Paolo VI proibì la Messa tradizionale?

Di: Una Cattolica (ex)perplessa

Paolo VI proibì la Messa tradizionale?

Nel libro Storia della Messa proibita (Histoire de la Messe interdite), dello scrittore francese Jean Madiran, leggiamo un esaustivo resoconto cronologico degli eventi e della documentazione fondamentali sulla Messa dalla fine del Concilio Vaticano II fino alla promulgazione di Summorum Pontificum nel 2007. Madiran dedica specificamente il capitolo IV a trattare in dettaglio la questione se la Messa tradizionale sia stata realmente proibita da Paolo VI, a partire dai documenti emessi dal Vaticano e dalle conferenze episcopali di Francia, Germania, Svizzera e Inghilterra.

Il novus ordo Misae di Paolo VI, Messale e istruzione introduttiva, fu pubblicato nel 1969. La nuova messa di Paolo VI suscitò una polemica che non era nuova, poiché dal 1964, dopo l’apparizione della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, si erano venuti realizzando esperimenti liturgici di ogni tipo, avallati dalla gerarchia romana. 

Da gennaio 1964, la liturgia fu sconvolta dall’effetto combinato di una pioggia di decreti riformatori e di iniziative locali nelle parrocchie. In quasi tutti gli ambiti della vita della Chiesa, e in particolare nella liturgia, si verificò l’esattezza della provocatoria ma pertinente formula del P. Congar che annunciava «la rivoluzione d’ottobre nella Chiesa». La disinvolta soppressione del «consustanziale» nella traduzione francese del Credo venne a coronare e confermare, in certo modo, la devastazione del catechismo cattolico, apertamente avviata a partire dal 1967. L’operazione di salvataggio del catechismo aveva suscitato uno stato d’animo refrattario tra i cattolici denunciati come «integralisti» o «tradizionalisti», una piccola minoranza, considerati paria in morale e relegati sociologicamente, ma molto consapevoli di appoggiarsi a ciò che sempre si era creduto, detto e fatto nella Chiesa.

L’opinione dominante tra il clero e i potenti mezzi di comunicazione secolari tendeva a un cambiamento generale in nome del Concilio e del suo «rinnovamento». I refrattari furono universalmente indicati come nostalgici di un passato ormai scomparso. 

La pluralità delle «edizioni tipiche» del nuovo messale aumentò la confusione. Quasi tutte le parrocchie e la maggioranza dei fedeli accolsero o accettarono senza grandi proteste le novità liturgiche tollerate o persino imposte dal vescovo della diocesi. In ciò si riconoscono i cattolici: salvo eccezioni e moti d’animo, accettano senza cercare tre piedi al gatto la dottrina del loro parroco, purché goda dell’accordo del vescovo, egli stesso in comunione con il Papa. La grande maggioranza dei praticanti assisteva alla messa senza avere il messale e non vide alcun problema nelle innovazioni. Presto si sarebbe detto che i semplici fedeli non erano interessati alla disputa tra la messa antica e quella nuova perché non potevano distinguere con certezza l’una dall’altra, per la semplice ragione che esistono più differenze tra due messe nuove che tra una messa tradizionale e una messa nuova celebrata come deve essere secondo l’Ordo di Paolo VI. È vero che è raro che si rispetti esattamente l’Ordo di Paolo VI: si esercitò fin dall’inizio una creatività liturgica anarchica in tutti i sensi. Ma, in realtà, tutti sanno riconoscere la nuova messa: è in lingua vernacola e il celebrante non è più orientato verso Dio, per evitare «dare le spalle al popolo». È molto visibile e più democratico. L’opinione dominante, alimentata o suscitata dalla gerarchia ecclesiastica e dai mezzi di comunicazione secolari, fu che si trattò di un miglioramento, frutto di un irresistibile movimento verso il progresso e la modernità.

Riaffermata da un ampio consenso mediatico a favore di questo «spirito nuovo» e di questo «ringiovanimento», e forse senza rendersi conto che gli increduli, i tiepidi, i mondani e persino i nemici della Chiesa occupavano un posto importante nel consenso e furono i più attivi nella sua organizzazione, la gerarchia ecclesiastica non si preoccupò molto delle proteste e delle indiscipline. Senza dubbio, le infastidivano. Ma si tranquillizzò con la convinzione che le cose si sarebbero calmate spontaneamente; immaginando che le generazioni giovani entusiaste della dinamica conciliare si sarebbero convertite in massa e avrebbero militato nelle file della nuova Chiesa.

