Ulrich Siegmund ha trentacinque anni, una figlia piccola, un sorriso professionale e il miglior risultato elettorale della storia di Alternativa per la Germania: il 44% in Sassonia-Anhalt che lo lascia a un solo seggio dal governare da solo uno Stato federale. Siegmund è stato battezzato e cresciuto nella Chiesa cattolica. Nel 2017 si è recato allo sportello del registro civile, ha pagato la tassa amministrativa prevista e ha firmato la sua uscita. Non ha abiurato nulla: lui stesso ha dichiarato di portare i valori cattolici «nel cuore» e di rifiutare solo l’istituzione tedesca che li amministra. Agli occhi del sistema ecclesiastico tedesco, tuttavia, quella pratica lo ha trasformato in un appestato sacramentale: senza comunione, espulso dalla vita parrocchiale, esposto persino a rimanere senza funerale cattolico se morisse.
Il resto della Chiesa universale osserva questa anomalia tedesca con un misto di stupore e di invidia mal dissimulata. A più di un prelato spagnolo piacerebbe scomunicare chi non mette la croce nella propria dichiarazione. Ma domenica questo sistema lucrativo, che costituisce un palese abuso spirituale, ha ricevuto il suo primo serio avvertimento di demolizione.
Un pedaggio sul battesimo
Il Kirchensteuer funziona con una semplicità brutale. Ogni tedesco iscritto come cattolico paga, tramite il Fisco, tra l’8% e il 9% in più sulla propria quota dell’imposta sul reddito. Lo Stato incassa, trattiene una commissione vicina al 3% e trasferisce il resto alle diocesi. L’unica via d’uscita è il Kirchenaustritt, la dichiarazione civile di abbandono della Chiesa.
Le conseguenze della firma di quel foglio non vanno dedotte: sono scritte, nero su bianco, nel Decreto generale della Conferenza Episcopale Tedesca sull’uscita dalla Chiesa, promulgato il 20 settembre 2012 ed entrato in vigore il 24 settembre di quell’anno. Il testo enuncia innanzitutto il principio:
«Chi dichiara la propria uscita dalla Chiesa davanti all’autorità civile competente, per qualsiasi motivo, viola il dovere di mantenere la comunione con la Chiesa (c. 209 §1 CIC) e il dovere di fornire il proprio contributo economico affinché la Chiesa possa raggiungere i suoi fini (c. 222 §1 CIC in relazione con il c. 1263 CIC)».
[«Wer vor der zuständigen zivilen Behörde aus welchen Gründen auch immer seinen Kirchenaustritt erklärt, verstößt damit gegen die Pflicht, die Gemeinschaft mit der Kirche zu wahren (c. 209 §1 CIC), und gegen die Pflicht, seinen finanziellen Beitrag dazu zu leisten, dass die Kirche ihre Aufgaben erfüllen kann (c. 222 §1 CIC i.V.m. c. 1263 CIC)».]
La dichiarazione civile costituisce, dice il decreto, «una grave mancanza nei confronti della comunità ecclesiale» («eine schwere Verfehlung gegenüber der kirchlichen Gemeinschaft»). E poi elenca le pene, con precisione da tariffario:
«La dichiarazione di uscita dalla Chiesa comporta le seguenti conseguenze giuridiche:
1. La persona che ha lasciato la Chiesa
– non può ricevere i sacramenti della penitenza, dell’eucaristia, della confermazione e dell’unzione degli infermi, salvo in pericolo di morte;
– non può ricoprire uffici ecclesiastici né esercitare funzioni nella Chiesa;
– non può essere padrino di battesimo né di confermazione;
– non può essere membro dei consigli parrocchiali né diocesani;
– perde il diritto di voto attivo e passivo nella Chiesa;
– non può essere membro di associazioni ecclesiastiche pubbliche».
Per sposarsi in Chiesa avrà bisogno del permesso espresso dell’ordinario del luogo, previa promessa di conservare la fede ed educare cattolicamente i figli (punto 2). Se lavora per la Chiesa, si attivano le conseguenze lavorative previste, cioè il licenziamento (punto 4). E il punto 3 arriva fino alla tomba:
«Se la persona che ha lasciato la Chiesa non ha mostrato prima della morte alcun segno di pentimento, può essergli negato il funerale ecclesiastico».
[«Falls die aus der Kirche ausgetretene Person nicht vor dem Tod irgendein Zeichen der Reue gezeigt hat, kann das kirchliche Begräbnis verweigert werden».]
