L'istruttore che ha definito «presa in giro» l'indagine di Prevost nel caso Lute riappare al vertice del Verbo Incarnato

L'istruttore che ha definito «presa in giro» l'indagine di Prevost nel caso Lute riappare al vertice del Verbo Incarnato

Il cappuccino Giampiero Gambaro, il canonista che riconobbe davanti alle vittime di Chiclayo le negligenze del fascicolo istruito sotto Robert Prevost —oggi Leone XIV— e che poi comunicò loro la chiusura del caso mediante la dispensa dallo stato clericale, assume ora la Procura Generale dell’Istituto del Verbo Incarnato per designazione del delegato pontificio, monsignor José Antonio Satué. Un movimento che riaccende le domande mai risposte su come Gambaro sia arrivato al caso più delicato dell’attuale pontificato.

Il 20 agosto scorso è stata resa pubblica la nuova struttura di governo dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), intervenuto dalla Santa Sede e sotto l’autorità piena del delegato pontificio, monsignor José Antonio Satué, vescovo di Malaga. Con due decreti, datati 25 luglio e 18 agosto e ratificati dal Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, Satué ha configurato un consiglio generale a maggioranza esterna all’istituto. Tra i nomi, uno risulta particolarmente familiare ai lettori di InfoVaticana: padre Giampiero Gambaro, OFM Cap., che assume come consigliere generale la responsabilità dell’area di Procura, cioè proprio l’area che gestisce i rapporti giuridici dell’istituto con la Santa Sede, come risulta dal documento ufficiale del governo generale dell’IVE e dalla sua pagina istituzionale.

Non è un istituto qualunque. L’IVE, fondato in Argentina, è una delle congregazioni più numerose e giovani della Chiesa, con presenza missionaria in scenari tanto delicati come la parrocchia latina della Sacra Famiglia a Gaza, e trascina un processo di intervento romano con denunce pendenti che —come ha segnalato la stessa stampa religiosa analizzando i decreti— i documenti ufficiali del nuovo governo non affrontano: né l’attenzione alle vittime, né lo stato delle indagini, né i loro risultati.

Chi è Giampiero Gambaro?

Secondo la biografia ufficiale pubblicata dallo stesso IVE, Gambaro è nato a Genova nel 1959, è cappuccino, laureato in Amministrazione Aziendale e in Diritto Canonico, ed è stato economo generale e ministro provinciale del suo ordine a Genova. La sua carriera recente si è svolta in Perù: prorettore dell’Università Cattolica Sedes Sapientiae di Lima, decano della sua Facoltà di Diritto, membro della commissione giuridico-canonica della Conferenza Episcopale Peruviana e giudice del Tribunale Diocesano di Carabayllo (Lima Nord).

Conviene sottolinearlo: Gambaro non era un uomo di Chiclayo. La sua base era Lima, a 770 chilometri dalla diocesi governata da Robert Prevost. Eppure fu proprio lui —un cappuccino genovese stabilito nella capitale— a ricevere dal vescovo di Chiclayo, monsignor Edinson Farfán, l’incarico di istruire come delegato il processo penale amministrativo contro Eleuterio Vásquez González, il «padre Lute», nel fascicolo di abusi su minori che coinvolge direttamente la gestione dell’odierno Papa Leone XIV.

L’istruttore che confermò le negligenze

Gli audio rivelati da InfoVaticana nel novembre 2025 mostrarono un Gambaro sorprendentemente franco con le vittime. Nell’incontro del 23 aprile 2025 nel vescovado di Carabayllo —due giorni dopo la morte di Francesco— l’istruttore definì l’indagine preliminare ordinata da Prevost nel 2022 una «presa in giro»: «Molto male fatta. Molti errori. Molta superficialità». Riconobbe che all’accusato «praticamente non fu chiesto nulla» e che «non rispose nulla»; ammise errori «anche nella Santa Sede»; definì «stranissimo» l’archiviazione del Dicastero per la Dottrina della Fede per una presunta prescrizione civile peruviana che il diritto canonico non contempla; e lesse integralmente il decreto cautelare di Prevost del 3 aprile 2022, dimostrando che Lute non fu mai sospeso dal ministero pubblico, contrariamente alla versione ufficiale diffusa dalla diocesi, dalla biografia papale di Elise Ann Allen e dallo stesso Prevost. In un altro passaggio, Gambaro arrivò ad ammettere che lo stesso Lute riconosceva i fatti anche se «non li considera un reato».

Quella franchezza, detto per inciso, non si concilia con il profilo di un uomo vicino a Prevost. Chi riconosce davanti alle vittime —con registratore acceso, anche se lui lo ignorava— che il fascicolo istruito dall’attuale Papa fu una «presa in giro» non sembra proteggere nessuno per affinità personale. La domanda, allora, è un’altra: se non era un uomo dell’entourage di Prevost né della diocesi di Chiclayo, chi propose Gambaro e perché?