In realtà, si formarono due schieramenti. Nonostante l’enorme sproporzione numerica, tutti i fattori per uno scontro frontale erano pronti. Le rivendicazioni e le proteste dei ribelli, lungi dal diminuire, aumentarono, mentre l’impulso conciliare si andò esaurendo poco a poco.

Coloro che rifiutarono decisamente il nuovo Messale non lo fecero dal vuoto, ma si documentarono sul precedente che, con falsità, argomentava Roma: il Messale romano di Pio V del 1570. 

Il settore minoritario che rifiutò la nuova Messa contestò anche il brutale divieto della messa tradizionale che l’accompagnò e non smisero mai di celebrare la Messa tradizionale. 

Durante gli anni 1971, 1972, 1973, 1974, 1975 e fino al 24 maggio 1976, non si trova alcuna menzione esplicita, precisa e datata di un atto del Papa che promulghi il divieto della messa tradizionale.

Il divieto fu dapprima implicito, come una conseguenza silenziosa ma imperativa del carattere obbligatorio con cui si rivestì la nuova messa. Ma, fu realmente decretato tale obbligo dalla costituzione apostolica Missale romanum del 1969? Questo è un punto controverso, poiché le traduzioni e le interpretazioni sono divergenti e la controversia è pubblica. Diversi decreti, notifiche o comunicati delle congregazioni romane dichiararono o presupposero l’obbligo, per riferimento esplicito o implicito al Missale romanum, e su questo punto l’interpretazione del Missale romanum rimane incerta.

Più tardi si ritenne che il dibattito fosse stato chiuso dall’autorità della cosiddetta “Notifica del 14 giugno 1971”; una notifica della congregazione per il culto divino pubblicata su l’Osservatore Romano che non era datata né firmata. Solo diverse settimane dopo ricevette una firma e una data. Tale anomalia la rese sospetta; poiché diminuisce o annulla l’autorità delle rigorose «norme» che pretendeva istituire. 

Questa notifica, senza data né firma, cominciava ricordando che il 20 ottobre 1969 la Congregazione «diede le norme relative ai casi particolari e alle difficoltà poste dall’utilizzo del Nuovo Messale Romano» e che «autorizzò le Conferenze Episcopali a prolungare la vacatio legis fino al 28 novembre 1971». Successivamente, precisò che «ha stabilito le seguenti norme»:

1.- Nelle celebrazioni in latino, «si può già utilizzare il (nuovo) Messale Romano».

2.- Le Conferenze Episcopali devono «vigilare affinché si completino il prima possibile la traduzione e la pubblicazione nella lingua del popolo» dei nuovi libri liturgici. Fisseranno la data a partire dalla quale le traduzioni approvate da esse e confermate dalla Sede Apostolica «potranno o dovranno entrare in uso, totalmente o parzialmente».

«Ma a partire dal giorno in cui le traduzioni così definite dovranno essere adottate nelle celebrazioni in cui si utilizzi la lingua del popolo, coloro che continueranno a usare il latino dovranno utilizzare unicamente i testi rinnovati».

3.- Per i sacerdoti anziani, malati o disabili che abbiano grandi difficoltà ad abituarsi al nuovo messale, sarà possibile, con l’autorizzazione del proprio vescovo, «continuare a utilizzare il Messale Romano secondo l’edizione tipica del 1962, modificata dai decreti del 1965 e del 1967», ma a condizione che sia sine populo, cioè senza che nessuno assista.

4.- Le Conferenze Episcopali hanno il diritto di decidere l’uso della lingua del popolo «in qualsiasi parte della messa».

Per le messe celebrate sine populo, qualsiasi sacerdote potrà utilizzare sia il latino sia la lingua del popolo.

(Il resto della notifica riguardava la liturgia delle Ore e il calendario).

Tutte queste disposizioni risultarono superflue per un paese come la Francia, da dove scriveva Madiran, e dove i vescovi si erano già anticipati e superati Roma. Pubblicando questa Notifica, la Documentation catholique del 4 luglio poté precisare gloriosamente in una nota: «In Francia, il nuovo Ordo Missae è obbligatorio dal 1° gennaio 1970».

