Il papa Leone XIV ha concentrato sui minori migranti e rifugiati il suo messaggio per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che la Chiesa celebrerà il prossimo 27 settembre sotto il motto «Anche uno solo di questi piccoli». Il Pontefice avverte della speciale vulnerabilità dei bambini colpiti da guerre, povertà, violenza, tratta, sfruttamento e spostamenti forzati, e chiede di agire sia nei paesi di origine, per combattere le cause che li obbligano a partire, sia nei paesi di transito e di destinazione, dove chiede di garantire la loro protezione e accoglienza.
Nel messaggio, datato 11 agosto e pubblicato questo venerdì dalla Santa Sede, Leone XIV insiste sul fatto che «ogni bambino, ogni essere umano, possiede una dignità infinita» e chiede alle comunità cristiane di integrare i migranti e i rifugiati «come membri a pieno titolo della famiglia ecclesiale». Il Papa chiede inoltre alle istituzioni civili di promuovere il ricongiungimento familiare ed evitare separazioni traumatiche, e sostiene che il dibattito deve spostarsi dalla «mera gestione dei flussi migratori» verso la protezione dei diritti umani. Tra i diritti fondamentali dei minori menziona espressamente «la vita, l’educazione e un tenore di vita che gli permetta di crescere e svilupparsi pienamente».
Lasciamo di seguito il messaggio completo di Leone XIV:
Cari fratelli e care sorelle:
Anno dopo anno, la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a concentrare la nostra attenzione su diversi aspetti del complesso fenomeno migratorio. In questa 112ª Giornata, il motto «Anche uno solo di questi piccoli» ci chiama a prestare attenzione ai minori direttamente colpiti dall’esperienza della migrazione e della fuga, alla preoccupazione per loro e alla promessa del Signore che chi «accoglie un bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37).
Minori sfollati: una realtà complessa di vulnerabilità
I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che interpellano la nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la loro terra a causa di guerre, povertà, violenza, disastri ambientali e altre tragedie; e, purtroppo, il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immense. La sofferenza non si limita allo sfollamento: ci sono bambini molto piccoli che hanno perso i genitori, fratelli, sorelle e amici, e che sono testimoni di una violenza indescrivibile. Altri, separati per lunghi periodi dai loro familiari, cercano di ricongiungersi con loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della distanza. Ci sono anche minori che affrontano il viaggio insieme ai genitori, ma esposti a condizioni estreme e traumatiche. Infine, non possiamo dimenticare la tragica situazione di chi viene separato dai genitori a causa del rimpatrio.
A questo panorama, già di per sé drammatico, si aggiungono altre tragedie: le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento di minori per la partecipazione a conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o testimoniate durante il tragitto. La loro dignità viene calpestata in troppe forme.
Il papa Francesco, nel messaggio in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2017, dedicata al tema «Migrant minors, vulnerable and voiceless», ricordava che questi «si trovano indifesi per tre motivi: perché sono minori, stranieri e indifesi; per varie ragioni, sono costretti a vivere lontano dalla loro terra natale e separati dall’affetto della loro famiglia».
Tuttavia, in mezzo a tanta oscurità, non manca la luce della solidarietà: persone, famiglie, istituzioni civili e comunità ecclesiali decidono di non distogliere lo sguardo altrove (cf. Lc 10,29-37). Pensiamo alle famiglie che aprono le porte delle loro case per restituire a questi minori il calore di un focolare, agli educatori delle comunità di accoglienza, ai volontari e ai lavoratori che, ogni giorno, sulle rotte e nelle nostre città, si dedicano a curare le ferite invisibili di questi piccoli. Con il loro impegno, danno testimonianza che l’amore può vincere l’indifferenza.
Anche uno solo di questi piccoli
Questa drammatica realtà mi fa pensare alle parole di Gesù che interpellano profondamente la coscienza di ciascuno: «Chi accoglie un bambino come questo nel mio nome accoglie me» (Mt 18,5). Non è una questione di cifre né di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano, possiede una dignità infinita. È immagine e somiglianza di Dio (cf. Gn 1,26), è presenza del Signore. Davanti a ogni minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore. Questo richiamo diventa ancora più urgente alla luce di quest’altra affermazione del Signore nel Vangelo di Matteo: «ero straniero e mi avete ospitato» (Mt 25,35).
Purtroppo, i minori migranti vengono più facilmente relegati all’invisibilità, per mancanza di adulti che li proteggano e li sostengano. È necessario intervenire nei paesi di origine per eliminare le possibili cause che li obbligano a fuggire, oltre a offrire protezione e accoglienza nei paesi di transito e di arrivo. Il grido dei minori sfollati si eleva oggi verso Dio, proprio come quello che si ascolta nel libro dell’Esodo: «Ho visto l’oppressione del mio popolo in Egitto e ho udito le sue lamentele contro gli oppressori; conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo» (Es 3,7-8). Dio ascolta e, per liberare, interpella con forza la coscienza e l’azione di ciascuno di noi, proprio come fece con Mosè. Non possiamo rimanere indifferenti, né abituarci a tanta sofferenza.
Un appello alla responsabilità di tutti
Anche uno solo di questi piccoli ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire gli occhi e il cuore per ascoltare in profondità la sua storia, le sue paure e i suoi sogni, superando quell’indifferenza che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci riguarda direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora che nella sua condizione di “migrante”, e a proteggere i suoi diritti fondamentali: alla vita, all’educazione e a un tenore di vita che gli permetta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale.
Anche uno solo di questi piccoli ci chiama, nella vita ecclesiale, a trasformare l’ospitalità da concetto astratto in una pratica pastorale costante. Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituzioni o associazioni dotate di un carisma specifico: davanti ai volti concreti che ci interpellano ogni giorno, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli come propri figli e ad avvicinarsi alla storia concreta di ciascuno. È necessario incoraggiare le comunità cristiane a integrare e valorizzare i rifugiati e gli immigrati come membri a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo. In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli degli emigranti, e promuovere dinamiche di incontro e integrazione in cui i giovani del territorio e i giovani immigrati possano rafforzarsi insieme, in un cammino di rispetto reciproco, solidarietà e amicizia.
Anche uno solo di questi piccoli, nel quadro delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei più piccoli non conosce confini confessionali e ci unisce in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa. Diventa un terreno fertile per un dialogo interreligioso concreto, in cui i credenti, ispirandosi al proprio senso della trascendenza, cooperino nella creazione di reti di protezione. Le comunità di fede sono chiamate a creare spazi in cui ogni bambina e ogni bambino siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali, prevenendo così il rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremisti. Proteggere un minore significa, in ultima analisi, custodire l’impronta divina impressa in lui.
Anche uno solo di questi piccoli, nel contesto delle istituzioni civili, ci esorta a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono obbligate a porre al centro la protezione e la dignità di ogni bambino e adolescente. Ciò implica l’adozione di strumenti giuridici efficaci di protezione, promuovendo il ricongiungimento familiare ed evitando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: bisogna spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi migratori alla protezione piena e immediata dei diritti umani, adottando «una risposta coordinata, solidale ed efficace, capace di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra» (Discorso al Parlamento spagnolo, Madrid, 8 giugno 2026).
Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla protezione materna di Maria Santissima, che, insieme a san Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la crudeltà della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto (cf. Mt 2,13-15); che sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.
Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.
LEONE PP. XIV