Il controverso gesuita James Martin ha appena pubblicato su Outreach un articolo a proposito del recente documento Do You Know Them to be Worthy?, del P. Thomas Berg e dello psicologo Timothy Lock, sull’ammissione dei candidati al seminario. Il suo argomento si riassume in una frase: se un uomo omosessuale concreto può vivere il celibato con fedeltà —e Martin dice di conoscerne decine che lo fanno—, perché chiudergli le porte del sacerdozio?
Posta così, la domanda sembra inconfutabile. Martin riduce a un problema di biografie individuali ciò che è, innanzitutto, un problema di funzionamento istituzionale. Nessuno discute che esistano sacerdoti omosessuali santi e celibi. Ciò che va discusso è un’altra cosa: quale meccanismo si mette in moto in un’istituzione maschile, celibe e chiusa quando una determinata inclinazione diventa progressivamente il suo tono dominante. Quel meccanismo lo chiameremo l’ingranaggio vocazionale.
Come si recluta un prete
Per capirlo non serve la teologia: basta la sociologia di base. Due scoperte classiche sostengono tutto il ragionamento.
La prima è il principio di omofilia: le persone si raggruppano con chi percepiscono come simile. È una delle regolarità meglio documentate delle scienze sociali (McPherson, Smith-Lovin e Cook, Annual Review of Sociology, 2001). La seconda è il modello Attrazione–Selezione–Attrito dello psicologo organizzativo Benjamin Schneider («The People Make the Place», 1987): le organizzazioni attraggono chi somiglia alla loro cultura interna, selezionano chi vi si adatta ed espellono per usura chi non vi si adatta. Risultato: ogni organizzazione, se nessuno interviene, si omogeneizza da sola, in un ciclo continuo. Non serve che qualcuno lo voglia.
Applichiamo ora questo al sacerdozio, che riunisce tre condizioni che trasformano quel ciclo in un tornio di precisione:
Prima: la vocazione nasce per contagio personale. Nessuno diventa prete leggendo un bando di concorso sulla Gazzetta Ufficiale o una vacancy su InfoJobs. La vocazione si risveglia quasi sempre guardando un sacerdote concreto —il parroco, il cappellano— e chiedendosi, anche senza parole: «mi vedo io a essere come lui?». Il sacerdote è, volente o nolente, un reclutatore esistenziale. E un determinato registro sacerdotale —nella sensibilità, nella liturgia, nel modo di abitare la propria mascolinità— attrarrà i giovani che si sentono a loro agio in quel registro e risulterà illeggibile per tutti gli altri.
Seconda: il seminario è quasi una istituzione totale, nel senso che Erving Goffman diede al termine: si convive, si studia, si prega e si riposa all’interno dello stesso perimetro umano per anni. Lì la cultura interna non è un fattore in più: è l’aria che si respira. Chi non respira comodamente, se ne va. L’«usura» opera con massima efficacia.
Terza: il celibato elimina il contrappeso esterno. L’avvocato o il medico vivono la loro vita affettiva fuori dallo studio: moglie, figli, famiglia. Il sacerdote celibe, no. Il suo mondo affettivo si gioca in gran parte all’interno del presbiterio. La sottocultura interna diventa così il filtro decisivo di chi entra, chi persevera e chi se ne va.
L’ingranaggio in movimento
Basta che una sottocultura si consolidi in un seminario perché cominci a produrre, coorte dopo coorte, la propria discendenza vocazionale.
Mettete insieme i tre pezzi e l’ingranaggio si mette in moto da solo. Se in un presbiterio o in un seminario si consolida una sottocultura omosessuale o di sensibilità marcatamente affine, quella sottocultura opera come vis attractiva: attira vocazioni a loro agio in quel registro, rende inospitale l’ambiente per le altre, e ogni nuova promozione rafforza l’effetto sulla successiva. Non c’è bisogno di supporre intenzioni, né cospirazioni, né proselitismo da parte di nessuno: è pura meccanica istituzionale, la stessa che omogeneizza facoltà, redazioni o corpi d’élite. Con un aggravante: superato una certa soglia, il processo diventa quasi irreversibile con mezzi ordinari, perché chi dovrebbe correggerlo —formatori, rettori, vescovi— proviene a sua volta dalle promozioni precedenti dell’ingranaggio.