Certamente, questa notifica romana dichiarava obbligatorio il nuovo rito. Ma quasi immediatamente sembrò contraddirsi con un atto del Papa: nel novembre 1971 fu annunciata ufficialmente l’autorizzazione data da Paolo VI agli inglesi per celebrare occasionalmente il rito tradizionale; autorizzazione che fu una risposta alle insistenti richieste della Latin Mass Society, «associazione per il rito tridentino», membro della Federazione Internazionale Una Voce presieduta da Éric de Saventhem. Tale privilegio dimostrò chiaramente che la messa tradizionale non era stata abolita e suggerì che il divieto non era assoluto.

Di fronte a tale incertezza, nel 1973 apparve per la prima volta, proveniente dalla Svizzera, un vocabolario ufficiale che parlava esplicitamente di divieto e persino di deroga. Ad aprile, Mons. Adam, vescovo di Sion, proclamò che era PROIBITO celebrare secondo il rito di San Pio V, che fu ABOLITO dalla costituzione «Missale romanum» del 3 aprile 1969. Precisò che «la presente dichiarazione è fatta sulla base di informazioni autentiche e di indicazione formale dell’Autorità». E a luglio, fu pubblicato un comunicato dell’Assemblea Plenaria dei Vescovi Svizzeri: «In virtù delle decisioni di Roma, non è più permesso celebrare la messa secondo il rito di San Pio V». Pertanto, l’episcopato svizzero avrebbe impiegato quattro anni per ottenere dall’«Autorità» (anonima) un’«informazione autentica» e un’«indicazione formale» sulla realtà radicale della deroga risultante dal Missale romanum.

Nell’ottobre 1973, la Francia seguì l’esempio svizzero, in modo ancora più indiretto e impersonale. A nome di monsignor Badré, vescovo di Bayeux e Lisieux, il decano di Orbec pubblicò un comunicato in cui affermava che «la preoccupazione per l’obbedienza alla Chiesa proibisce celebrare la messa secondo il rito di San Pio V in qualsiasi circostanza». E questa dichiarazione fu riprodotta nella maggior parte delle diocesi. L’anno successivo, l’episcopato francese pubblicò, per la prima volta dal 1969, una nuova ordinanza sulla messa e un comunicato spiegando la sua ordinanza. Per scartare la messa tradizionale, il comunicato invocava questa volta «le norme dettate dall’Autorità romana», aggiungendo «la volontà dei vescovi di Francia». Come l’episcopato svizzero, la versione francese parla di un’«Autorità» anonima, di «decisioni romane» e della «preoccupazione per l’obbedienza alla Chiesa», senza alcuna delle spiegazioni e dei riferimenti precisi che sarebbero necessari.

Così, traspare in alcuni e in altri una incertezza sulla possibilità di invocare l’autorità personale del Papa. Si osserva anche che, in generale, continuava a esistere una certa reticenza a parlare apertamente di «divieto». Si evitava la parola. Si ricorreva alla perifrasi. La formula che si andò imponendo poco a poco consisteva nell’affermare, come una semplice constatazione amministrativa, che il messale di Paolo VI «sostituisce» il messale di San Pio V.

Sed contra, gli oppositori più decisi, sacerdoti e laici, continuarono a opporsi con sicurezza alla rivoluzione liturgica con la loro convinzione ragionata che la messa tradizionale non ha bisogno di alcuna autorizzazione.

Il 28 (o 29) ottobre 1974, una notifica della Congregazione per il Culto Divino «sul messale di Paolo VI» affermava che «quando una conferenza episcopale ha deciso che, nel suo territorio, deve essere adottato il messale romano nella lingua del paese, a partire da quel momento, la messa non può più essere celebrata in latino né in lingua vernacola, ma secondo il rito del messale romano promulgato dall’autorità di Paolo VI, il 3 aprile 1969».

Per quanto riguarda i sacerdoti anziani o malati, la Notifica proibisce che il vescovo li autorizzi a celebrare la messa tradizionale con l’assistenza dei fedeli.

Il 14 novembre 1974, l’episcopato francese pubblicò un «comunicato» che accompagnava e spiegava un’«ordinanza». Dalla sua ordinanza del novembre 1969, cioè per cinque anni, l’episcopato aveva taciuto sulla questione della messa. Ma questo comunicato episcopale si scagliava contro i cattolici che non considerano proibita la messa tradizionale: «Da alcuni anni, si sta diffondendo l’opinione che la riforma liturgica richiesta dal Concilio Vaticano II non abbia carattere obbligatorio. Si dice, in particolare, che l’uso dell’antico Ordo missae di Pio V possa continuare a coesistere con quello di Paolo VI. Le norme promulgate al riguardo dall’Autorità romana sono chiare e la volontà dei vescovi di Francia è che siano rispettate: il Messale promulgato da papa Paolo VI deve sostituire il Messale di San Pio V. Possono esserci solo eccezioni a questa norma per i sacerdoti anziani o malati, in celebrazioni private senza assistenza di fedeli e con l’autorizzazione espressa del vescovo».