Il diniego è facoltativo —decide il parroco, basandosi sulla figura del «peccatore manifesto» del canone 1184— e molti sacerdoti tedeschi non lo applicano. Ma la minaccia è scritta in un decreto vigente, e ogni tedesco che firma la dimissione riceve inoltre, per mandato dello stesso decreto, una lettera pastorale tipo del proprio parroco che gli notifica, una per una, tutte queste conseguenze, inclusa quella funebre.
Una simile architettura fa quotare la comunione ecclesiale secondo un tariffario fiscale: chi smette di pagare smette di essere, nella pratica, cattolico a pieno diritto, anche se recita il rosario ogni giorno; chi paga l’imposta statale continua a esserlo anche se non mette piede in una chiesa dal tempo della prima comunione. Si noti che il decreto non richiede di indagare se ci sia stata apostasia, eresia o scisma; basta la pratica, «per qualsiasi motivo». La stessa Santa Sede aveva insegnato esattamente il contrario. Il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, con la decisione preventiva della Congregazione per la Dottrina della Fede, stabilì nella sua lettera circolare del 13 marzo 2006 a tutti i presidenti delle conferenze episcopali:
«L’atto giuridico-amministrativo di abbandono della Chiesa di per sé non può costituire un atto formale di defezione nel senso che ha nel CIC, perché potrebbe rimanere la volontà di perseverare nella comunione della fede» (n. 3).
Perché esista una vera defezione, precisa il documento romano, occorre «una vera separazione rispetto agli elementi costitutivi della vita della Chiesa: presuppone quindi un atto di apostasia, di eresia o di scisma» (n. 2), manifestato per iscritto davanti all’ordinario o al parroco, unico competente a giudicarlo (n. 5). E conclude con il principio teologico che il sistema tedesco calpesta:
«È chiaro, in ogni caso, che il vincolo sacramentale di appartenenza al Corpo di Cristo che è la Chiesa, dato dal carattere battesimale, è un’unione ontologica permanente e non si perde in occasione di alcun atto o fatto di defezione» (n. 7).
Sei anni dopo aver proclamato quella dottrina, la Congregazione per i Vescovi concedeva la recognitio (28 agosto 2012, Prot. n. 834/84) al decreto tedesco che sanziona sacramentalmente la mera pratica anagrafica, come la stessa DBK si incaricò di sottolineare per rivestirlo della «necessaria accettazione del legislatore universale». Roma scrisse la dottrina nel 2006 e firmò l’eccezione tedesca nel 2012; il lettore può calcolare quanti miliardi pesarono sulla bilancia.
Condizionare i sacramenti —la grazia, in un vocabolario che i sinodi tedeschi quasi non usano più— al pagamento di un tributo statale costituisce una forma istituzionalizzata di abuso spirituale. Simonia con trattenuta in busta paga. Le sue vittime si contano a milioni: tedeschi di battesimo e di cultura cattolica, come Siegmund, spinti a scegliere tra il proprio portafoglio e un’appartenenza che la stessa Chiesa vendeva loro come merce tariffata.
Il paradosso del forziere pieno e del tempio vuoto
I numeri del 2025, pubblicati dalla stessa Conferenza Episcopale, compongono un ritratto senza ritocchi. Le 27 diocesi hanno incassato 6.751 milioni di euro di Kirchensteuer, il secondo miglior esercizio della sua storia dopo il 2022. Nello stesso anno hanno lasciato la Chiesa 307.117 persone, si sono celebrati 109.028 battesimi —la metà di dieci anni fa—, 19.478 matrimoni religiosi, e l’assistenza domenicale si è fermata all’esiguo 6,8% dei cattolici. In tutta la Germania ci sono state 25 ordinazioni sacerdotali. Venticinque, per ventisette diocesi. In vent’anni la Chiesa tedesca ha perso più di un quarto dei suoi fedeli e ha aumentato le sue entrate del 70%.
La spiegazione del paradosso è puramente contabile: l’imposta è agganciata agli stipendi e ai redditi da capitale, che salgono, mentre chi se ne va sono giovani che quasi non pagavano tasse. Una macchina per spremere la generazione che ora va in pensione, l’ultima che paga. I calcoli interni delle diocesi, che hanno già annunciato tagli per oltre 550 milioni, danno per scontato il crollo quando la generazione del miracolo economico lascerà la vita lavorativa; la successiva si è già cancellata o non è mai stata battezzata.
