Brandmüller mette in guardia contro il modello sinodale ispirato da Lutero che concede «uguale voce» a tutti: «È incompatibile con l'ecclesiologia cattolica»

Brandmüller mette in guardia contro il modello sinodale ispirato da Lutero che concede «uguale voce» a tutti: «È incompatibile con l'ecclesiologia cattolica»

Il cardinale Walter Brandmüller ha messo in guardia contro una concezione della sinodalità che, a suo giudizio, introduce nella Chiesa cattolica un modello ispirato al protestantesimo, basato sull’elezione democratica dei suoi membri e sulla partecipazione di pastori e laici con «uguale voce». Lo storico della Chiesa fa risalire questa concezione alle idee formulate da Martin Lutero nel 1520 e conclude che risulta «incompatibile con l’ecclesiologia cattolica».

Brandmüller, di 97 anni ed ex presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, sviluppa la sua argomentazione in un saggio intitolato «A proposito della “sinodalità”», pubblicato da Sandro Magister. Nel testo mette in discussione l’indeterminatezza che circonda il termine, rivendica il carattere propriamente episcopale dei sinodi e mette in guardia contro l’incorporazione «senza spirito critico» di strutture secolari e procedure democratiche nella vita della Chiesa.

Una «definizione chiara e inequivocabile» che continua a mancare

«Dal Papa Francesco si parla continuamente di “sinodalità”, in contesti diversi e con significati differenti. Tuttavia, continua a mancare una definizione chiara e inequivocabile del termine», inizia Brandmüller.

Il cardinale ricorre al Faust di Goethe per illustrare il problema e ricorda il dialogo tra Mefistofele, vestito da professore, e uno studente. Quest’ultimo obietta che alle parole deve corrispondere un’idea, mentre Mefistofele replica che, là dove mancano le idee, arriva sempre una parola al momento giusto.

Per evitare ciò che Brandmüller definisce le «trappole» di Mefistofele, ritiene necessario cominciare stabilendo che cosa sia propriamente un sinodo.

«Nella concezione cattolica classica, un sinodo è un’assemblea di vescovi riunita per l’esercizio collegiale del loro ministero magisteriale e pastorale», spiega.

Quando sono convocati tutti i vescovi della Chiesa e si riuniscono sotto la presidenza del Papa o dei suoi delegati, si tratta di un concilio generale o ecumenico. Agendo cum et sub Petro, sottolinea Brandmüller, possiede la massima autorità magisteriale e pastorale e può proclamare dottrine definitive e infallibili alle quali si deve prestare obbedienza di fede.

Quando i vescovi riuniti appartengono a un insieme di Chiese particolari —una provincia o regione ecclesiastica, per esempio—, si tratta di un concilio particolare, che esercita il magisterium ordinarium e i cui decreti richiedono la conferma della Santa Sede.

«In entrambi i casi, i vescovi agiscono in virtù del potere magisteriale e pastorale che hanno ricevuto mediante l’ordinazione sacramentale», sottolinea.

Brandmüller mette in discussione persino il nome del Sinodo dei Vescovi

Il cardinale porta il suo ragionamento fino al Sinodo dei Vescovi istituito da Paolo VI nel 1965 mediante il motu proprio Apostolica sollicitudo.

Brandmüller non mette in discussione «la necessità o l’opportunità» di questa istituzione, ma ricorda che fu creata come un organismo consultivo del Papa. I suoi partecipanti sono convocati individualmente dal Pontefice e la loro missione consiste nel consigliarlo, non nel proclamare dottrine, prendere decisioni o legiferare.

Per questo ritiene che anche in questo caso il termine impiegato possa indurre in confusione.

«Per ragioni di chiarezza concettuale sarebbe opportuno evitare il termine “sinodo” —che in questo contesto si presta a fraintendimenti— e trovare una denominazione diversa e più appropriata», sostiene.

Sacerdoti e laici non possono esercitare il ministero riservato ai vescovi

Brandmüller estende questa obiezione agli organismi di creazione più recente nei quali, oltre ai vescovi, partecipano sacerdoti e fedeli di entrambi i sessi come rappresentanti dell’insieme del Popolo di Dio.

Per il cardinale, neppure in questi casi si può propriamente parlare di un sinodo, «poiché né i sacerdoti né i laici possono esercitare il ministero magisteriale e pastorale conferito esclusivamente ai vescovi mediante il sacramento dell’Ordine».

Questo non significa, precisa, che i laici debbano rimanere esclusi dalla collaborazione nella vita della Chiesa. Brandmüller riconosce espressamente che «è naturalmente possibile affidare a laici competenti una funzione di esperti».

Tuttavia, quando esista questa collaborazione, chiede di evitare «con cura qualsiasi uso improprio delle parole “sinodo”, “sinodalità” e altri equivalenti» e di utilizzare una denominazione che rifletta correttamente la natura dell’organismo.

«Strutture secolari e procedure democratiche»

Brandmüller ritiene che dietro l’apparizione di questo tipo di organismi esista una tendenza più ampia a incorporare modelli politici contemporanei nelle strutture ecclesiali.