Ma se questo comunicato imponeva la messa di Paolo VI come obbligatoria, pretendeva imporla solo a coloro che rimanevano fedeli alla messa tradizionale. Perché, di fatto, nel 1974 l’autentica messa di Paolo VI raramente si celebrava in Francia: la «riforma» liturgica, in nome della sua incessante «creatività», proclamava che non ci si può permettere il lusso di rinchiudersi nel fissismo di un rito stabilito una volta per tutte nel 1969 e da allora superato dal movimento perpetuo dell’impulso vitale. Ma nessun comunicato episcopale imponeva alcun obbligo ai praticanti della rivoluzione liturgica permanente. Nessuno richiamava all’ordine cattolico coloro che professano che la loro messa non è più un sacrificio e che «si tratta semplicemente di fare memoria»; né coloro che praticavano la messa-buffet, la messa-discoteca, la messa-music-hall. Per tutti loro non esisteva alcun obbligo di attenersi alla messa di Paolo VI. Questo obbligo si impone solo ai fedeli della messa tradizionale.

Pertanto, nella pratica, la vera dichiarazione di questa «obbligazione» imposta dall’episcopato è che si doveva celebrare la messa in qualsiasi modo, purché non fosse secondo il Messale di San Pio V. Questo portò i “refrattari” ad affermare che la messa di Paolo VI era soprattutto un «arma per destino» contro la messa tridentina.

L’Ordinanza dello stesso 14 novembre 1974 decretava che, «in conformità con le decisioni del Concilio Vaticano II, il Messale Romano fu riformato e promulgato da Papa Paolo VI: «Missale romanum» ex decreto sacrosanti oecumenini concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum (Vaticano 1970). Le condizioni per la sua entrata in vigore nei diversi paesi e il ruolo delle conferenze episcopali a tal fine furono precisati in ultima istanza dalla «notifica» della Congregazione per il Culto Divino del 14 giugno 1971 (…). In Francia, la conferenza episcopale, mediante la sua ordinanza del 12 novembre 1969, fissò la data di entrata in vigore della traduzione francese del nuovo Ordo missae (…). La conferenza episcopale, in applicazione della «notifica» del 14 giugno 1971, confermava la sua decisione precedente (del 12 novembre 1969) e decideva quanto segue:

1.-A partire dalla prima domenica di Avvento del 1974, nella celebrazione in francese, ecc., ecc.

2.-Nel caso in cui si preveda la celebrazione in latino, si utilizzerà unicamente il Messale promulgato da Papa Paolo VI…».

Il che suscitò le seguenti osservazioni:

1.- L’ordinanza del 1974 non era solo una conferma di quella del 1969, ma anche una rettifica: non imponeva più che la messa fosse obbligatoriamente in francese.

2.- Nel 1969, l’episcopato francese aveva preteso di abolire la messa tradizionale e il latino per propria autorità. Questa volta dichiarava che ordina solo «in applicazione» delle decisioni romane. Questo equivaleva a riconoscere implicitamente che un episcopato può modificare sostanzialmente la liturgia ufficiale della Chiesa solo in applicazione delle leggi, decreti o dispense della Santa Sede.

3.- Come fondamento romano della nuova liturgia, l’episcopato scelse il più debole: una semplice «notifica» della Congregazione per il Culto Divino. Un fondamento senza dubbio insufficiente per qualcosa di così trascendentale come l’abolizione della messa cattolica tradizionale. Se tale abolizione fosse possibile, sarebbe necessario almeno un atto esplicito del Sommo Pontefice stesso.

4.- In questo caso, l’unico atto di Paolo VI fu la costituzione apostolica Missale romanum del 3 aprile 1969, che promulgava un Messale riformato. Se il Messale riformato si imponeva con l’esclusione di qualsiasi altro, era da questa costituzione, e solo da essa, che poteva derivare un’autorità giuridicamente vincolante. Non era un semplice decreto di applicazione pubblicato da una congregazione romana che avrebbe potuto conferire al nuovo Messale un’autorità che non gli aveva concesso la costituzione apostolica che lo promulgò.

