Il lavoro, il mondo e la persona umana

Il lavoro, il mondo e la persona umana
La parábola de los trabajadores de la viña por Christian Wilhelm Ernst Dietrich, 1752 [Museo Real Łazienki, Varsovia, Polonia]

Per san Giovanni Paolo II

Mediante il lavoro, l’uomo deve guadagnare il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso della scienza e della tecnica e, soprattutto, a elevare incessantemente il livello culturale e morale della società nella quale vive in comunione con coloro che appartengono alla stessa famiglia.

E lavoro significa ogni attività dell’uomo, sia manuale che intellettuale, qualunque sia la sua natura o le sue circostanze; significa ogni attività umana che può e deve essere riconosciuta come lavoro, in mezzo a tutte le numerose attività di cui l’uomo è capace e alle quali è predisposto dalla sua stessa natura, in virtù dell’umanità stessa.

L’uomo è fatto per essere nell’universo visibile immagine e somiglianza di Dio stesso, ed è posto in esso per soggiogare la terra. Fin dall’inizio, quindi, è chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività per sostenere la propria vita non può essere chiamata lavoro. Solo l’uomo è capace di lavoro, e solo l’uomo lavora, occupando al tempo stesso, mediante il lavoro, la propria esistenza sulla terra.

Così, il lavoro porta un marchio particolare dell’uomo e dell’umanità, il marchio di una persona che opera all’interno di una comunità di persone. E questo marchio determina le sue caratteristiche interiori; in un certo senso costituisce la sua stessa natura. . . .

La Chiesa è convinta che il lavoro è una dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra. Si conferma in questa convinzione considerando tutto il patrimonio delle numerose scienze dedicate all’uomo: l’antropologia, la paleontologia, la storia, la sociologia, la psicologia e così via; tutte sembrano testimoniare questa realtà in modo inconfutabile.

Ma la fonte della convinzione della Chiesa è anzitutto la parola rivelata di Dio, e quindi ciò che è una convinzione dell’intelletto è anche una convinzione della fede. La ragione è che la Chiesa —e vale la pena affermarlo a questo punto— crede nell’uomo: essa pensa all’uomo e si rivolge a lui non solo alla luce dell’esperienza storica, non solo con l’aiuto dei numerosi metodi della conoscenza scientifica, ma anzitutto alla luce della parola rivelata del Dio vivente.

Nel relazionarsi con l’uomo, essa cerca di esprimere gli eterni disegni e il trascendente destino che il Dio vivente, il Creatore e Redentore, ha legato a lui.

La Chiesa trova nelle stesse prime pagine del Libro della Genesi la fonte della sua convinzione che il lavoro è una dimensione fondamentale dell’esistenza umana sulla terra. Un’analisi di questi testi ci rende consapevoli che esprimono —a volte in un modo arcaico di manifestare il pensiero— le verità fondamentali sull’uomo, nel contesto del mistero della creazione stessa.

Queste verità sono decisive per l’uomo fin dall’inizio, e al tempo stesso tracciano le linee principali della sua esistenza terrena, sia nello stato di giustizia originale che anche dopo la rottura, causata dal peccato, dell’alleanza originale del Creatore con la creazione nell’uomo.

Quando l’uomo, che era stato creato «a immagine di Dio. . . .maschio e femmina», ode le parole: «Siate fecondi e moltiplicatevi, e riempite la terra e soggiogatela», sebbene queste parole non si riferiscano direttamente ed esplicitamente al lavoro, senza dubbio lo indicano indirettamente come un’attività che l’uomo deve compiere nel mondo.

Infatti mostrano la sua essenza più profonda. L’uomo è immagine di Dio in parte mediante il mandato ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, di dominare, la terra. Nel compiere questo mandato, l’uomo, ogni essere umano, riflette la stessa azione del Creatore dell’universo.

Il lavoro inteso come un’attività «transitiva», cioè un’attività che inizia nel soggetto umano e si dirige verso un oggetto esterno, presuppone un dominio specifico dell’uomo sulla «terra», e a sua volta conferma e sviluppa questo dominio. È chiaro che il termine «la terra» di cui parla il testo biblico va inteso anzitutto come quel frammento dell’universo visibile che l’uomo abita.

Per estensione, tuttavia, può essere inteso come la totalità del mondo visibile nella misura in cui entra nell’ambito dell’influenza dell’uomo e del suo sforzo per soddisfare i propri bisogni. L’espressione «soggiogare la terra» ha una portata immensa. Significa tutte le risorse che la terra (e indirettamente il mondo visibile) contiene e che, mediante l’attività consapevole dell’uomo, possono essere scoperte e usate per i suoi fini.