«È evidente che l’istituzione di organismi di questo tipo procede dalla volontà di impiantare, in modo più o meno acritico, strutture secolari e procedure democratiche nella vita della Chiesa, per stare al passo con i tempi», afferma.

La sua critica non si dirige, quindi, alla possibilità di consultare sacerdoti o laici, ma a configurare strutture nelle quali le differenze derivanti dal sacramento dell’Ordine rimangano diluite mediante procedure democratiche e un’uguaglianza nella capacità decisionale.

Un modello ispirato a Lutero che concede «uguale voce» a tutti

È a questo punto che Brandmüller stabilisce una relazione diretta tra determinate concezioni attuali della sinodalità e il modello protestante.

Il cardinale sostiene che questo approccio comporta l’introduzione nell’ambito cattolico di «un tipo di sinodo ispirato specialmente al modello protestante», i cui membri sono eletti democraticamente tra pastori e uomini e donne provenienti da diversi ambienti professionali e culturali, «tutti con uguale voce».

Brandmüller fa risalire questa concezione agli scritti polemici di Martin Lutero del 1520.

Secondo quanto spiega il cardinale, Lutero negò che l’istituzione del sacramento dell’Ordine risalisse a Gesù Cristo e sostenne che il Battesimo fosse sufficiente per convertire qualsiasi uomo o donna in sacerdote, vescovo e Papa.

Brandmüller trae da ciò una conclusione netta: «È evidente che una simile concezione della sinodalità è incompatibile con l’ecclesiologia cattolica».

Brandmüller mette in discussione l’evoluzione delle conferenze episcopali

Il porporato colloca all’interno di questo processo storico l’apparizione delle conferenze episcopali, la cui nascita collega alla fine dell’Ancien Régime, al sistema europeo di «trono e altare» e all’emergere dello Stato secolare moderno.

Quando le conferenze episcopali cominciarono a svilupparsi in Europa durante la prima metà del XIX secolo, spiega, il loro quadro di riferimento «non era la struttura gerarchica della Chiesa, bensì il rispettivo Stato».

Per questo motivo, la loro attività consultiva e decisionale si occupava inizialmente di questioni legate alla situazione e all’azione della Chiesa all’interno dello Stato secolare moderno. Le materie dottrinali, liturgiche e sacramentali rimanevano escluse, con l’eccezione del matrimonio, la cui regolamentazione giuridica reclamavano anche gli Stati seguendo il modello napoleonico.

L’autorità dottrinale concessa durante il pontificato di Francesco

Partendo da questa concezione storica delle conferenze episcopali, Brandmüller rivolge una critica concreta a Evangelii gaudium.

Il cardinale ritiene «altamente problematico» che Francesco abbia riconosciuto nell’esortazione apostolica alle conferenze episcopali «un’autentica autorità dottrinale, sebbene limitata».

Brandmüller sostiene che una conferenza episcopale non costituisce un gradino gerarchico situato tra ogni vescovo e il Papa.

«Anche in materia dottrinale, la conferenza episcopale non è un’istanza gerarchica intermedia né l’organo di una Chiesa nazionale suscettibile di entrare in competizione con il magistero della Chiesa universale o di minacciare il primato dottrinale del Papa», afferma.

Un «neoarianesimo ecclesiologico»

Brandmüller sostiene che, dalla fine del XIX secolo e specialmente in Europa, le conferenze episcopali abbiano progressivamente sostituito i sinodi, mentre la loro forma e il loro funzionamento adottavano modelli politici.

Il porporato ritiene difficile ignorare che questo fenomeno esprima una «crescente secolarizzazione della comprensione di ciò che è la Chiesa».

Per descriverlo utilizza l’espressione «neoarianesimo ecclesiologico».

Secondo Brandmüller, questa tendenza non nega espressamente il carattere soprannaturale della Chiesa, ma lo relega progressivamente in secondo piano fino a contemplarla fondamentalmente come «un’entità sociale».

Recuperare i sinodi per frenare la secolarizzazione della Chiesa

Di fronte a questa evoluzione, Brandmüller conclude la sua riflessione proponendo di recuperare l’importanza storica dei sinodi delle Chiese particolari, proprio perché ritiene che rispondano a strutture propriamente ecclesiali e non a divisioni territoriali di carattere politico.

«Di fronte a queste conferenze episcopali dai contorni politici, bisognerebbe restituire ai sinodi delle Chiese particolari —fedeli alle strutture gerarchiche autenticamente ecclesiali— la loro importanza originaria», sostiene.

Il cardinale propone inoltre che queste assemblee episcopali recuperino con maggiore intensità la loro dimensione liturgica, seguendo la pratica documentata dal VI secolo e le forme previste dal cerimoniale episcopale promulgato sotto Giovanni Paolo II.

Per Brandmüller, recuperare questi sinodi propriamente episcopali non sarebbe unicamente una questione terminologica o di organizzazione ecclesiale, bensì una risposta alla progressiva secolarizzazione della comprensione della Chiesa.

«In questo modo —conclude— si potrebbe chiudere efficacemente il passo al processo di secolarizzazione della Chiesa e, allo stesso tempo, compiere un passo importante verso quella “dismondanizzazione” la cui imperiosa necessità ricordò Benedetto XVI».

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