5.– L’ordine episcopale, riferendosi alla promulgazione del nuovo Messale, dava come riferimento la data del 1970: data di pubblicazione, per la tipografia vaticana, di una nuova «editio typica» del Messale riformato, e non della sua promulgazione.

Da secoli, i teologi dibattono se i testi scritti e pubblicati sotto l’autorità del Papa siano necessariamente e sempre esenti non solo da ambiguità, ma anche da eresia. Il III Concilio di Costantinopoli, papa San Leone II e, due secoli più tardi, papa Adriano II condannarono i testi «scritti e pubblicati sotto l’autorità» di papa Onorio I. Ma sembra che nessuno, prima dei vescovi francesi Coffy e Marty, avesse immaginato di imporre come obbligatoria la convinzione che un testo scritto e pubblicato sotto l’autorità del Papa non possa contenere la minima ambiguità.

Nell’autunno del 1975, una lettera del cardinale Villot, segretario di Stato, aprì la via a una nuova situazione. Questa lettera ufficiale fu inviata l’11 ottobre al presidente della commissione episcopale francese per la liturgia. La sua novità consisteva nell’affermare che, mediante la costituzione apostolica Missale romanum del 1969, il Papa «prescritte che il nuovo Messale sostituisse l’antico, senza pregiudizio delle costituzioni e ordinanze dei suoi predecessori». Per la prima volta, un’autorità romana —e la più alta dopo il Papa— enunciava esplicitamente tale interpretazione: Paolo VI avrebbe promulgato, mediante la sua costituzione apostolica, la scomparsa della messa tradizionale. Fino ad allora, questa interpretazione era stata difesa solo a titolo di indicazione. 

Ma questa interpretazione sarebbe stata modificata a sua volta, meno di un anno dopo, dallo stesso Paolo VI: nel suo discorso al concistoro del 24 maggio 1976, il Papa non menzionò più il Missale Romanum riferendosi al Nuovo Ordo. Parlò di una promulgazione come di un fatto compiuto, senza precisare data né designazione: la promulgazione di una nuova messa che avrebbe sostituito l’antica. Si trattò piuttosto di una dichiarazione di intenzioni che di un riferimento a una decisione. Da quel momento si stabilì la consuetudine romana di riferirsi alla promulgazione «del 1970» invece che a quella del 1969: di fatto, nel 1970 fu stampata subdolamente in Vaticano un’altra edizione ufficiale (editio typica) del Nuovo Ordo. La presentazione di questa nuova messa ebbe già tre edizioni ufficiali successive: una prima edizione «typica» nel 1969, una seconda nel 1970, una «typica altera» nel 1975 (e una quarta nel 2002). Paolo VI, nel suo discorso del 1976, volendo menzionare un documento romano precedente, trovò solo l’istruzione della citata istruzione pubblicata senza data né firma il 16 giugno 1971 su L’Osservatore Romano.

In quello stesso discorso del 24 maggio 1976, Paolo VI ordinava la scomparsa della messa tradizionale: «In nome della stessa Tradizione, chiediamo a tutti i nostri figli e a tutte le comunità cattoliche di celebrare con dignità e fervore i riti della liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo Ordo Missae non è lasciata, certamente, alla libera decisione dei sacerdoti o dei fedeli. L’istruzione del 14 giugno 1971 previde che la celebrazione della messa secondo il rito antico sarebbe stata permessa, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo ai sacerdoti anziani o malati che offrono il sacrificio divino senza l’assistenza dei fedeli. Il nuovo Ordo fu promulgato per sostituire l’antico, dopo matura riflessione e al fine di eseguire le decisioni del Concilio Vaticano II. Non è diverso da come il nostro santo predecessore Pio V rese obbligatorio il Messale rivisto sotto la sua autorità dopo il Concilio di Trento.

«Con la stessa autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù, ordiniamo la stessa pronta sottomissione a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari e pastorali maturate negli ultimi anni in applicazione dei decreti conciliari».

Era la prima volta, sette anni dopo la costituzione Missale romanum, che Paolo VI parla personalmente ed esplicitamente di «sostituire» l’antica messa con una nuova, cioè di far scomparire quest’ultima. Per questo, l’unico documento romano precedente a cui fece riferimento è la sospetta «istruzione» pubblicata senza data né firma su L’Osservatore Romano del 16 giugno 1971.

