Domande brutte

Domande brutte

Elma Saiz ha annunciato martedì uno stanziamento straordinario di 25 milioni di euro per l’assistenza ai minori non accompagnati che hanno invaso Ceuta. Esce dal Tesoro, passa per il Ministero della Gioventù e dell’Infanzia di Sira Rego e arriva, tramite trasferimento di credito, alla Città Autonoma, dove si somma ai 5,5 milioni distribuiti un mese fa nella Conferenza Settoriale dell’Infanzia. Trenta milioni e mezzo in quattro settimane. Il portavoce del governo ceutí stima i minori tutelati in circa un migliaio. Se le due cifre ufficiali sono vere, l’emergenza costa circa 30.000 euro per minore. Non discuto lo stanziamento. Faccio i conti, che è diverso. E, fatti i conti, mi sorge la prima domanda: dove va esattamente quel denaro?

Perché nelle tasche dei ragazzi, di certo, no. Il denaro va al sistema: posti, capannoni adattati in fretta e furia, scuole riconvertite, personale, vitto, sorveglianza. La tutela spetta alla Città, che gestisce con mezzi propri il centro La Esperanza, ma lo stesso Ministero ha ricordato questa settimana che l’articolo 35.11 della Legge sull’Immigrazione consente convenzioni con organizzazioni non governative, fondazioni ed enti di protezione dei minori. La legge, cioè, lascia aperta la porta dell’appalto, e da quella porta entra gente da anni: la Fondazione SAMU ha gestito in regime di appalto l’unità di emergenza per minori di Ceuta dal 2019 fino alla sua chiusura. Seconda domanda: quali enti entreranno ora, con quali importi e con quale controllo? E terza, quella che davvero mi interessa: quante di loro porteranno un cappellano?

Non è una domanda gratuita. La Chiesa è affacciata all’accoglienza ceutí da tutte le sue finestre: la diocesi di Cadice e Ceuta ha appena annunciato che le collette parrocchiali saranno convogliate attraverso il suo Centro di Assistenza alle Persone Migranti San Antonio «in coordinamento con i servizi competenti»; i Francescani della Croce Bianca operano in città e Cáritas Diocesana di Ceuta ha presentato da poco la sua memoria annuale. Mi chiedo per la busta paga.

La busta paga spiega ciò che la teologia non raggiunge. Cáritas riconosce nelle proprie memorie che circa un quarto di ciò che gestisce, sfiorando il trenta per cento secondo l’esercizio, proviene dalle amministrazioni pubbliche. Il Servizio Gesuita ai Migranti, CONFER, Messaggeri di Pace e la stessa Cáritas, che hanno sostenuto pubblicamente la regolarizzazione straordinaria, partecipano a bandi, gestiscono programmi, incassano appalti. E chi vive dell’appalto non discute chi firma l’appalto. Non c’è bisogno di comprare nessuno: basta che dipenda. Nel primo libro dei Re, i quattrocento profeti di corte mangiavano alla tavola di Acab e gli profetizzavano vittorie; l’unico che non veniva pagato, Michea, gli disse la verità e finì schiaffeggiato e a pane e acqua. Quando ascolto i nostri pastori davanti a una frontiera esplosa in un ingresso massiccio che l’Audiencia Nacional indaga come possibile operazione coordinata, e non li sento citare il numero 2241 del Catechismo, quello che riconosce alle autorità il diritto di regolare i flussi secondo il bene comune, mi chiedo a quale tavola mangino. Quarta domanda: la mansuetudine è Vangelo o è bilancio?

Queste domande hanno una virtù: si rispondono con carte. Le convenzioni dell’articolo 35.11 si firmano, si pubblicano e si controllano; i portali della trasparenza esistono, e la stessa diocesi vanta il proprio. Si pubblichi l’elenco degli enti aggiudicatari di quei trenta milioni e mezzo, gli importi e i concetti, e ritiro le domande una per una, a cominciare da quella del cappellano. Finché l’elenco non appare, che nessuno mi accusi di seminare sospetti: il sospetto non lo semina chi chiede, lo semina chi tace con la risposta nel cassetto. La docilità, in Spagna, ha sempre avuto un prezzo. L’unica cosa che chiedo è vedere la fattura.

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