L’uscita di sicurezza: la dispensa come chiusura del caso

Perché la franchezza di Gambaro ebbe un limite molto preciso. In quello stesso incontro di aprile presentò alle vittime come «buona notizia» che Lute avesse chiesto la dispensa volontaria dallo stato clericale, e comunicò loro che tale grazia avrebbe posto fine al caso: non ci sarebbe stata ulteriore indagine, come registrò anche l’organizzazione SNAP nella sua analisi delle registrazioni. L’11 novembre 2025 comunicò per lettera che la dispensa era stata concessa da Leone XIV il 15 settembre, nonostante le vittime avessero chiesto formalmente al Papa di non concederla finché non ci fosse stata indagine e sentenza. Nel suo scritto —diffuso anche tra le religiose della diocesi e riportato dalla stampa peruviana— Gambaro sostenne che la ricezione e il trattamento delle denunce si erano svolti «conforme al Diritto Canonico». Lo stesso uomo che aveva definito «presa in giro» l’istruzione certificava ora la sua regolarità.

La tesi di fondo —che la dispensa dallo stato clericale estingue la causa— non è un’invenzione di Gambaro. Ha un autore e una dottrina: monsignor Jordi Bertomeu, ufficiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e commissario nel caso del Sodalizio, la teorizzò per iscritto nella rivista Ius Canonicum dell’Università di Navarra, in un articolo accademico del 2021 intitolato «La prassi della CDF sulla dispensa dagli obblighi clericali: Il n. 157 del “Vademecum”» (Ius Canonicum, 61/122, pp. 733-765). Lì Bertomeu difende come «prassi consolidata» offrire al reo la possibilità di chiedere la dispensa, riconoscendo espressamente che questa via «interrompe le indagini o il processo in corso senza che si arrivi a una conclusione dello stesso circa la colpevolezza o meno dell’imputato», e la legittima invocando il bonum commune. Cioè: la chiusura senza verità né sentenza, elevata a metodo.

Ma questa costruzione è giuridicamente insostenibile come scusa per non indagare. Alti responsabili giudiziari vaticani hanno confermato a InfoVaticana che la dispensa dallo state clericale non esime dall’indagine né dal processo ai fini delle responsabilità istituzionali della Chiesa: la grazia riguarda lo statuto personale del chierico, non il dovere della Chiesa di chiarire i fatti, riparare le vittime e depurare le responsabilità di chi gestì —o malgestì— il fascicolo. Lo stesso Vademecum del Dicastero per la Dottrina della Fede regola al n. 157 la dispensa come un diritto dell’accusato, non come un meccanismo di archiviazione. Dire a tre donne che denunciarono abusi subiti tra i 9 e i 14 anni che «il caso è chiuso» perché il loro aggressore è tornato volontariamente allo stato laicale è, semplicemente, falso.

Le domande che apre la nomina

Come fu scelto l’istruttore del caso Lute? Formalmente lo nominò il vescovo Farfán. Ma Farfán andò a cercare un cappuccino di Lima, senza legame apparente con Chiclayo, nel momento più delicato: con SNAP che presentava la sua denuncia Vos estis alla vigilia del conclave e con il nome di Prevost in tutte le previsioni. Fu una scelta autonoma della diocesi o venne suggerita da Roma?

Quale relazione esiste tra Gambaro e Satué? Entrambi sono canonisti di profilo curiale-disciplinare. Satué fu ufficiale della Congregazione per il Clero tra il 2015 e il 2021 —il dicastero che tratta gran parte delle questioni relative allo stato clericale— e dal 10 gennaio 2025, per nomina di Francesco, delegato pontificio dell’IVE con pieni poteri. Come ha sottolineato la stampa religiosa, Satué ha formato il suo team con «persone della sua totale fiducia». Che Gambaro figuri tra esse appena pochi mesi dopo aver pilotato la chiusura del caso Lute indica, come minimo, che Roma conosce bene questo cappuccino e si fida di lui per fascicoli di massima sensibilità. Si conoscevano già quando Gambaro assunse l’istruzione di Chiclayo? Chiese Francesco ai suoi uomini di fiducia in materia disciplinare un nome sicuro per un caso che minacciava un cardinale papabile?

La Procura dell’IVE è la ricompensa o la continuazione? L’area che assume Gambaro è proprio quella che articola il rapporto giuridico dell’istituto intervenuto con la Santa Sede, in un processo dove ci sono anche denunce di abusi in attesa di risposta. Il modello preoccupa: il canonista che gestì la chiusura senza giudizio del caso Lute passa a gestire il fronte giuridico di un altro fascicolo enorme.

Non si tratta di presumere mala fede di nessuno. Si tratta di constatare che la Chiesa continua a non spiegare chi decise cosa nel caso Lute: chi scelse l’istruttore, chi promosse la via della dispensa, chi decise di non eseguire le prove pendenti e chi comunicò alle vittime —mediante un foglio senza timbro né numero di fascicolo— che tutto era finito. Finché queste domande rimarranno senza risposta, ogni nuova nomina dei protagonisti del fascicolo sarà letta, inevitabilmente, alla luce di quella chiusura fasulla. Le vittime, intanto, continuano a non poter vedere nemmeno i documenti del loro stesso caso.

Le vittime di Chiclayo continuano ad aspettare verità, giustizia e riparazione. E la Chiesa continua a dovergliele.

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