TRIBUNA. Sinodalità contro sacerdozio

Di Pedro Gómez Carrizo

TRIBUNA. Sinodalità contro sacerdozio

Leone XIV ha appena confermato che la sinodalità resta vigente e vigorosa. Lo ha fatto con alcune nuove note indirizzate ai vescovi e alle équipe sinodali per preparare le assemblee diocesane del 2027. Nel caso qualcuno ne dubitasse, Roma continua ad espandere la macchina sinodale.

Ma ogni espansione richiede uno spazio da occupare. E la sinodalità ha bisogno di un vuoto.

Come le infezioni opportunistiche che si diffondono quando le difese di un corpo cedono, prospera solo dove l’autorità sacerdotale è stata indebolita. Un sacerdozio vigoroso sarebbe il suo peggior nemico, perché l’assemblea può aspirare a discernere tutto solo dopo che il sacerdote sia stato persuaso che a lui spetta decidere ben poco.

Perché in cosa consiste l’operazione sinodale, se non nello spostare il centro di gravità della Chiesa? Dietro tutto quell’ascolto e quella corresponsabilità si nasconde un trasferimento di autorità dal sacerdote verso una comunità organizzata che finisce per determinare la risposta pastorale. È una nuova rivoluzione (in realtà sempre la stessa), e come tutte le rivoluzioni, si vende dal basso mentre viene imposta dall’alto.

Il sacerdote è un ostacolo al trionfo della sinodalità perché la sua potestà non proviene dalla comunità. Celebra in persona Christi e guida il gregge che gli è stato affidato. Cristo chiama determinati uomini, li separa e conferisce loro una potestà che gli altri battezzati non possiedono. Il sacerdozio si comprende solo a partire dalla gerarchia, parola chiave che significa precisamente governo di origine sacra. 

Se l’autorità nasce da Cristo, l’assemblea non può produrla; se si dimentica questa origine, la gerarchia degenera in organigramma e il sacerdote in funzionario.

Per rafforzare la sinodalità bisogna indebolire il sacerdozio. La salute dell’una e dell’altro sono inversamente proporzionali. Ma per quanto consacrata sia la Chiesa alla sinodalità, e per quanto sia infiltrata da massoni, protestanti e carismatici, l’obiettivo di sacrificare il sacerdozio appare oggi per oggi impossibile. Inoltre, è inutile: la Chiesa sinodale dispone di strumenti sufficienti per eliminare questo ostacolo senza distruggerlo. 

Una di queste strategie consiste nel screditare l’esercizio della sua autorità. A questo è servita la campagna contro il «clericalismo», una parola che indicava abusi reali prima di diventare sospetto generale verso ogni sacerdote che osi comportarsi come tale. Il parroco che decide può sembrare autoritario, o rigido se resiste a consegnare il governo a un’équipe, e se ricorda la differenza tra sacerdozio ministeriale e comune è che disprezza i laici.  

Educato sotto questa sorveglianza, intimidito, il sacerdote abbandona uno spazio che può essere occupato da tutta una flora burocratico-carismatica e sinodale.

Uguale perversione si riconosce in certi movimenti ecclesiali la cui struttura parallela finisce per avere più peso della parrocchia. Il Cammino Neocatecumenale offre l’esempio più visibile: il sacerdote si inserisce come garante sacramentale di un’opera il cui metodo e orientamento sono stati fissati da altri. Il suo fondatore, Kiko Argüello, arrivò a esprimere il desiderio che morisse Benedetto XVI come unica salvezza per il Cammino e celebrò con entusiasmo l’arrivo di Bergoglio. La veemenza del suo desiderio rivela fino a che punto il cambio di pontificato favorì un clima propizio alla sua organizzazione laicale.

Certamente, per raggiungere la sua pienezza alla sinodalità basta sfocare il confine che separa il sacerdote dal laico. Il modello è sempre lo stesso: avvicina i ministeri laicali all’ordine, apre la possibilità del diaconato femminile, presenta il sacerdozio sposato come rimedio alla scarsità… Il laico avanza verso le funzioni sacerdotali mentre il sacerdote retrocede fino a sembrare un secolare con licenza di consacrare. 

Se la rivoluzione protestante negò il sacerdozio sacrificale e uscì dalla Chiesa; la rivoluzione sinodale lo conserva dentro, progressivamente ridotto a fornitore sacramentale di una comunità che pretende di governarsi da sé. Così la Chiesa può continuare a ordinare sacerdoti, sempre meno, mentre impara a vivere senza di loro e avanza nella sua autodissoluzione.