Ma quella laboriosa dichiarazione pontificia di un’intenzione senza data di sostituire l’antica messa con una nuova aveva cambiato livello: ricevette la conferma esplicita e temibile di essere dichiarata da Paolo VI «in nome della Tradizione» e «con l’autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù». Il divieto della messa tradizionale, che si era andato gestendo più o meno apertamente durante sette anni, raggiunse ora il suo punto culminante. Finalmente fu oggetto, per la prima e unica volta, di un atto personale del Sommo Pontefice: l’allocuzione concistoriale del 24 maggio 1976.

Dovette essere come un tuono. Sembrava che si fosse creata una situazione radicalmente nuova. In teoria, ci sono motivi perché vacilli la risoluzione dei ribelli, i “tradizionalisti”, che hanno un grande rispetto, dottrinale e soprannaturale, per l’autorità del Papa. Forse l’invocazione della sua «autorità suprema che gli viene da Cristo Gesù» non impegna la sua infallibilità, che è precisamente il grado supremo della sua autorità? Tuttavia, l’autorità morale di Paolo VI era stata gravemente e duramente colpita dall’incredibile episodio dell’«articolo 7». 

Che cos’era l’articolo 7? Dalla sua promulgazione nel 1969, il Nuovo Ordo era accompagnato da un compendio di norme generali intitolato Institutio generalis. Il suo articolo 7 dava una definizione inaccettabile della messa cattolica: «La Cena del Signore, chiamata anche messa, è il sinodo (synaxe) sacro o riunione del popolo di Dio che si riunisce sotto la presidenza del sacerdote per celebrare il memoriale del Signore. Per questo, la promessa di Cristo è particolarmente valida per l’assemblea della Chiesa locale: «Dove due o tre si riuniscono nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 29).

Tale definizione trasformava la messa in una semplice riunione di preghiera e un’assemblea di ricordo. Così lo intese immediatamente l’episcopato francese: dalla prima edizione, elaborata nel 1969, del suo Nuovo Messale delle domeniche, inserì un «richiamo di fede» in cui si precisava che la messa consiste semplicemente nel fare memoria dell’unico sacrificio già consumato. Questa dottrina fu mantenuta e reiterata dall’episcopato francese per diversi anni. A Roma, tuttavia, a partire dal 1970 si produsse una discreta correzione dell’articolo 7. Questa discreta correzione, tuttavia, non sopprimeva il fatto che Paolo VI aveva firmato e promulgato la prima versione: quindi, esprimeva il pensiero del Papa, o almeno non lo aveva contrariato. 

Si trattava di un incidente fenomenale, rimasto senza spiegazione. A questo si aggiunge, nel discorso concistoriale del 24 maggio 1976, una manifesta falsità storica. Paolo VI afferma di aver proceduto con la messa allo stesso modo (haud dissimili ratione) di come aveva fatto San Pio V. Tuttavia, San Pio V non aveva sostituito una messa con un’altra, non aveva abolito la messa esistente, ma, al contrario, aveva confermato, in materia di rito, tutte le consuetudini legittime che avevano più di duecento anni di esistenza. Da sei o sette anni, nel 1976, i refrattari avevano diffuso abbondantemente tutto ciò che c’è da sapere sulla bolla Quo primum tempore di san Pio V. Non erano così disarmati su questo tema da lasciarsi ingannare.

Solo alla fine degli anni Ottanta si cominciarono a sentire dichiarazioni cardinalizie, prima private e poi pubbliche, che assicuravano che la messa tridentina «non è mai stata proibita»

Nell’agosto 1976, lo scrittore francese Michel de Saint Pierre scrisse una lettera al Papa firmata insieme a Louis Salleron, Gustave Thibon, Henri Sauguer, il colonnello Rémy, Michel Droit e Michel Ciry, in cui dicevano che «lo stesso cardinale Marty ci rivelò recentemente che, tra il 1962 e il 1975, la pratica domenicale era diminuita del 54 % nelle parrocchie parigine. Perché? Perché i fedeli non riconoscono più la loro religione in una certa liturgia e in una certa nuova pastorale (…). Non è stato lei stessa, Santissimo Padre, a parlare dell’autodistruzione della Chiesa? Il fatto è che in Francia questa autodistruzione è in pieno apogeo, e noi ne siamo testimoni (…). Attualmente, esistono tanti riti, tante pratiche, tante opinioni quante chiese, sacerdoti, comunità, gruppi e gruppuscoli (…). Ovunque si celebrano con totale impunità strane messe, a volte ecumeniche, che non hanno nulla a che vedere con la messa di Paolo VI. Si permette forse qualsiasi «celebrazione eucaristica» tranne la messa tradizionale?».

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