Con quel denaro è stato finanziato nel frattempo l’apparato ecclesiastico meglio pagato del pianeta —con stipendi episcopali pagati in gran parte dallo Stato in virtù delle vecchie Staatsleistungen—, un arcipelago di burocrazie diocesane e il giocattolo più caro di tutti: il Cammino Sinodale, quell’assemblea permanente che da anni chiede a Roma benedizioni per le coppie omosessuali, il diaconato femminile e la revisione della morale sessuale, sostenuta interamente dalla cassa dell’imposta. La Chiesa con meno vocazioni e meno pratica dell’Occidente pretende di dare lezioni dottrinali al resto, e può farlo per un’unica ragione: paga.
Perché si diffonde il panico
Quello di domenica in Sassonia-Anhalt spiega il nervosismo episcopale meglio di qualsiasi sondaggio. Il programma con cui Siegmund ha sfiorato la maggioranza assoluta propone sopprimere i pagamenti dello Stato federale alle Chiese, porre fine alla riscossione statale del Kirchensteuer e far pagare l’asilo ecclesiale. Il vescovo di Magdeburgo, Gerhard Feige, ha chiesto il voto contro AfD fino alla stessa mattina elettorale; il 44% degli elettori gli ha risposto cosa pensa dei suoi consigli. Fra due settimane si vota in Meclemburgo-Pomerania Occidentale e a Berlino. In Sassonia-Anhalt i cattolici sono appena il 3% della popolazione. L’Est tedesco è già terra postcristiana, e i pastori non combattono lì per anime che hanno perso decenni fa, ma per il modello di finanziamento che l’Est può iniziare a smantellare.
Qui risiede la vera fragilità del sistema: il Kirchensteuer non si basa su alcun diritto divino ma sull’inerzia storica e sulla volontà del potere politico di continuare a prestare il proprio apparato di riscossione. Basterebbe che un governo regionale, e poi uno federale, ritirasse il Fisco dall’equazione perché la Chiesa tedesca debba fare quello che fanno tutte le altre: chiedere ai propri fedeli di donare liberamente. Con un 6,8% di pratica domenicale, tutti a Bonn e a Fulda sanno cosa significherebbe.
Il conto arriva a Roma
La questione ha smesso da tempo di essere un problema tedesco. La Santa Sede trascina deficit strutturali di decine di milioni e un buco multimiliardario nel suo fondo pensioni, e in quel quadro la Germania è stata per decenni il contribuente silenzioso e indispensabile: contributi dell’Associazione delle Diocesi (VDD) al mantenimento delle istituzioni della Sede Apostolica, finanziamento di università, collegi e cause romane, l’Obolo di San Pietro, e l’immenso intreccio delle opere di aiuto —Adveniat, Misereor, Missio, Renovabis— che irriga la Chiesa di mezzo mondo, dall’America Latina all’Europa dell’Est, e che compra per di più un’influenza formidabile negli episcopati riceventi.
Quel denaro spiega molti silenzi. Spiega che un Cammino Sinodale in ribellione dottrinale quasi permanente sia stato trattato con i guanti di velluto mentre ad altri si applicava la chirurgia senza anestesia. Roma ha tollerato alla Chiesa tedesca quello che non tollererebbe a nessun’altra perché nessun’altra sostiene il suo bilancio in misura simile. La domanda che Leone XIV dovrà porsi, e che la sua Segreteria per l’Economia si pone già a bassa voce, è cosa succede quando quella fonte si prosciughi: per demografia, con il pensionamento degli ultimi contribuenti, o per politica, se lo smantellamento che si intravede a Magdeburgo arriva a Berlino. Le due vie conducono allo stesso punto, la prima è matematicamente sicura ma la seconda sembra imminente.
La Chiesa tedesca naufraga di fronte a una società che le ha voltato le spalle, aggrappata alla tavola di salvezza di un’imposta che fabbrica apostati amministrativi a ritmo di trecentomila all’anno. Quando quella tavola affonderà —e gli elettori della Sassonia-Anhalt le hanno appena dato il primo colpo di scure—, il Vaticano scoprirà quanto del suo governo degli ultimi decenni sia stato ipotecato alla cassa registratrice renana. Forse allora qualcuno ricorderà che la Chiesa visse diciannove secoli senza funzionari del Fisco che facessero da sagrestani, e che oggi cresce solo dove donare è un atto di fede e non una trattenuta salariale.