° settembre e ha stabilito che l’abrogazione producesse effetti da quel medesimo giorno. Il testo lascia inoltre definitivamente salvi gli effetti prodotti durante la vigenza della normativa precedente, compresa la sospensione degli aumenti biennali per anzianità. La Segreteria per l’Economia non ha pubblicato una proiezione dell’impatto che avrà la restituzione delle remunerazioni sui prossimi esercizi. Finché non si potrà misurare tale effetto, la variazione più visibile è di narrazione.

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