Sebbene a volte si parli di periodi di «accelerazione» nella vita economica e nella civiltà dell’umanità o di singole nazioni, collegando questi periodi al progresso della scienza e della tecnica e specialmente a scoperte decisive per la vita sociale ed economica, al tempo stesso si può dire che nessuno di questi fenomeni di «accelerazione» supera il contenuto essenziale di ciò che fu detto in quel più antico dei testi biblici.

Man mano che l’uomo, mediante il suo lavoro, diventa sempre più padrone della terra, e man mano che conferma il suo dominio sul mondo visibile, di nuovo mediante il suo lavoro, rimane nondimeno in ogni caso e in ogni fase di questo processo entro l’ordine originale del Creatore. E questo ordine rimane necessariamente e indissolubilmente legato al fatto che l’uomo fu creato, come maschio e femmina, «a immagine di Dio».

Questo processo è, al tempo stesso, universale: abbraccia tutti gli esseri umani, ogni generazione, ogni fase dello sviluppo economico e culturale, e al tempo stesso è un processo che ha luogo dentro ogni essere umano, in ogni soggetto umano consapevole. Ogni individuo è al tempo stesso abbracciato da esso. Ogni individuo, nella misura propria e in un numero incalcolabile di modi, prende parte all’immenso processo mediante il quale l’uomo «soggioga la terra» attraverso il suo lavoro. . . .

Per continuare la nostra analisi del lavoro, un’analisi collegata alla parola della Bibbia che dice all’uomo che deve soggiogare la terra, dobbiamo concentrare la nostra attenzione sul lavoro nel senso soggettivo, molto più di quanto non facemmo sul significato oggettivo, toccando appena la vasta gamma di problemi conosciuti intimamente e in dettaglio dagli studiosi in vari campi e anche, secondo le loro specializzazioni, da coloro che lavorano. Se le parole del Libro della Genesi a cui ci riferiamo in questa nostra analisi parlano del lavoro nel senso oggettivo in modo indiretto, parlano anche solo indirettamente del soggetto del lavoro; ma ciò che dicono è molto eloquente ed è pieno di grande significato.

L’uomo deve soggiogare la terra e dominarla, perché come «immagine di Dio» è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo pianificato e razionale, capace di decidere su se stesso, e con una tendenza all’autorealizzazione.

Come persona, l’uomo è quindi il soggetto del lavoro. Come persona lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, queste azioni devono tutte servire a realizzare la sua umanità, a compiere la vocazione di essere persona che gli compete in ragione della sua stessa umanità. Le verità principali concernenti questo tema furono ricordate recentemente dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Gaudium et Spes, specialmente nel Capitolo Primo, dedicato alla vocazione dell’uomo.

E così questo «dominio» di cui parla il testo biblico qui meditato non si riferisce solo alla dimensione oggettiva del lavoro, ma al tempo stesso ci introduce nella comprensione della sua dimensione soggettiva. Inteso come un processo mediante il quale l’uomo e il genere umano soggiogano la terra, il lavoro corrisponde a questo concetto biblico fondamentale solo quando lungo il processo l’uomo si manifesta e si conferma come colui che «domina».

Questo dominio, in un certo senso, si riferisce alla dimensione soggettiva anche più che a quella oggettiva: questa dimensione condiziona la stessa natura etica del lavoro. Infatti non c’è dubbio che il lavoro umano ha un valore etico proprio, che chiaramente e direttamente rimane collegato al fatto che chi lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide su se stesso.

Questa verità, che in un certo senso costituisce il cuore fondamentale e perenne dell’insegnamento cristiano sul lavoro umano, ha avuto e continua ad avere un significato primario per la formulazione dei grandi problemi sociali che caratterizzano intere epoche.

E così queste parole, poste all’inizio della Bibbia, non cessano mai di essere rilevanti. Abbracciano ugualmente le età passate della civiltà e dell’economia, come anche la totalità della realtà moderna e le fasi future dello sviluppo, che forse sono già in certa misura cominciando a prendere forma, sebbene per la maggior parte siano ancora quasi sconosciute all’uomo e nascoste a lui.

«Adattato dall’enciclica Laborem exercens»

Sull’autore

San Papa Giovanni Paolo II, nato Karol Józef Wojtyła il 18 maggio 1920 a Wadowice, Polonia, fu eletto al papato il 16 ottobre 1978. Papa Francesco lo elevò alla santità il 27 aprile 2014.

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