E quale effetto può avere una simile operazione sulle vocazioni? La risposta è ovvia. La sinodalità scoraggia il sacerdozio. L’abbandono del mondo si comprende solo di fronte a una missione proporzionata al sacrificio che esige. Nessuno rinuncia a formare una famiglia per presiedere riunioni né accetta un’obbedienza per tutta la vita con lo scopo di gestire consensi parrocchiali. La crisi vocazionale non è caduta dal cielo. Per decenni si è offuscata l’identità sacerdotale e poi si è pianto la diminuzione delle vocazioni. La sinodalità aggrava questa crisi, ma se ne nutre: riducendo la funzione sacerdotale diminuisce l’attrattiva soprannaturale della vocazione, quella scarsità serve ad ampliare le strutture del laicato e, una volta consolidate queste, si ottiene una Chiesa meno dipendente dal sacerdote. Il circolo vizioso è perfetto. L’organismo sinodale allarga la ferita di cui si nutre.

Qui un confronto eloquente: la Fraternità Sacerdotale di San Pietro, consacrata a una concezione piena e tradizionale del sacerdozio, ha ordinato quest’anno venticinque sacerdoti, tanti quanti ne hanno ordinati insieme durante il 2025 le ventisette diocesi della modernista e sinodale Germania. Avrà qualcosa a che vedere ciò che ciascuna propone a chi sente la chiamata?

E un’altra domanda chiave: cosa spinge Leone XIV a perseverare in un’operazione i cui effetti nocivi sul sacerdozio risultano così evidenti?

La risposta non comincia con la sua elezione al pontificato, né con l’influenza di Bergoglio. Robert Prevost si è formato alla modernista Catholic Theological Union di Chicago, in un ambiente postconciliare che valorizzava la preparazione congiunta per diversi ministeri, e ha esercitato poi il suo lavoro pastorale secondo una concezione ecclesiale in cui il lavoro di squadra, le strutture territoriali affidate ai laici —con una presenza molto rilevante di donne in funzioni direttive— e l’ascolto comunitario occupavano già un posto decisivo. La sinodalità non gli è arrivata come uno slogan imparato a Roma.

Ma fu già in Perù che Prevost ottenne la sua Matricola d’Onore in sinodalità. Gli stessi agostiniani attribuiscono a Prevost la promozione di un «ministero in équipe» e di parrocchie divise in zone pastorali dirette in larga misura da laici, tra cui donne investite di ampie responsabilità pastorali, all’interno di una struttura che descrivono retrospettivamente come sinodale. Chiclayo ha prolungato il modello mediante reti di animazione pastorale e équipe miste di ascolto, fino a meritare da uno dei suoi collaboratori la qualifica di «laboratorio sinodale». Bergoglio non ha dovuto convertire Prevost, forse ha persino imparato da lui. Per questo lo ha posto alla guida del Dicastero per i Vescovi. 

Ora, con Prevost a Roma, l’esperimento pastorale del Perù è pronto a diventare programma per la Chiesa universale. 

Arrivati qui, la vecchia domanda cui prodest? risulta inevitabile. A chi giova disattivare il sacerdote, cancellare il confine che lo separa dal laico e protestantizzare la Chiesa fino a renderla irriconoscibile? Certamente, non a Cristo né alle anime. Ma c’è qualcuno che conosce meglio di chiunque altro il valore di mani consacrate.

Satana è chi meglio conosce il potere di un sacerdote consapevole di ciò che è. Può celebrare davanti a una cattedrale piena o da solo davanti a Dio, perché l’efficacia della messa non dipende dall’affollamento, e può distruggere anni di paziente lavoro infernale con una sola assoluzione. Per questo il Nemico vuole che gli ordinati smettano di credere pienamente in ciò che hanno ricevuto. Un clero perseguitato dà martiri, ma uno che si vergogna della sua autorità si disarma da solo. 

Il sacerdote che ricorda Chi lo ha chiamato e da Chi procede la sua potestà è il katechon della dissoluzione e una confutazione vivente della Chiesa sinodale. Qui risiede la ragione ultima dell’impegno satanico. Ogni sacerdote consapevole della sua vocazione è un affronto al principe di questo mondo. Che ci siano ancora uomini disposti a rinunciare al mondo per qualcosa che il mondo non può offrire smentisce l’autonomia soddisfatta su cui si erge la nostra epoca. 

Ogni sacerdote fa parte di quel corpo d’élite dell’umanità che ha raccolto la sfida di Cristo e ha accettato di seguirlo lasciando tutto alle spalle. La sua mera esistenza è uno schiaffo al Maligno, oltre che un grave ostacolo al successo della sinodalità.

 

Nota: Gli articoli pubblicati come Tribuna esprimono l’opinione dei loro autori e non rappresentano necessariamente la linea editoriale di Infovaticana, che offre questo spazio come forum di riflessione e dialogo.

Aiuta Infovaticana a continuare a informare