Indizi? Gli studi disponibili sul clero statunitense —dall’indagine del Los Angeles Times del 2002 fino ai lavori del sociologo Paul Sullins (2018)— indicano una presenza omosessuale nel sacerdozio molto superiore a quella della popolazione generale, e inoltre concentrata per promozioni e per seminari. Quel pattern a grappoli non è ciò che produce il caso: è esattamente l’impronta lasciata da un meccanismo di selezione locale. E lo stesso Martin fornisce, senza rendersene conto, il dato più eloquente del suo articolo: il seminarista di Roma che calcola che «la metà» dei suoi compagni sia omosessuale. Se il dato fosse vero, non descriverebbe una somma di casi individuali. Descriverebbe un ingranaggio in fase avanzata.
Perché Roma aveva ragione
Qui è dove la disciplina teoricamente vigente (e praticamente ignorata) rivela la sua logica profonda. L’Istruzione del 2005 e la Ratio Fundamentalis del 2016 (nn. 199-201) non ammettono al seminario uomini con «tendenze omosessuali profondamente radicate» né coloro che «sostengono la cosiddetta cultura gay». Letta con le lenti dell’ingranaggio vocazionale, quella norma non è un giudizio sulla dignità di nessuno né sulla sua capacità ascetica. È una norma di protezione dell’ingranaggio: preserva la capacità del presbiterio di continuare a suscitare identificazione vocazionale nella generalità dei giovani, e non solo in un segmento. In questo quadro, l’eterosessualità non funziona come merito morale del candidato, bensì come qualità funzionale del corpo sacerdotale: la condizione che mantiene la porta aperta a tutte le vocazioni e frena la deriva endogamica. A sensu contrario: senza quel criterio, l’ingranaggio gira senza freno.
Le migliori carte di Martin, e perché non vincono
L’onestà esige di prendere sul serio gli argomenti del gesuita, che non sono cattivi.
«Conosco decine di sacerdoti omosessuali santi e celibi». Si concede senza riserve. Ma dai casi individuali riusciti non segue nulla sulla dinamica dell’insieme, proprio come dall’esistenza di fumatori novantenni non si deduce una politica sanitaria. Le norme di ammissione si giudicano a livello istituzionale, non biografico. Quel salto di livello è la fallacia che sostiene tutto l’articolo di Martin.
«Il Catechismo (n. 2359) dice che la persona omosessuale può avvicinarsi alla perfezione cristiana». Vero, e nessuno lo nega. Ma la chiamata universale alla santità non equivale a idoneità per uno stato concreto. La Chiesa non ordina nemmeno chi manca di altre qualità funzionali, e nessuno vi vede un giudizio sulla sua possibile santità. Vocazione alla perfezione e attitudine istituzionale sono piani distinti.
«L’esclusione spinge alla clandestinità, e questo è una ricetta per il disastro». È la sua carta migliore, e descrive un problema reale: il doppio fondo, il segreto, la vulnerabilità al ricatto. Ma notate, lettore: è un argomento sui costi dell’applicare la norma, non contro il suo fondamento. E ammette la lettura inversa: quella clandestinità massiccia che Martin descrive è il sintomo che l’ingranaggio ha girato per decenni senza criterio correttore. Non la prova che il criterio sia superfluo, ma che sia arrivato tardi.
La domanda completa
Martin chiede: «quest’uomo può modellare Cristo vivendo il celibato con fedeltà?». È una domanda necessaria, ma zoppa, perché un’ordinazione non esaurisce i suoi effetti sull’ordinato: ogni ordinazione modifica l’ecosistema che genererà le vocazioni successive. La domanda completa è doppia. La sua, e quest’altra: quale presbiterio stiamo componendo, e a chi sarà capace di chiamare quel presbiterio entro una generazione?
La disciplina del 2005 e del 2016 risponde a quella seconda domanda. Si potrà discutere la sua applicazione; ciò che non si può è liquidare la sua logica senza averla capita. E capirla esige qualcosa che l’articolo di Outreach non fa mai: alzare lo sguardo dalle biografie individuali e guardare l’ingranaggio di un’istituzione ferita che deve ripensare i suoi fondamenti strutturali di sopravvivenza.