Di P. Paul D. Scalia
Il prossimo beato Fulton Sheen disse una volta, con la sua consueta acutezza: «Le domande di Dio sono più soddisfacenti delle risposte dell’uomo». (È una variazione della frase del suo amico G. K. Chesterton: «Gli enigmi di Dio sono più soddisfacenti delle soluzioni dell’uomo»). Il Vangelo di oggi (Matteo 16, 13-20) rende testimonianza a questa verità. Dio non fa domande perché abbia bisogno delle risposte, ma perché noi abbiamo bisogno di riflettere su di esse e trovare in esse più frutto spirituale di quanto possano offrire le risposte umane.
Il Signore ha condotto i suoi apostoli nel territorio pagano di Cesarea di Filippo. È un luogo più tranquillo perché è libero dagli scribi e dai farisei. Può parlare apertamente senza dover affrontare le loro trappole. Questo tempo di istruzione più esplicita si concentra su due domande ai suoi apostoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo?» e «E voi, chi dite che io sia?».
Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo? La risposta a questa prima domanda rivela subito quanto possano essere insoddisfacenti le risposte dell’uomo: «Alcuni, Giovanni il Battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti». Giovanni, Elia e Geremia assomigliavano tutti a Cristo perché indicavano verso di Lui. Le folle confondono una somiglianza con il Signore stesso. Non è altro che opinione religiosa.
Così, la prima domanda rivela la nostra necessità di un’istruzione divina. Da soli cerchiamo e andiamo a tentoni verso il vero Dio, percependolo debolmente e, in molti modi, avvicinandoci alla verità. Ma inevitabilmente ci attacchiamo a immagini o comprensioni false di Lui. Gli idoli dei pagani sono un esempio evidente.
Ma noi —che, come le folle, abbiamo seguito, osservato e ascoltato Gesù per un certo tempo— possiamo anche sbagliare. Abbiamo idee e opinioni su di Lui che si discostano, in misura maggiore o minore, dalla verità su di Lui. Tutto ciò significa, non che non crediamo, ma che la nostra comprensione di Lui ha bisogno di una purificazione e illuminazione costanti. In sintesi, non vogliamo essere come le folle, smarrendoci nella mera opinione religiosa.
Il che ci porta alla seconda domanda: E voi, chi dite che io sia? Questa domanda provoca affermazioni dottrinali profonde su Gesù e sulla sua Chiesa. Ma, invece di precipitarvi verso la dottrina stessa, consideriamo il suo scopo. Gesù non fa la domanda come se fosse un esame catechistico o una prova teologica. È un appello personale del suo Sacro Cuore ai suoi seguaci. Desidera che i suoi amici e collaboratori più stretti sappiano Chi è. Ogni cuore umano lo desidera, naturalmente. Tanto più il Sacro Cuore del nostro Signore.
Non possiamo rispondere con esattezza da soli. La risposta di Pietro —«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»— non è umana, ma divina: «Perché non te l’ha rivelato la carne né il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli». A differenza delle folle, per la sua fede Pietro non ha un’opinione religiosa su Gesù. Ha la verità, e il pronunciarla rallegra il Cuore del nostro Signore.
Con Pietro, riceviamo dal Padre la capacità di confessare la vera fede. La nostra non è la risposta di un uomo, ma la rivelazione di Dio; non la nostra scoperta, ma il dono del Padre. Solo il Padre ci dà la vera fede con cui consoliamo il Sacro Cuore di suo Figlio.
Questo ci insegna anche qualcosa sulla Chiesa. Fondata su Pietro e sulla sua risposta divinamente ispirata, la Chiesa proclama non solo sapienza umana, ma soprattutto la dottrina salvifica rivelata dal Padre. La Chiesa è presente nel mondo non come un’ONG né come un partecipante in più nelle discussioni internazionali sullo sviluppo umano integrale. È la voce autoritativa di Dio. Sì, la Chiesa è «esperta in umanità» (Paolo VI). Ma solo perché possiede la fede che «purifica la ragione» (Giovanni Paolo II).
Ma torniamo alla dimensione personale di questo scambio. La dottrina ci è data non semplicemente perché possiamo essere teologicamente nel giusto, ma, ancora di più, perché possiamo pregare rettamente. Lo zio Screwtape sa quanto siamo inclini alla preghiera sbagliata. Teme che riconosciamo la natura soggettiva dei nostri pensieri e immagini di Dio, che preghiamo «Non a ciò che io penso che Tu sia, ma a ciò che Tu sai di essere di Te stesso».
Siamo poveri di spirito, e non sappiamo pregare come conviene. Il Padre si rivela attraverso suo Figlio perché possiamo pregarlo come Egli è e non come lo immaginiamo. La dottrina della Chiesa è salvifica perché ci dà la retta comprensione di Dio e ci permette di essere in retta relazione con Lui, pregandolo rettamente, dicendo con Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Questa dottrina salvifica è data in ultima analisi perché possiamo adorare rettamente. Il che spiega perché c’è una certa solennità e persino cerimonia in tutta questa scena. Senza l’insegnamento autorevole della Chiesa, non possiamo adorare «in spirito e verità» (Giovanni 4, 24). «Se Dio non si rivela, l’uomo si aggrappa al vuoto» (cardinale Ratzinger).
La mente moderna si ribella contro l’autorità, vedendo in essa solo oppressione e schiavitù. Questo passo ci ricorda che l’autorità data a Pietro e, per estensione, alla Chiesa è ordinata a farci entrare pienamente —e con abbandono— in quella retta e salvifica relazione con Dio, che è l’unica vera liberazione e libertà.
Sull’autore
Il p. Paul Scalia è sacerdote della diocesi di Arlington, Virginia, dove serve come vicario episcopale per il clero e parroco di Saint James a Falls Church. È autore di That Nothing May Be Lost: Reflections on Catholic Doctrine and Devotion e curatore di Sermons in Times of Crisis: Twelve Homilies to Stir Your Soul.